Archivio mensile:ottobre 2007

guerra e pace

‘Bisogna amare, bisogna vivere, bisogna credere..’ così dice il principe Andreij a Natasha prima di spirare tra le sue braccia.

I grandi romanzi vivono di enfasi retoriche, di commozioni profonde: storie d’amore che finiscono, vite che si spengono. ma Majakovkski, l’antiretore, disse più tardi ‘In questo mondo non è difficile morire. Vivere è di gran lunga più difficile.’

Sappiamo come finì per lui, lucido interprete della sua semplice tesi. La rivoluzione che egli amò fino ad inebriarsi e morirci di delusione si mangiò i suoi predicatori uno a uno.

Emuli del principe Andreij, ci sentiamo di dire che bisogna amare, vivere, credere, ma bisogna farlo prima che i soldati francesi siano alle porte della città e noi ormai deliranti su un letto di morte.

Bisogna avere cari tutti i momenti della nostra normalità – che a tratti ci appare noiosa, piatta, avvilente, ma che rimpiangiamo fino alle lacrime quando eventi straordinariamente catastrofici ci fanno toccare il diapason dei sentimenti.

Ricordiamoci della commovente morte e lo strazio del rimpianto di poco aver vissuto e male di Andreij, ma più di Majakovski che prediva -presentendolo- che ‘vivere è di gran lunga più difficile’.

di chi va a Canossa e perchè

A Canossa ci vanno un sacco di persone dai tempi immemorati. Ci andò un aspirante imperatore – saputo che vi era ospite il suo antagonista: un papa roccioso, scorbutico, incline alla facile scomunica come un soldato era incline ad impugnare la spada – e lo fecero attendere al freddo e lo umiliarono perchè si ficcasse bene in testa l’idea antica che non vi è potere temporale che tenga se non è investito da una più alta autorità sacrale.

Naturalmente la storia avrebbe potuto andare altrimenti. Quel tal imperatore avrebbe potuto ‘marciare su Roma’ temerariamente e una diversa pagina di storia sarebbe stata scritta e le seguenti tutte rimescolate con risultati sorprendenti.

A Canossa oggi ci si va per una gita o per un’abbuffata e il luogo è incantevole colla sua collina solitaria e il castello che è stato consegnato a futura memoria a una metafora storica oggi peraltro dimenticata.

Oggi nessuno ‘va a Canossa’.

Incuranti del clima culturale che il luogo ispirava, i miei interlocutori di ieri mantenevano alte le polemiche, a tavola e fuori, contro l’attuale governo e il suo conduttore, non si dicevano pentiti dei loro ribellismi di categoria sociale privilegiata (?), delle loro storiche predilezioni anti-tasse, antipolitiche e nessun accordo, nessun ‘trattato’ ci è riuscito di scrivere sulle ‘dieci regole fondamentali’ che fanno un buon cittadino e un’armonica cittadinanza.

C’è bisogno di più tempo per poter scrivere un trattato, giorni e mesi. I padri conciliari d’antan ci mettevano anni e intanto intrallazzavano coi vari principi e duchi e li armavano gli uni contro gli altri perchè fosse chiaro che la Chiesa li buggerava tutti in nome di un Principio Superiore – in principio era il Verbo.

Però c’è chi ancora ci prova a conciliare, a diramare i verbi nuovi di una conciliazione nazionale possibile.

Walter Veltroni presiede il suo Concilio di fondazione del nuovo partito e lancia le parole d’ordine che segneranno il futuro prossimo del governo nazionale e della competizione elettorale prossima ventura

Ci sono rappresentati i Principi (Montezemolo) delle Signorie odierne (Confindustria) e assieme ai semi del futuro raccolto democratico vola in aria anche la zizzania delle diatribe, delle storiche opposizioni e incredulità per quanto di veramente nuovo può emergere dal vecchio della politica italiana.

Berlusconi manda a dire al suo antagonista che è vecchio dentro, ma certo lui non ha titoli per salire sul pulpito e arringare i fedeli – a parte i ciechi e i sordi che lo osannnano e i soldati di ventura che arruola a libro paga. Lui era vecchio prima di nascere, come lo sono certuni mercanti: senz’anima per vocazione e partito preso, affaristi senza scrupoli come i loro sodali che entrano in politica come si entrava al mulino: per infarinarsi.

Prendi i soldi e scappa. In Tunisia, magari – per sottrarsi ai processi e da lì tramare e sognare un impossibile ritorno come Napoleone all’Elba.

Insomma era la storia a farla da padrona ieri, a Canossa, e al castello della metafora ci siamo andati in pellegrinaggio tutti quanti eravamo per un inconscio omaggio ai luoghi delle riconciliazioni possibili e auspicate.

Coscienti che ogni riconciliazione è solo un punto di partenza per nuove opposizioni e future guerre di conquiste.

Perchè il nostro futuro di uomini non sa sottrarsi al caos terribile della Storia che ogni giorno scriviamo.

Buona domenica a tutti.

‘se vuoi, ti sogno io…’

E’ una bella signora. Affermata. Di spirito. Ride e scherza e trasmette simpatia ad ogni nuovo incontro. Ballo con lei da poco tempo. Ballare il tango è una cosa complicata e piena di sorprese. Con chi ti piace, il gioco dei passi a volte riesce male, una vera iattura – il corpo sovente va per i fatti suoi e la mente se ne stupisce. Schizofrenia o questione di ‘supporti’ poco adatti, come si usa dire in era post-tecnologica?

Fatto sta che, ballando, con lei mi viene piuttosto da parlare. Mi ha confessato che quel tale la corteggia. Chi, quello? Si.

Ma dai, Laura (il nome è fittizio), lo sanno tutti che è l’ammazzasette; una ne scopa e sette ne corteggia e le mette in lista d’attesa.

C’è gioco e complicità tra me e lei, ma, a questo mio dire, la sento irrigidirsi.

Le ho tolto qualcosa in cui credere, in cui ‘si vuole’ credere: che l’attenzione che qualcuno ti rivolge sia meritata, oppure un dono del cielo. Perchè è scarsa? Sicuramente per questo. L’età nostra ha macinato storie e delusioni, inganni e sofferenze, dovremmo essere smagati e invece ci ricaschiamo.

Abbiamo bisogno di amore più che di tutto il resto che fa desiderabile al mattino la luce del giorno nuovo.

Mi sarebbe piaciuto sapere di più della sua storia, del marito che ha lasciato, del suo nuovo compagno e della sotterranea crisi che li investe e, invece, mi trovo tra i piedi quel tale, uno rozzo, uno che ha dichiarato apertamente che le milonghe sono il suo terreno di caccia e tutti noi, accasati, a chiederci che ci trovano le donne in un tale lupo selvatico.

‘E’ la solitudine, la risposta.’, azzarda Paolo. ‘Per vincere la solitudine si accetta qualsiasi cosa, si ficcano gli occhi in uno sguardo qualunque. Il corpo segue, ma non è importante’.

Ma non tu, Laura, non tu. -mi vien da pensare. L’intelletto e la cultura dovrebbero salvare da queste cadute di stile.

‘Mi ha chiesto se può sognarmi.’ aggiunge con un bel sorriso ironico.

‘E’ il suo cavallo di battaglia, l’assolo di un tenore sfiatato.’ rispondo duro.

Se vuoi ti sogno io, mi verrebbe da dirle, ma è una frase rischiosa. Potrebbe dirmi: ‘Fallo.’ e sorridermi con tristezza.

le nostre vite in franchising

Se la pietà diventa una missione ti snatura la vita. La pietà è il sale nascosto delle nostre vite, dà sapore ai gesti, agli sguardi, ragione ai comportamenti, informa le leggi, ma non in questo caso: nel caso di quel padre che per decenni ha vissuto la sospensione della sua vita perchè fosse riconosciuto a favore di sua figlia l’elementare principio del ‘testamento biologico’; il dire, cioè, a chiare lettere che cosa vogliamo sia fatto o non fatto dai medici in caso di nostro coma permanente, di vita sospesa.

Che cosa vorreste voi? Vivere? E sia. Morire? Non si può. Perchè? Perchè no.

Come sarebbe perchè no? Sarebbe che Dio non lo vuole, che la vita non è tua, bensì l’hai ricevuta in franchising, devi gestirla al meglio e riconsegnarla al Leggittimo Proprietario quando lo dirà lui. Ma nel caso di Eluana e di altri ridotti come lei sono i medici a dire quale sarà il momento, sono loro a prolungare le cure e l’alimentazione che appende una vita alla stampella di un’armadio clinico in attesa di un miracolo. Solo qualche decennio fa non lo si faceva, non c’erano le condizioni tecnologiche e le informazioni sanitarie necessarie per prolungare un coma oltremisura.

E passano gli anni, i decenni, in attesa del miracolo di un ‘risveglio’ e quel padre sempre in giro colla pazienza di un Giobbe e la richiesta di pietà a fior di labbra a dire a chi conta, a chi può (perchè noi non possiamo, la nostra vita non è nostra) che Eluana aveva detto chiaramente che non voleva vivere a quel modo, se fosse capitato a lei.

Ma la sua vita non era sua, era di un Altro, di quel Sempiterno immaginario in nome e per conto del Quale una casta di pretesi sacerdoti della Verità Rivelata impone i suoi diktat su ognuno di noi, che ci crediamo o no, non importa.

naturalmente

Naturalmente sapevamo di esporci al ridicolo: tutta quella gente in fila davanti ai seggi improvvisati dentro le scuole, i palazzi, i gazebo. Sapevamo di sfidare i sorrisetti di chi non ci crede più, se mai ci ha creduto. Gente che non crede che la politica saprà rinnovarsi, saprà spazzare via il vecchio e il malato (molto vecchio, molto malato) e, per la verità, non è che ci credessimo neanche noi più di tanto.

Tuttavia ci siamo andati, abbiamo votato, ripetendo un rito antico e fragile, rinnovando la speranza -dura a morire- che ci sarà un mondo diverso e migliore, che dal cappello da prestidigitatore del futuro uscirà la colomba bianca che ci stupirà, ci dirà ingessati nelle nostre paranoie di rabbia e furore contro l’ingiusto delle cose e contro i Barabba che hanno scavato le trincee nei palazzi delle istituzioni e combattono la loro sporca guerra di posizione e privilegio negativo.

Ci sentivamo un po’ coglioni, diciamolo, per quel nostro sperare insensato, quella sfida all’antipolitica che alberga negli animi di tutti, compresi i nostri, eppure ci sorridevamo dalla testa alla coda della lunga fila, parlavamo a voce bassa, scambiando poche parole serene perchè la democrazia è un analgesico, lenisce il dolore e ne innalza la soglia, dice parole consolatorie come si conviene al capezzale del malato – anche di colui che sta per morire e piange sommessamente perchè l’intollerabile di ogni addio è il non esserci più, il non poter più salutare e scambiare gli sguardi emozionati con chi abbiamo conosciuto e amato.

E noi la politica l’abbiamo amata e l’amiamo, la politica della polis, dei bravi cittadini che fanno sogni e lottano per vederli riconosciuti, dei cittadini che pensano che al governo della nazione dovrebbero andarci i migliori tra noi, quelli che non sono indagati/indiziati di reati gravi e meno gravi, che non ambiscono a farsi ‘gli affari loro’, bensì sono animati da ‘spirito di servizio’ sono ‘servitori dello stato’ per usare una cara, vecchia locuzione dei buoni tempi andati. Siamo minoranza, lo sappiamo e, tuttavia, sappiamo di essere il ‘sale della terra’, i catacombali sacerdoti della speranza.

Non sappiamo come sia andata, se eravamo molti o pochi, la cosa è sempre opinabile, la coperta del sentire politico la si tira sempre da una parte e dall’altra secondo i desiderata e la fazione di appartenenza di ognuno, però ci sentivamo sollevati, all’uscita del seggio, perchè avevamo consegnato all’urna un’altra speranza, l’ennesima ed è seme che – se la primavera sarà tiepida e un po’ di pioggia bagnerà il terreno- fiorirà, una volta giunta la sua stagione, il giusto calore che favorisce la crescita di fiori e piante rigogliosi.

Dite che il seme non era quello giusto? che l’erba buona è ancora frammista all’erba gramigna?

Si vedrà, aspettiamo la fioritura, poi lavoreremo sul campo a schiena piegata e strapperemo le erbacce e lasceremo crescere i fiori e le piante che più ci piacciono e quelle che ci saranno cibo.

Certo l’inverno sarà lungo e freddo e ci saranno temporali e nevicate e ci copriremo per bene e attizzeremo il fuoco nei caminetti, ma la primavera arriverà, ne siamo certi, ‘vogliamo’ esserne certi, perchè della primavera non si può far senza e, se non ci fosse, bisognerebbe inventarla.

salta tutto, tutto brucia

In certi momenti della sua storia l’umanitò perde i conti del suo esserci e vivere e abitare i villaggi e le città. Salta tutto; tutto brucia; tutto si perde per l’aria vuota e odorosa di fumo e solo in pochi ricordano com’era e dov’era il luogo abitato fino a ieri, ma per larghe approssimazioni, tanto larghe quanto sono larghi i crateri delle bombe.

Si perdono i mattinali della polizia – prima ordinatamente archiviati sugli scaffali e ora ridotti a fogli volanti ad ogni alito di vento; si perdono i mappali degli archivi catastali con su segnate le proprietà di famiglia, si perde il conto dei morti e degli ancora viventi di cui non si sa più nulla. Dispersi, li dicono i giornali; ma poi si aggiungono al bilancio finale di chi non è più e occorre certificarlo ai fini delle eredità e dei lasciti.

Accadde durante le grandi pestilenze, accade dopo le guerre e i bombardamenti a tappeto. E’ accaduto a Dresda solo sessanta e passa anni fa.

Il 13 febbraio 1945 il frastuono dei bombardieri americani alti nel cielo faceva vibrare i vetri delle case – oltremodo stipate di gente impaurita, ma sicura che sarebbero passati oltre, come ogni altra volta, verso le caserme e le polveriere e i depositi di armi concentrati intorno a Berlino-città bunker.

Moltissimi berlinesi, tutti quelli che avevano potuto, si erano rifugiati nella bella città d’arte della Sassonia – sicuri che la Firenze sull’Elba mai sarebbe stata oltraggiata da un ordigno esplosivo.

Erano rassegnati alla guerra perduta, i civili, i tedeschi che avevano vissuto i fasti del nazionalsocialismo trionfante, ma ora riflettevano mestamente sulla vanità di ogni impero preteso, di ogni stirpe guerriera che si era detta invitta, ma morivano come mosche sui fronti orientali e occidentali, nonchè nei centri abitati colpiti dalle bombe.

La prima bomba spezzò l’incanto e un urlo enorme, collettivo, dentro le case e nelle vie animate da gente in fuga fece seguito al disgregarsi in briciole di pietra della cupola gloriosa dell Frauenkirche. Il simbolo della città, la sua anima, fu tra i primi a crollare, ripiegare su se stesso e morire davanti agli sguardi attoniti di chi non voleva credere a quell’incubo.

Come avevano potuto i generali alleati decidere a tavolino quella assoluta imbecillità, quella immensa tragedia che annichiliva una storica città d’arte europea e ne uccideva gli abitanti a migliaia, centinaia di migliaia – per stare al conteggio degli storici, sempre molto diverso da quello degli ‘strateghi militari’? Quale considerazione ‘strategica’ di gran peso li aveva decisi a quel passo?

Più di Hiroshima, più di Nagasaki, il più grande sterminio della storia concentrato in un solo luogo, questo è stato il bombardamento di Dresda.

15 km quadrati di manufatti storico-artistici vennero sbriciolati durante i ripetuti passaggi dei bombardieri, prima gli americani, poi gli inglesi, per assicurarsi che niente restasse in piedi.

Dresda è rinata dalle sue ceneri più e meglio della mitica Fenice. Il ridisegno della città voluto dagli amministratori e dagli architetti incaricati ha ri-prodotto in buona parte l’antico e armonizzato il moderno tutt’intorno alla grande chiesa-cupola di cui rimane solo mezzo bastione storico incastonato nella struttura.

Il ridisegno del mondo e le città ripopolate dopo le pestilenze e le guerre ci rassicurano sulla nostra capacità di risollevarci ad ogni caduta, rinascere dopo ogni morte apparente della nostra fragile umanità.

Dresda e le altre città della Germania rinate dalle loro ceneri sono monumenti all’idea della rinascita e dell’oblio necessario al perdono.

Abbiamo bisogno, un immenso bisogno, di sapere che gli orrori della Storia non ci schiantano, non ci annichiliscono, che Hiroshima, Dresda, Nakasaki, Berlino sono libere dalla follia nazionalistica che le ha perdute.

A Dresda, dentro la Fraeunkirche bella dei suoi stucchi variati nel rosa e nel giallo, si entra in punta di piedi, in processione, compunti come in un santuario laico e religioso insieme dove si va a chiedere la grazia di mai più impazzire.

battaglie perdute, pura sopravvivenza

Grazie di averlo evidenziato, Stefano, me l’ero perso (un articolo di M.Travaglio n.d.r.).

Grande Travaglio (nomen omen), come sempre. Aggiungo che mi da un senso di pulizia leggerlo.

E’ bello sapere che tanti giovani insorgono contro la censura e il bavaglio che si vorrebbe stringere al collo dei vari De Magistris e Forleo.

E’ bello ricordare che abbiamo votato Unione per cancelllare la quasi totalità delle leggi-canaglia del governo Berlusconi, ma, credimi, io sapevo fin dall’inizio che quella comnpagine non avrebbe fatto nulla in  quel senso, che avremmo dovuto penare la vita al Senato -grazie a una delle leggi-porcata del centro-destra, quella elettorale, che avremmo dovuto limitarci alla ordinaria amministrazione, la Finanziaria o poco più.

Lo sapevo. Perchè imbarcare Mastella al governo siginificava sottostare ai suoi diktat, imbarcare Dini ci avrebbe esposto ai ricatti (e non un Caronte che batta col remo queste anime prave e ricordi loro che il traghetto è per l’Inferno), imbarcare Rifondazione e i Comunisti italiani avrebbe significato un costante vociare per avere sempre di più dalle casse dello stato a favore dei ceti rappresentati  politicamente.

Sapevo tutto e tuttavia li ho votati, turandomi il naso.

Perchè altra compagine elettorale non era disponibile per constrastare il Marrano, il Barabba, l’uomo che si comprava le sentenze e faceva senatori i suoi fidi avvocati, Previti in testa, uomini della marcia prima repubblica che hanno fatto naufragare in una melma putrida la seconda, nata dalle vane speranze di Mani pulite.

Mi accontento, caro Stefano, della lotta all’evasione -più annunciata che reale, come scrive Emi, ma che qualche frutto lo ha dato, non foss’altro che per effetto di annuncio e qualche discreta visita fiscale in più nei luoghi dei soliti noti.

Visioni di futuro? Nessuna.

Prima o poi la cabala del Senato ci dirà che i numeri del Senato non ci sono più e torneremo sotto, qualche metro più sotto nel mer-daio Italia, coi bravi spalatori del centro-destra che ci ricopriranno di bel nuovo colle loro deiezioni, ma almeno abbiamo preso aria, respirato un poco sulla superficie diminuendo l’intensità dei fetori.

Ci si deve accontentare dell’esercito che si trova e del campo di battaglia imposto dal nemico, se altri soldati nuovi rifiutano di addestrarsi e di arruolarsi.

di antipolitica e disincanto

Ci rriprovo, alla faccia dei censori occulti di Virgilio e delle loro strambe cancellazioni. Stavolta, però, serbo memoria del post e lo reincollerò ad ogni nuova cancellazione. Vediamo chi vince o si stufa prima.

Caro Fire,

non c’è incorenza nelle mie riflessioni sulla vanità della cosidetta antipolitica, bensì disincanto, puro disincanto e anche una certa sorpresa nel vedere quanti di voi si schierano dietro le vane bandiere dei ‘vaffa’ e delle accuse a tutto campo contro tutti e tutto -più verso sinistra che verso destra, però, e questa cosa mi puzza.

Alcuni di voi destri si fregano le mani -credo- per questa tendenza del popolo di sinistra agli autogoals e sono speranzosi di un ribaltone che gioverebbe solo al Berlusca e agli attesi nuovi condoni fiscali, tributari ed edilizi, -senza che nulla cambi dello stato delle mer-dose cose che causano il puzzo costante del letam-aio Italia che ci ospita.

Ho ascoltato la trasmissione di Santoro sulla censura che si vorrebbe imporre a magistrati come De Magistris e la Clementina e non ci ho trovato nulla di nuovo. Dallo scandalo dei petroli di democristiana memoria e a quello Loockeed, passando per Tangentopoli e Berlusconi (che ne ha fatto la sua bandiera di riscossa e personale controriforma giudiziaria, affossando Mani pulite e le molte speranze che aveva suscitato), niente di nuovo e diverso propone la nostra strana repubblica.

Nè mi sembra una vulcanica novità che qualcuno si alzi in piedi -di tanto in tanto- sulla superficie del letam-aio e prenda a gridare ‘che puzza! che schifo!’ seguito da osannanti neo schifiltosi.

Dormito male, brava gente? Dov’eravate fino all’altro ieri e durante tutto il mer-doso lustro berlusconiano di governo (si fa per dire)? Solo adesso che qualcuno si è messo di buzzo buono a recuperare un’infima quantità di miliardi evasi vi si sveglia il ghiribizzo di gridare ‘al ladro!’ al corrotto!’ ?

E domani, magari, tutti buonini-buonini, belli in fila davanti ai seggi elettorali a fare le vostre diligenti crocette su Forza Italia, Alleanza nazionale, Partito democratico, Rifondazione, con percentuali ogni volta più bulgare.

Siete/siamo parte in causa, nel lata-maio Italia, amici miei, (‘è qui che dovete vivere il resto dei vostri anni’, ci coglionava Il Forattini ai tempi di Andreotti e Spadolini in una famosa vignetta pubblicata su ‘la Repubblica’).

La soluzione al problema non è certo il gridare ‘alle urne, alle urne!’ come fanno i marpioni della destra un giorno si e l’altro pure. Abituiamoci a turarci il naso, piuttosto, in attesa che maturi negli animi di destri e sinistri quella Rivoluzione Morale bipartisan alla quale non crede nessuno, non ancora almeno.

Nel seicento si mettevano le parrucche sopra ai pidocchi e la cipria sulle croste; potremo rinverdire l’usanza, che ne dite, brava gente?

Ho simpatia per tutti quei magistrati che ‘ci provano’ a fare pulizia, a denunciare il supposto malaffare (supposto,brava gente, solo supposto, fino alla conclusione dei famigerati tre-gradi-tre del giudizio e le eventuali prescrizioni), ma il disincanto di tanti anni di cattiva politica e cattiva giustizia, mi spinge a credere che le denunce non approderanno ad alcun risultato positivo, nè riusciranno a dire la verità provata delle inchieste che sono state istruite.

Anch’io mi auguro che De Magistris riesca a far vedere gli scheletri dentro gli armadi, ma le armi della giustizia sono spuntate da tanto tempo e Berlusconi ci ha messo abbondantemente del suo nel tagliare i pochi -retrattili- artigli ai poveri p. m.

Coraggio. Vi resta sempre il sole, il mare, la pizza e gli spaghetti. E il calcio, se amate il genere. La vita continua, accoglietela con un sorriso. Dicono che un cotale esercizio mentale e facciale faccia un gran bene, sappiatemi dire.

Con universale simpatia, sempre vostro

Chiarafede

 

riferimento : Forum Virgilio ‘a spasso con la Schiaccia’ oppure ‘il caos del mondo- noi hutu e i tutsi’

la scienza e l’antipolitica

Per nostra fortuna è la scienza che illumina il futuro. Non l’antipolitica.

Questa illumina tutt’al più le scene dell’Italietta prossima ventura, l’Italietta di quella tale, la Brambilla, e del suo compare – coi loro fantomatici ‘circoli della libertà’ creati ad arte per fornire spunti ai comici del dopo Prodi.

Perchè il triste e il miserando di tutta la vicenda dei ‘vaffa’ e della cosidetta ‘antipolitica’ è che vanno a parare proprio lì: il ritorno al governo dello psiconano e l’assordante silenzio degli innocenti che ne seguirà – uguale a quello che ha consentito al Mal-nato di governare per un intero lustro indisturbato con condoni fiscali e tributari a iosa e autocondoni processuali.

Occupiamoci allora del batterio di sintesi, argomento di ben altro peso e interesse da quello suesposto. Un altro passo avanti è stato compiuto ‘verso le stelle’ e ‘verso Dio’ – a giudicare dalla bile malamente nascosta dai monsignori di Oltre-tevere -che la esprimono cripticamente attraverso l’editoriale di oggi su ‘l’Avvenire’.

Perchè ogni passo compiuto verso la riproduzione della vita, la sua manipolazione, la messa in azione e in opera della cosidetta ‘vita artificiale’ ci avvicina ai segreti dei Sacri Misteri e li denuda. Non è solo il re ad essere nudo, ma anche gli dei, -tutti, senza eccezione, morti insieme ai popoli che li hanno partoriti e hanno fatto la storia, ma poi hanno riempito le cronache dell’archeologia e dei musei.

E se Dio è morto, come diceva il filosofo, resta pur sempre l’uomo a guardare il suo futuro, l’uomo figlio di Prometeo e del suo fuoco – con tutte le angosce e le paure che ciò comporta, ma anche colla suprema responsabilità che consegue all’assunzione del suo destino di semidio.

Il batterio di sintesi è un passo nella direzione della conquista del cosmo, è la fantascienza che, ancora una volta, si mostra seconda alla realtà solare della scienza che scimmiotta – come accadde ai romanzi di Giulio Verne che oggi ci appaiono fiabeschi e ingenui

Riusciranno i nostri eroi? Riusciranno. Sono le stelle il nostro futuro, saranno le nostre creazioni – le astronavi condotte da robots simili a noi – a solcare il buio del cosmo e ad approdare sui pianeti di altre galassie.

E i pericoli? si chiedono i pavidi di sempre, i pavidi per ideologia e religione. I pericoli ci sono sempre stati e sempre ci saranno. C’erano pericoli nell’atomica e nel nucleare e li abbiamo subiti e, speriamo, bypassati.

Bypasseremo anche questi altri, che vanno al seguito della scoperta della vita artificiale. Tutto si fa con il rischio e con il dolore nelle nostre vite. Siamo figli di Prometeo e del fuoco e tutto paghiamo col dolore nella nostra assunzione di responsabilità di semidei prossimi venturi.

Buona domenica a tutti.

di imperatori e rivoluzionari…

‘Ich bin ein Berliner’, disse J.F.Kennedy in visita alla città divisa in quattro zone di influenza. ‘Siamo tutti berlinesi’, fu il coro unanime che si levò dall’Europa e dal mondo quando il muro crollò. Tra i due momenti topici ci passa la fine della Guerra fredda, il disgelo politico del mondo che annunciava il crollo del grande iceberg dell’Unione Sovietica – crollo grandioso, come lo fu l’illusione filosofica della lotta di classe che aveva congelato la vita di milioni di persone all’est dell’Europa dopo la guerra vittoriosa al nazifascismo.

Oggi Berlino non ha più bisogno della solidarietà del mondo occidentale, fa da sè. Il tasso di crescita esponenziale del turismo la mette al pari di Parigi e Londra e Roma. Le sue architetture nuove sono ardite e piacevoli; il buon Archi sarebbe felice di lavorarvi e di aggiungere un tassello suo alle bellezze della ‘nuova Roma’ rinata dalle sue ceneri.

Radere al suolo le vecchie città è un’idea che piace agli architetti, gente vocata per deformazione professionale alle palingenesi, al ridisegno permanente del mondo. Io, invece, mi rannicchio nel passato; visito più volentieri i musei che ne sono testimonianza, mi circondo dei fantasmi di chi è vissuto e mi commuovo all’evocazione delle loro vite, al di là della loro appartenenza di classe.

Il castello di Charlottenburg è parzialmente sopravissuto ai bombardamenti insensati che cercavano di fiaccare la resistenza di Hitler chiuso nel suo bunker cogli amati generali vocati al suicidio.

La regina Charlotte deve essere stata una donna mica male, a parte la pinguedine. Molti quadri la raffigurano nelle pose maestose dello stile pittorico aulico allora in vigore, ma amava circondarsi di musicisti e filosofi, ‘teneva corte’ con grazia e abilità e costringeva il figlioletto a posare con tutta la famiglia in veste di Cupido. Quel figlioletto, forse per opposizione inconscia alle smancerie materne subite, divenne poi l’imperatore-soldato che unificò e ingrandì il regno di Prussia.

La poveretta morì giovane, 37 anni dorati e vissuti con pienezza, chissà che malattia se la prese.

Il brutto dei secoli andati, a parte la terribile miseria in cui sguazzavano le classi sociali più basse, è l’ignoranza medica che teneva la vita media al di sotto dei cinquant’anni, pesti e colera a parte, naturalmente. La guerra dei trent’anni tra protestanti e cattolici e la peste che la concluse aveva ridotto Berlino a un paesotto di settemila anime.

Due decenni più tardi, la città era tornata sopra ai centomila – grazie alla politica di favore all’immigrazione di ugonotti francesi, svizzeri e boemi. Famosa è rimasta la frase dell’imperatore prussiano che, prossimo a morire, diceva di sognare la Prussia ricca di immigrati francesi e turchi. Non sapeva, evidentemente, di essere buon profeta, di lì a qualche secolo, riguardo a questi ultimi.

Neanche i sovietici scherzavano in quanto a palingenesi architettoniche. Hanno raso al suolo il castello di Berlino, residenza ufficiale dei Kaiser sopravissuta ai bombardamenti degli Alleati; rivederne il modello ricostruito all’interno di un museo mi ha fatto pensare che non c’è limite all’imbecillità dei grandi rivoluzionari -tanto grandi nell’architettare rivoluzioni sociali, quanto piccoli e miseri nel loro sogno stupido di cancellare le meravigliose vestigia del passato.

Mao ha cancellato gran parte della Città proibita, Stalin e i suoi epigoni della DDR hanno seguito le sue orme in parallelo, Pol pot ha pensato bene di spingere alle ultime conseguenze la tendenza e ha svuotato le città, deportato milioni di persone nelle campagne vuote.

Il suo sogno di palingenesi sociale somiglia al ritorno all’età del ferro e delle capanne, col di più -abberrante- di aver studiato e progettato tanta ridicola barbarie in gioventù nelle università europee.

La Gedaechtnis Kaiser Wilhelm Kirche l’hanno lasciata com’era dopo il crollo, con solo la facciata in piedi e la torre principale mozzata, a ricordo della barbarie delle guerre e della dea Nemesi che presiede alle conseguenze delle nostre azioni.

Dietro e davanti hanno costruito un ottagono e un parallelepipedo -chiesa nuova e campanile postmoderni.

I mosaici interni alla vecchia chiesa ancora rilucono grandiosi, grazie ai restauri, e mostrano le sacre incoronazioni; dentro all’ottagono-chiesa nuova un affascinante colore blu-notte avvolge il visitatore e lo immerge nell’amnio angosciante delle notti della ragione che producono i mostri della guerra…..(segue)