Archivio mensile:novembre 2007

vendetta, tremenda vendetta…

….la Francia, dicevo. Il centro del genio, il cuore pulsante di questa Biennale ormai chiusa, un pensiero alto e pieno di ironia.

 

 

Ah l’arte della vendetta! Fredda come dev’essere ogni vendetta se la si vuole ben infitta nel cuore del nemico, pugnale spinto a fondo nel petto, progettata a tavolino, disegnata nei particolari con lentezza e precisione sorseggiando un caffè: sublimazione della vita nell’arte.

 

 

In breve: una donna, l’artista in questione, tale Beatrice, riceve una mail dall’amato. Lo scritto le annuncia la fine del rapporto e le prospetta la ripresa della sua libertà di azione amorosa. Abbi cura di te, conclude.

 

Niente di che, direbbe mia figlia. Internet oggi supporta anche questo genere di funzioni: un breve (o lungo) scritto e un click.

 

E’ fatta, ci si infila il cappotto, si esce di casa e si è di nuovo single e operativi per nuovi incontri ed inviti.

 

Mail e sms accendono e spengono in modo asettico le pulsioni amorose del terzo millennio e peccato per quei drammoni e struggimenti della mia gioventù quando ci si preparava il discorso doloroso provandolo e ritoccandolo mille volte, condito di ansia e struggimento.

 

 

Abbi cura di te, dunque.

 

La lettera è elegante, si sente l’intellettuale tra le righe: analisi stringata dei fatti e della relazione intrattenuta fin lì, dolorosità ben espressa ma contenuta.

 

Beatrice però non ci sta a essere liquidata a quel modo. Prende in mano il telefono e attiva le sue cento e cento relazioni di artista famosa, performante in tutto il mondo.

 

Spedisce a centosette sue amiche e conoscenti la lettera incriminata, incaricandole di un’analisi testuale rigorosa.

 

Una matematica, una antropologa criminale, una psicologa e una psichiatra famose, un’attrice drammatica e una comica (la nostra Littizzetto), una danzatrice katakali e via elencando.

 

Tutte effigiate con foto, video, didascalie e brevi biografie, tutte impegnate in un’analisi collettiva impietosa di quello scritto maschile elegante e sobrio e sotto alle foto di ognuna di quei giudici improvvisati  il referto, le risultanze, le diagnosi, l’incriminazione, la filippica, la condanna senza appello e perfino lo sberleffo comico.

 

Sotto gli occhi e le lenti impietose e crudeli delle centoesette esaminatrici le parole del maschio vanesio e traditore diventano atti di accusa, imputazioni di codardia, cinismo, finta dolorosità.

 

Abbi cura di te è la frase-clou, il centro motore delle imputazioni femminili, l’indigerito bolo.

 

Quell’abbandonare a se stessa una persona trepidamente amante con una semplice frase e un click diviene il reato odioso che merita la condanna universale.

 

Muori maschio vanesio, ti ho colpito al cuore, la mia arte ti condanna e mi salva.

 

A te il disonore universale codificato nel linguaggio della performance artistica a me l’uscita dal tunnel del dolore e del lutto, la sua pubblica elaborazione.

 

Un tempo si chiamavano le piagnone al capezzale del morto, oggi si allestisce una perfomance in un padiglione della Biennale.

 

Basta non dire il nome dell’imputato (che i visitatori francesi presenti conoscevano e se lo sussurravano all’orecchio) e la legge sulla privacy è rispettata.

 

Di più: sotto accusa va la figura del maschio come antro-tipo, inadeguato all’amore caldo e duraturo della femmina.

 

‘Muori vile maschio’ e se anticamente la danzatrice katakali rappresentava il ‘sati’, il sacrificio della vedova nel fuoco della pira funebre, oggi rappresenta ironica in uno schermo il video-danza dello sberleffo femminile al suo apogeo.

Niente da aggiungere o eccepire, per quanto io sia un maschio.

Chapeau!

 

l’undici settembre degli artisti

Anche gli artisti hanno le loro opinioni e alcuni hanno un modo teatrale di esprimerlo.

La tesi del complotto interno ha fatto breccia in più di qualcuno di loro -così come tra noi; l’arte è specchio solo un poco deformato della vita.

Così,chi entra nell’ ‘Arsenal de’ viniziani’ osserva un plastico in legno, di quelli fatti dagli architetti per convincere i committenti della bellezza della loro opera, e sopra un aereo in caduta libera che finisce in una botola, sul retro della quale spunta un secondo aereo già a pezzi e fumante, per dire che tutto era ‘architettato’, appunto.

L’ultima giornata della Biennale è una festa di gente giovane -in massima parte studenti squattrinati felici della gratuità.

I vecchi veneziani scivolano via di padiglione in padiglione sbadigliando o commentando al modo di una volta sugli artisti che ‘non sanno cosa dire’ e sulle opere e gli allestimenti che ‘non vogliono dir niente’.

E’ vero che per alcuni artisti vale ciò che diceva un critico buon’anima: ‘non si poteva dir meglio se si voleva dir niente’, ma questi visitatori facevano meglio a starsene a casa, l’arte per loro è territorio totalmente sconosciuto.

Quel genere di critiche è un approccio vecchio e sterile all’arte moderna, autopunitivo, ma tant’è: le vecchie teste di legno si fa fatica a educarle ai pensieri nuovi e complessi del presente. E questo vale anche nella vita e nei forum (ogni rifer. a fatti e persone è cogente e causale).

Alle Biennali e alle esposizioni d’arte in genere si fa come fanno questi studenti: si gira tra gli scaffali del supermercato, si soppesa mentalmente, si valuta un poco, si commenta a bassa voce con chi ci accompagna e si va via, fermandosi solo davanti a un video che sa catturare la nostra attenzione o a un quadro sapiente.

E’ una sagra, una festa della rappresentazione ‘artistica’. Ci si stupisce e ci si innamora di un opera d’arte come di una bella donna o di una bella casa o di un giardino incantato, il resto si lascia o si butta nel dimenticatoio.

Alcuni artisti la buttano in politica e lo fanno con arguzia, divertendoci. Gli africani sono una sorpresa: non abbiamo nulla da insegnargli e alcuni video, di contro, fanno invidia a gente già nota a sperimentata.

Nel padiglione della Romania un’artista ha intuizioni filosofico/architettoniche degne di attenzione e rispetto, ma non le legge nessuno e l’allestimento ricorda troppo la tristezza degli ambienti urbani del socialismo reale e si fugge via.

Ma è la Francia il centro del pensiero critico, il luogo del genio che merita un commento a parte. Lo spazio di un forum è,

però,tiranno e perciò ve ne parlerò domani…. (segue)

le teste di legno e l’arte

Caro Kilburn/orit (ma quanto c..zo di tempo perdete a costruire i vostri nik alternativi? che sia anche questa una forma d’arte moderna?).

    l’effimero nell’arte è sempre esistito. Mozart scrisse delle Danze, all’epoca molto in voga, decisamente noiose ai gusti di noi moderni e quindi pochissimo eseguite.

Ho parlato di ‘scaffali di supermarket’ dell’arte perchè la proliferazione delle forme artistiche è tale da comprendere una quantità (e annessa dubbia qualità) di forme, alcune dichiaratamente e programmaticamente contrapposte all’idea vetusta che ci portiamo dietro di ‘bellezza universale’.

Esiste -è sempre esistita, (veda il caso degli Impressionisti ai vari ‘Salon’ dove esponevano criticatissimi quadri) un’arte di rottura cogli schemi dominanti dell’epoca.

Oggi siamo all’atomizzazione delle rappresentazioni e degli allestimenti artistici e la più classica pittura, non a caso, è marginale, quasi reperto da museo, nelle varie Biennali e Triennali.

Una selezione naturale si dà, certamente, tra gli artisti più bravi e degni di memoria e coloro che riempiranno i cestini della storia del nostro secolo. Ma qui siamo nell’ovvio, dal momento che una tale considerazione vale anche per il passato.

Ciò che notiamo -e che affascina- in queste esposizioni-omnibus è l’incredibile varietà dei messaggi e delle rappresentazioni, molte geniali, degne di interesse e di considerazione.

Delle teste di legno non mette conto di parlare. Se le avesse ascoltate con i loro commenti stupidamente sprezzanti non avrebbe spesso una parola per difenderle.

‘Non ti curar di lor ma guarda e passa’, dice il poeta.

Più prosaicamente io dico che galleggiano inutili sul mare agitato della storia sociale e artistica come sulla nostra laguna galleggiano le deiezioni dei sempre più rari pescatori.

p.s. questo scritto è successivo ed è risposta a quello che sta sopra -me ne scuso con i miei rari lettori.

i miserabili

Se non ci stimolasse il pensiero che si fa torto ai veri ‘miserabili’, quelli che patiscono miseria, verrebbe da usare questa parola ultima nei confronti di coloro che con la loro viltà, con l’indecenza morale dei loro comportamenti di servi di un solo padrone hanno consentito a tanta miseria morale che investe l’intero paese, i cittadini tutti che sono stati succubi e vittime.

Non che non l’avessimo denunciato a chiare lettere questo servaggio vigliacco, questo scrivere e pubblicare da canaglie dell’informazione, ma la pubblicazione della prova provata, della ‘pistola fumante’ di un accordo tra i dirigenti dell’azienda unificata Rai-Mediaset per tenere sempre alta l’attenzione sul padrone (perfino nella ricorrenza della morte di un papa!) ci fa cadere le braccia – se ancora abbiamo braccia attaccate al tronco da supportare questa figura retorica.

Quel tal Giordano, direttore del ‘Giornale’ di famiglia ha la faccia di merda di scrivere ‘va bene, si telefonavano e allora?’ e invoca l’ennesima carognata della Procura a danno del padrone con cui, qualche minuto prima di andare in stampa, ha concordato ogni aggettivo e virgola del suo editoriale.

Ma lo chiamate un uomo, voi, uno così e la schiera dei suoi collaboratori a libro-paga personale dell’Infame-di-denari?

Verrebbe da condannarli a vedere 24oresu24 il film ‘Terzo potere’ con gli stecchini sulle palpebre perchè non li colga il sonno -come accadeva al protagonista di ‘Arancia meccanica’.

Li chiamate uomini degni di essere guardati in faccia, di parlare ai loro figli, di educarli, quei tali nominati alle direzioni della rai per censurare i giornalisti scomodi e quegli altri che esercitavano il più elementare dei diritti di una democrazia piccola-piccola, il diritto a una informazione libera, pulita?

E ancora ci sarà qualcuno nelle ‘re’ a questo scritto che ci accuserà di ‘avere la fissa’ di Berlusconi – come fosse una macchietta, un povero pirla sopravvalutato, il fantasma di un uomo da nulla da poter trascurare, un accidente infame della storia patria.

Ma li chiamate uomini, voi, questa genia di infami?

l’infame-di-denari e gli insulti

Verrebbe da gridare ‘evviva’ o lasciarsi andare a espressioni da curva sud -non foss’altro che per il ricordo della iattanza esibita dall’Infame-di-denari e gli insulti della canaglia forzista e i comportanti belluini e le grida vergognose contro i senatori a vita al Senato della Repubblica.

Ci sforzeremo, invece, di mantenere la pacatezza abituale, di confrontare i dati e predire gli scenari prossimi venturi per poterne trarre un auspicio.

Prodi e la sua maggioranza sono in piedi, la Finanziaria è approvata col di più del non aver posto il voto di fiducia.

Piglia-pesa-incarta-e porta a casa,si dice dalle mie parti.

Vero è che la maggioranza ne esce con le ossa rotte, che Dini e i centristi sono in fibrillazione, che il futuro non mostra un orizzonte roseo, ma un giorno in più strappato allo s-governo del paese dello Psiconano è un grande giorno, un giorno in cui si respira a fondo, un giorno strappato agli evasori di sempre, ai costruttori abusivi di sempre, ai distruttori di paesaggio di sempre.

‘Que viva Prodi!’, quindi e la sua sacrosanta battaglia contro l’evasione fiscale.

Non abbiamo realizzato una sola legge importante del programma di governo, dal falso in bilancio al conflitto di interessi, è vero, ma è anche vero che la polarizzazione della vita politica è stata incentrata dai malnati delle destre intorno all’agguato permanente alla risicatissima maggioranza al Senato, allo sfruttamento gaglioffo della tagliola-Calderoli: le legge porcata che è all’origine dell’attuale marasma legislativo.

Abbiamo ciò che ci meritiamo, cari i miei destri. Avete avvelenato i pozzi della politica prima di fare fagotto, oggi non lamentatevi di Prodi e delle sue cautele necessarie a tenere insieme una coalizione-Arlecchino.

Le Nemesi della Storia si pagano sempre e godere oggi delle difficoltà del centro-destra e della sua leadership è balsamo efficacissimo sulle cicatrici delle ferite recenti.

Alziamo i calici. Coi vestiti a brandelli e gli ematomi sotto gli occhi, ma in piedi e ancora in trincea.

Crepi l’austriaco di Arcore e i suoi stramaledetti soldati padani.

il giardino incantato

Si chiama così: ‘giardino magico’: ‘Zauber garten’. E’ un quadro della collezione di Peggy Guggenheim che mi incanta.

Torno a vederlo ogni anno, più volte, durante la settimana di gratuità gentilmente offerta ai residenti dalla direzione del museo.

Ci devono qualcosa questi grandi collezionisti che usano la città per un loro tornaconto.

Ci devono un piccolo risarcimento per l’imposizione di una forzata tolleranza delle grandissime folle che ormai occupano anche il residuo spazio di novembre – un mese nostro, fino a due anni fa, l’unico mese di agibilità dei vaporetti e di relativa calma turistica per le calli e le fondamenta.

Zauber floete e zauber garden. Il flauto magico di Mozart e il giardino magico, incantato, delle visioni oniriche di Paul Klee.

La cultura tedesca si nutre del mito della magia nelle sue diverse forme.

Dalle divinità del Walhalla di Wagner al Faust di Goethe fino a questo piccolo giardino magico: colori bruniti, ossidati da un fuoco interiore, riscaldati dall’onirismo di ‘piccolo principe’ che nutriva i pensieri sapienti di Klee: grandissimo maestro della pittura del suo tempo, ma appartato, svizzero, potremmo dire, per via dell’idea di ‘apartheid’ che leghiamo a questa nazione.

La sua scelta di privilegiare il sogno, però, lo solleva al di là della geografia e della storia.

Nel pur piccolo quadro (gesso su rete con figure naives -gnomi, folletti- incise in una nebbia di colori stupendi che sfumano uno sull’altro) ci si perde – come ci perdevamo noi bambini nelle fantasie nostre e non ci curavamo di ciò che è reale e irreale, importante o inutile, come ci accade oggi di fare e pensare.

‘Zauber’ è parola molto prossima a ‘sauber’ -pulito- sarà un caso?

Che la magia coincida con la pulizia potrebbe sembrare un pensiero azzardato, perfino disturbante, ma le fantasie oniriche hanno una loro interna pulizia -a noi parzialmente ignota, noi che dei giorni nostri decliniamo una supposta razionalità, peraltro molto incasinata.

Paul Klee in molti suoi quadri riproduce la pulizia e la ‘intelleggibilità’ dei sogni con la sapienza di un veggente sopravissuto agli orrori dell’età adulta.

Tornare a visitarlo ogni anno e ogni volta che catturo una sua mostra itinerante è per me un omaggio obbligato a un grandissimo interprete di ciò che ci scalda i cuori e ci ha scaldato i pensieri in tempi ormai lontani.

 

 

disciplinare i pensieri

E’ una questione di disciplina, di ordinamento dei pensieri. Niente è più come prima, ma la vita continua, dunque i pensieri ne seguono lo svolgimento probabile, prevedibile. In quell’altro versante, però, a me del tutto sconosciuto. La discesa, si sa, mostra sempre rischi maggiori, il terreno è friabile, qualche buca è nascosta da un sasso.

Il mondo va, la vita brulica là sotto: uno show che continua coi suoi lati ridevoli e quelli drammatici – in bilico anch’esso, sempre, come le nostre vite. Oggi a me, domani a te.

Chissà che si prova a essere un rumeno. Il tasso di incertezza della vita nostra aumenterebbe certo di un buon cinquanta per cento, ma lui comincia dal basso e cadere da quell’altezza fa meno male, credo.

Gli altri intorno a noi ci riconoscono come sempre, sono sereni e apparentemente felici di interagire con noi e ridere, scherzare. Noi li chiameremo al telefono, parleremo del più e del meno, faremo come se niente fosse.

Se non lo sanno e la nostra voce si incrinerà per un attimo non ci faranno caso. E’ una piccola differenza che vale il mondo di oggi e il senso del mio sguardo fuori della finestra. Ha ragione Patrizia quando scrive: ‘E’ sempre chi più sa, che ha più dolore.’

Già, gli altri non lo sanno che io ed Elsa….

E’ una storia a rovescio quella che ci racconta Soldini in ‘Giorni e nuvole’. Non una storia di ‘ultimi’, ma di primi. La storia di uno che cade da un’altezza medio-alta e si fa male, molto male.

Niente più lavoro per un dirigente, un mezzo imprenditore, buttato sorprendentemente nel mucchio dei disoccupati di mezza età, nella fossa comune della pestilenza del postmoderno: la disoccupazione.

Non ci risparmia niente, Soldini, del respiro affannoso dei protagonisti, del loro angoscioso guardarsi attorno e provare a risalire (inutilmente) lo stretto cunicolo della foiba in cui sono caduti, in cui li ha buttati Roberto, il socio cattivo, la personificazione di un destino cinico e baro.

I gradini della scala di questo girone del nostro inferno quotidiano li descrive uno per uno senza risparmiarci nessuno dei particolari prevedibili.

E’ cattivo, il pur bravo regista, e incurante del nostro rimirarci, altrettanto affannoso, in uno specchio in cui ci siamo già guardati qualche tempo fa e abbiamo finito per romperlo in mille pezzi perchè faceva male dentro, un male cane.

E’ forse il ritorno di un ‘realismo’ all’italiana -da qualcuno recentemente invocato in più di un articolo di giornale e rivista?

Ne faremmo volentieri a meno.

Se l’horror-splatter di Dario Argento e di sua figlia Asia lo tolleriamo perchè trascurabile parto di fantasia, quest’altro orrore è un coltello affilato che sfruguglia senza anestesia in una piaga aperta e non vale il finale di speranza dei due bravi attori distesi a terra – che guardano un bellissimo angelo e il suo giglio stretto nella mano, dipinti sul soffitto di un’antica stanza – a dirci che il futuro è un cielo aperto e noi le stelle ancora calde per una residua luce.

nei fori ciechi sui muri

Ha dei brevi fremiti, seguiti da uno stato di sopore. Che sia viva lo dimostra il movimento ripetuto di una zampa che si alza verso il muso senza riuscire a toccarlo. E’ uscita dalla tana per morire, forse, avvelenata dalle esche che vengono gettate nei tombini e nei fori ciechi sui muri. O forse è solo arrivata la sua ora e non teme di mostrarsi, grossa com’è, agli sguardi di spavento delle signore e dei bambini trascinati via dalle mamme con parole di orrore e di stizza.

Soffre? E’ certo. Niente si dà senza dolore nei transiti verso e via dalla vita. Dal primo vagito alla bara è il dolore il compagno maledetto dei viventi.

Dicono gli ‘esperti’ che gli animali non hanno coscienza di se; il dolore, quindi, è percepito in modo diverso, meno ossessivo e spaventevole rispetto agli umani.

Mi vengono in mente molte cose, guardando la pantegana agonizzante, il suo muso aguzzo intenerito dall’essere così esposta, tremante, indifesa.

Mi vengono in mente i vecchi pellerossa malati che abbandonavano il villaggio e andavano a morire sui monti, aggrediti dagli orsi o dai lupi, ma anche il primo manifestarsi della peste nel romanzo di Camus: i topi che uscivano a decine per le strade e l’orrore e la paura che allagavano i pensieri degli uomini e delle donne della città africana.

Dice Camus che: ‘Il y a dans les hommes plus de choses à admirer que de choses à mèpriser’ (ci sono più cose da ammirare che da disprezzare negli uomini e le donne), ma è scoperta che si fa: ‘au milieu de fleaux’ (nel corso dei flagelli, delle catastrofi).

Forse è vero. A distanza di decenni, abbiamo scoperto che alcune persone hanno speso del loro e hanno corso seri rischi per salvare qualche decine o centinaia di ebrei dalle deportazioni e morte conseguente. Basta un pugno di eroi per riscattare la nostra umanità degradata?

Altre, metaforiche, pantegane si cacciano in queste ore dal Belpaese – paese di atroci illusioni e spaventosi disincanti . Oggi sono i rom e i rumeni, che gli vanno appresso per via della radice del nome. Qualcuno (dalla Padania) ha notato che anche i romani hanno uguale radice.

Dovremmo soffermarci più spesso a osservare chi soffre e chi muore perchè, come scriveva Saba, ‘il dolore è universale, eterno, / ha una voce e non cambia…’

di Maria Farar l’infanticida

Il mio primo quesito concreto sul male che tutti ci tormenta risale alla lettura di una poesia di B: Brecht, tratta da le ‘Devozioni domestiche’. Avevo quattordici anni e la ‘fede’ cominciava ad abbandonarmi per i troppi quesiti irresolti che invano ponevo ai diversi preti di religione.

La poesia trattava di una tale Maria Farrar-l’infanticida: una giovane donna rachitica e orfana messa incinta da qualcuno e poi abbandonata al suo destino – che sopprime il figlio appena partorito perchè non riusciva a tollerare il suo pianto.

Una lontana ‘madre di Cogne’ per intenderci, (fatte salve le condizioni di indigenza della Farrar) che, a differenza di lei, venne subito imprigionata e perì nel carcere dove fu rinchiusa.

E’ probabile che B:B. l’abbia derivata da un fatto di cronaca, ma ciò che più mi colpì fu l’approccio ‘umanitario’ e poco ideologico del poeta che, successivamente, divenne il bardo del Socialismo reale ai suoi inizi.

Il male, il suo impero indicutibile sul pianeta Terra, è tema denso e confuso che nessun filosofo e/o teologo ha sbrogliato in modo convincente ed esaustivo. Per molti è l’affascinante mistero che la mistica cristiana predice sciolto nella mitica valle di Giosafatte. Per i laici e gli atei, è il semplice svolgersi caotico degli eventi incontrollabili che fanno le noste vite.

Alcuni cosmologi hanno suggerito l’ipotesi che la specie umana sia finita in un cul de sac evolutivo dello spazio-tempo e non riesca a trovare il modo di praticare un foro e ‘uscire a rivedere le stelle’.

Come che sia, la questione del male ci affanna e ci oppone.

Vi è chi, in un delirio di potenza (delirio perchè la sorte di una larga maggioranza degli esseri umani è l’impotenza) auspica misure severe, pene di morte, rivalse e arrembaggi ai campi dei nomadi (ultimi aggiunti nella classifica dei ‘malfattori’ e, certo, non i maggiori) e chi si limita a constatare un procedere della specie umana ‘col passo del gambero’: due passi avanti e uno indietro.

A tutti voglio sottoporre il finale della poesia che mi intrigò all’alba dei miei quattordici anni perchè sintesi di una ‘pietas’ che dovremmo poter condividere:

Maria Farrar, nata in aprile / defunta nelle carceri di Meissen, /ragazza-madre condannata, vuole / mostrare a tutti quanto siamo fragili. / Voi, che partorite comode in un letto / e il vostro grembo chiamate ‘benedetto’ /contro i deboli e i reietti non scagliate l’anatema / Fu grave il suo peccato, ma grande la sua pena / Di grazia, quindi, non vogliate sdegnarvi: / ogni creatura ha bisogno dell’aiuto degli altri.

un pugno nello stomaco

E’ un pugno nello stomaco cui segue una nausea improvvisa e prolungata. La visione cui ci rifiutiamo, che ci è risparmiata dalla casualità degli eventi che fanno la nostra vita, (ne incontriamo pochi, non sappiamo dove abitino e come concretamente vivano gli ‘ultimi’ la cui presenza nelle nostre città noi tolleriamo) ci viene proposta in modo esplicito e brutale dal film di Loach: ‘In questo mondo libero’.

Mi sfugge il senso del titolo: se si deve sarcasticamente applicare alla libertà di intrapresa che consente alla protagonista di improvvisarsi ‘caporala’ o se, di contro, si applichi alla sostanziale libertà di ingresso nei paesi ricchi della folla di ‘dannati della terra’ le cui vicissitudini sono narrate nel film.

Loach viene accusato di essere ‘partigiano’ e i suoi films di essere manifesti di un’aborrita ‘sinistra radicale’, ma vi è un profondo senso di umanità nel modo in cui egli considera entrambe la parti in conflitto.

La ‘caporala’ viene disegnata come una spiantata, una ‘poco di buono’ per cause non dipendenti dalla sua volontà, bensì discendenti dai diversi elementi caotici che fanno la sua storia, ai quali ella non sa opporre altro che una disperata voglia di uscirne, di acciuffare il bandolo di una ricchezza possibile e passi se questa arriverà dalla truffa, dall’inganno orribile consumato nei confronti di chi è più in basso di un gradino nel girone infernale che li accomuna.

E’ anch’essa, infatti, la caporala, una ‘dannata della terra’, un’anima confitta nel girone dei ‘bisognosi’ – se vogliamo inventarne uno, di ‘girone’ nella Umana Comoedia che Loach disegna ad ogni suo film nuovo.

Il film finisce dove cominciano i nostri interrogativi: che vogliamo farne di questa umanità di disperati che ci affanna, questa torma di uomini bisognosi che danno vita (e talora infamia) alle nostre cronache di post-moderni?

Lasciarli andare alle onde assassine -come sogna qualche demente- o includerli nel disegno di un ‘ordine nuovo’ che dobbiamo al più presto disegnare e porre in essere per cominciare quel cammino comune che ci porta di là del Novecento -secolo di morte e infinito dolore- dentro un terzo millennio che vorremmo chiaro, solare ‘vocato alla stelle’ e lontano dalle caverne e dalle trincee della nostra preistoria di uomini e donne?