Archivio mensile:settembre 2007

è questa la verità?

La verità e un cane di pezza lavato due volte in lavatrice, è la traccia di dna riscontrata dentro il vano della ruota di scorta della macchina che viaggiava nella notte. Al volante è un uomo dai tratti del viso tirati che tiene stretta la mano della donna al suo fianco. La donna piange sommessamente con brevi singulti e un lamento sottile di fondo.

I due vanno a seppellire il cadavere della loro bambina. L’hanno fortemente voluta; per averla hanno penato anni di cure ormonali, ma l’hanno poi perduta a causa di una imperdonabile leggerezza: una dose di sedativo troppo elevata somministrata a una bambina vivacissima che non avrebbe consentito quella maledetta sera ai genitori di partecipare a una cena con amici.

E’ questa la verità dei fatti?

Se lo fosse, che cosa ha spinto i due genitori ad architettare un piano così lucidamente folle come quello di gridare all’unisono al mondo -e mai una sbavatura, l’apparire di una contraddizione, un gesto sbagliato e sospetto- ‘ce l’hanno rapita!’ ?

Hanno mosso sapientemente i fili di una compassione universale sempre montante per mesi e mesi -tradottasi in denaro, molto denaro raccolto durante i concerti, le manifestazioni pubbliche, le mille pubbliche orazioni perchè ‘Maddie sia liberata’.

‘C’è del metodo in quella sua follia’ dice di Amleto il suo antagonista. C’è del metodo nella follia di quei due medici di Rothley, villaggio inglese di tremila anime oggi stretto a difesa dei due folli o innocenti che siano.

Se colpevoli, sono spaventosamente colpevoli. Colpevoli di inganno della fede pubblica, di aver fatto strame di una verità che ha mosso la pietà di tutti e se ne è fatta beffe. Quella loro follia tramutata in metodo e architettura sapiente di menzogna ci appare enorme – pur nel pensiero disperato, sgomento, teso a cancellare dalla loro mente la tragedia di una sera d’estate che ha sospeso le loro vite trasformandole in moderna tragedia della morte, dell’inganno di sè e del mondo tutto.

Quindici gocce di sedativo nel biberon della camomilla serale, il controllo del respiro regolare della piccola che dormiva accanto ai fratellini, la porta che si chiude alle loro spalle e il ritorno, a notte fonda.

Un breve sguardo ai letti dei bambini dormienti, uno sguardo più lungo a quello della bambina stranamente immobile, poi il grido di terrore di lei, il convulso dialogo col marito, la crisi di pianto e di nervi. ‘Non possiamo più farci niente, ascoltami, ascoltami, Kate! E’ morta, capisci? morta! Dobbiamo pensare ai suoi fratelli, a noi due! Ascoltami.’

Mentre albeggiava e i rumori della vita già si udivano fuori delle finestre, ecco il lucido architettare di un piano con voci sommesse alternate a scoppi di pianto, poi ancora una sequenza di pensieri precisi, i tasselli di un mosaico studiato con cura nei giorni e mesi successivi perchè nessun vuoto consentisse agli inquirenti lusitani di avanzare la spaventosa ipotesi di colpevolezza.

E’ la verità? E’ questo che è successo? Perchè ci importa così tanto della verità da destinarvi uomini, capitali, risorse e tuttavia le nostre vite sono impastate di inganni, menzogne, nebbie in cui preferiamo aggirarci complici o indifferenti?

Alleluia, brava gente

Naturalmente tutti ci auguriamo che riesca. Che il bollino ‘doc’ di onestà personale e pubblica lanciato da Grillo sull’orizzonte politico italiano risponda ai requisiti richiesti senza sorprese e contraffazioni, pre e post elezione, dei nuovi ‘civil servants’.

Ce lo auguravamo anche con quell’altro ‘nuovo’, il parvenu della politica con provenienza dalla magistratura, l’Antonio nazionale, quello del ‘ma che ci azzecca?’, però ci ha deluso più volte, ahinoi, e in modo imperdonabile.

I personaggi che ha scelto da eleggere al Parlamento, per cui ha speso la sua credibilità, erano uno più sconcio dell’altro, il giorno dopo hanno fatto i bagagli e sono andati dritti nella Casa del Padre-padrone della politica nostrana, il Grillo di destra, il Berlusca-psiconano, come lo cogliona il vero Grillo, quello Parlante.

Però il futuro si dà ad ogni giorno nuovo e la speranza è sempre con lui, l’ultima a morire.

Avremo liste di gente brava e onesta alle amministrative? Veri onesti, senza sorprese? Alleluia, grazie Signore, finalmente la brava gente ai posti di comando che ci costerà poco e farà quel che il popolo, il bravo popolo italiano chiederà loro.

Allora tutto a posto, ragazzi. Basta con l’antipolitica, non serve più. Il bollino doc di Grillo e la nostra profonda voglia di rinnovamento li spazzerà via tutti i cialtroni e i Barabba a cui abbiamo confidato la politica fino a ieri.

Cara Italia amate sponde pur vi torno a riveder, non dovremo più vergognarci di essere italiani di ‘farci riconoscere’. Grazie Grillo.

Se la cosa funziona, avrai un monumento in tutte le maggiori piazze italiane e un seggio permanente all’Onu. Davvero grazie anche a quelli che hanno soffiato sul fuoco dell’antipolitica fino a qualche minuto fa. Avremo un paese nuovo, aria pura, finalmente.

Alleluia, brava gente.

com’era verde la mia valle….

Certe osservazioni me le dovrei risparmiare, ma è più forte di me. ‘Allà orinan los perros’, dico sorridendo ai due spagnoli stravaccati su un angolo della mia casa. Sono un ragazzo e una ragazza di apparenti trent’anni che mi guardano stralunati mentre indico loro le panchine poco distanti. Non c’è dialogo e tiro dritto per la mia strada. Lo si sapeva in partenza che la battaglia per il decoro dell’Assessore preposto era una battaglia senza soldati e senza vincitori.

‘Finirà che ti prenderai un pugno in faccia’ mi diceva mio padre da bambino.

Per la verità quel luogo, oltre all’orina dei cani, è anche il luogo di raccolta mattutina di decine e decine di colombi che una stramba, vecchia ‘animalista’ dai capelli di stoppia si ostina a nutrire alle sei del mattino per non farsi vedere dagli spazzini, pardon, ‘operatori ecologici’.

I volatili mangiano avidamente il riso che lei butta davanti alla sua porta e alla nostra e cacano di contrappunto – il tutto in barba alla severa ordinanza del sindaco in merito.

E se vogliamo dirla tutta: dal foro poco distante di un tombino esce di notte una pantegana (forse più d’una) di notevoli proporzioni che va a mettere il muso nei sacchetti dell’immondizia che i riottosi veneziani sbattono fuori dalle porte la sera -sempre in barba alle disposizioni e alle ordinanze di ‘Sua Filosofia’, lo sprezzante e arrogante intellettuale che ci ritroviamo quale ‘primus inter pares’.

Il fatto è che quei due ragazzi andranno poi a sedersi sui sedili dei vaporetti con quegli stessi pantaloni e gonne intrisi dell’humus primordiale della città, o sugli autobus per Mestre, e un’igiene pubblica già quantomai precaria si diffonderà e sarà condivisa dagli ignari usufruitori del servizio pubblico.

Tant’è. Questo è quel mondo e se i giornali dovessero dare avviso un bel giorno che degli antistorici casi di peste sono stati segnalati in città, beh, sapete già qual’è stato uno dei probabili veicoli.

Sono tornato in città da poche ore e già la nostalgia della mia valle è forte. Ho il numero di telefono di una signora di Dobbiaco che affitta due appartamenti, si vedrà.

Stamattina, sugli autobus che mi portavano a un supermercato fuoricittà (hanno un Bordeaux di primo prezzo che nessun Cabernet nostrano può avvicinare neanche sopra agli otto euro) ho rivisto ‘gli ultimi’ della città: la folla anonima del popolo che si stringe l’uno addosso all’altro imprecando contro l’autista assassino e raccontandosi in pubblico ‘de visu’ o coi telefonini premuti sulle orecchie.

C’era un tale, uno fuori di testa a guardarlo in faccia, che aveva comprato un sacco di smalto ed acquaragia. Di certo, un imbianchino al nero. Prima di salire aveva ‘pippato’ la sua ultima sigaretta come fosse la più prelibata delle delizie.

Non appena salito, ha cominciato a dire a un suo conoscente a voce altissima di un qualcuno di comune conoscenza morto di recente, del suo cane che azzanna chi gli si avvicina, della zia che gli allunga i soldi delle sigarette. Fan-culo.

Due napoletani parlavano altrettanto forte (per potersi sentire) nel loro dialetto stretto e due vecchi coniugi indigeni appresso a me imprecavano colle loro borse stracolme perchè non c’era posto a sedere.

‘Maledetti loro.’, dicevano fuori dai denti. Loro erano quegli altri, ‘ultimi’ pari loro che gli si affollavano attorno come sardine.

Lei mi guardava male, forse perchè ero seduto e non mi curavo del suo disagio. Fanculo anche a loro, fan-culo agli ultimi che hanno scambiato il diritto con l’arroganza del diritto preteso.

Tutto è dovuto loro perchè una nenia universale buonista continua a risuonare nelle nostre orecchie, ma niente lo è se il troppo di tutto a tutti taglia le risorse ai diritti pretesi.

Come sono lontani i tempi del socialismo umanitario delle origini, la compassione per gli ultimi -che piegavano la schiena e non profferivano verbo- degli intellettuali illuministi d’antan: Engels, Sorel ….

Si fanculeggia a gogo in questo paese, se ne è fatta una parola d’ordine di valore universale. Fan-culo ai politici, fan-culo a chi mi è ostile, fan-culo a te, fanc-culo al mondo. Il paese dei fan-culo ripetuti in modo compulsivo si avvia alla sua ennesima stagione del rifiuto. Rifiuto della politica, rifiuto delle tasse, rifiuto degli allarmi sul clima -dal momento che comportano sacrifici e risorse da destinare ai pannicelli caldi che metteremo per fermare la desertificazione e il resto di negativo che avanza a grandi passi.

Fan-culo allora anche a Settembre, che ha messo fine alla pausa estiva e al relativo silenzio e quiete che ne consegue.

Com’era verde la mia valle…..

nel giro di una generazione

E’ certo il frutto di breve momento che consegue alla riapertura delle scuole, ma riallarga il cuore la speranza del ritorno a una società austera, memore delle care e buone cose che fanno sano il tessuto connettivo della societa partendo dai ragazzi, dai figli, dai nipoti che tornano a sedere sui banchi.

Su ‘la Stampa’, è Paola Mastracola, brava scrittrice, ad aprire il fuoco.

Suggerisce (altro non resta di questi tempi che ‘suggerire’) di tornare all’alfabeto, alla calligrafia come scuola di vita e di regole da rispettare: le ‘a’ belle tonde e che riempiono per intero il quadratino di riferimento, le ‘t’ non troppo alte e che non debordino dalla casella, insomma è da lì che tutto comincia: ogni cosa al suo posto e fatta come si deve, il tempo delle castronerie e delle licenze è finito e quel tale che, invece, predicava l’uso delle playstation e delle moderne diavolerie gioco-didattiche nelle scuole è finito a piedi all’aria, sommerso dalla generale ‘asinità’ degli scolari delle scorse annate che fanno fatica a costruire una frase con più di quattro parole, ma certo ne stendono un decina al colpo, di soldati, sul display del video-gioco preferito.

Perfette ‘macchine da guerra’ per le guerre che ama G.Bush e i suoi comandanti militari: bombardamenti dall’alto; premi un pulsante e il video accanto al pilota mostra che il bersaglio è centrato, poco importa se l’indomani si viene a sapere che erano uffici o una scuola.

Dovremmo tornare a un senso del rispetto reciproco generale. Le nostre città si sono trasformate, in alcune vie e piazze, in rimbombanti e frastornanti luoghi di rumore intollerabile. Averci le finestre della camera da letto è da perderci il sonno e qui da noi tristi comitati di cittadini danno battaglia da anni, -inascoltati da autorità cittadine lassiste e timorose di assumere i provvedimenti necessari- per imporre il rispetto del diritto elementare di ognuno e tutti, quello del sonno, la notte che ristora e fa riposare i corpi e le menti di coloro che durante il giorno studiano e lavorano.

La notte è divertimento, dicono quegl’altri; va bene, divertitevi se altro parto non produce la vostra mente, ma non rompete i coglioni a chi esige il suo sonno.

E non venite a scuola o sui posti di lavoro cogli occhi sonnacchiosi e gli sbadigli di chi ‘la sera leone e la mattina coglione’ (Incy, cos’hai fatto! i tuoi lemmi preferiti ormai mi prendono la mano!).

Insomma, il ritorno a una società delle regole e, magari, dei buoni sentimenti -quelli che garantiscono che su ‘you tube’ non si vedano le sconcezze di certi video che sappiamo- è auspicio che oggi trova cassa di risonanza su molti giornali.

Non durerà, lo so. Durerà un giorno e poi tutto come prima.

Una società malata e che ha cronicizzato la sua malattia del ‘cazzo-che-mi-pare’ non guarisce nel giro di una generazione.

tra i destri e sinistri, caro Conte….

…. ad onta delle pedagogiche, forumistiche apparenti cortesie non potrà mai correre buon sangue per le note ragioni dell’appartenenza (squadra del cuore, gangs di quartiere, partito politico, altro) e per le storie private che a qualcuno hanno riempito il portafoglio e consentito il villone con piscina -magari in flagranza di evasione totale o parziale – e ad altri l’appartamento in affitto e un salaruccio che ‘la quarta settimana vo a credito o lascio da pagare’.

Ricorda il duetto tra Gaber e la Mina con titolo ‘mio padre ha…’

Ci sono molti piani della sua bella analisi che vanno ri-considerati e analizzati secondo i diversi punti di vista.

Il piano oggettivo, ad esempio -descritto in alto e che attiene al portafoglio titoli e agli immobili di proprietà- e quello soggettivo.

Per il piano soggettivo, sospetto che i ‘destri’ siano stati bambini riottosi a scuola e scarsamente propensi ad accettare i valori della socialità, del civismo e della solidarietà. Gente dura, una volta fatti adulti, gente ‘della frontiera’ -come direbbero in America: coloni che si sono fatti da soli e hanno traversato il deserto per ottenere l’agognato pezzo di terra da coltivare annesso al ranch.

Peccato che quelle terre appartenessero alla popolazioni indigene i ‘pellerossa’, costrette alla guerra contro le giacche azzurre e poi imprigionate nelle riserve indiane e sterminate coll’alcool e la depressione collettiva.

L’accumulazione primitiva, è ben noto, gronda lacrime e sangue e anche l’ingenua furbizia di tener nascosti gli antefatti alle generazioni dei nipoti e dei bisnipoti.

Per fortuna ci sono gli storici che riempiono i vuoti e ci raccontano le resistibili ascese, i come e i perchè delle ‘pezzenti ricchezze’ (rubo l’espressione all’ottimo Scalfari) dei vari ‘Berlusconi della terra’, come li definisce la Valduga, poetessa di smisurata bravura e cultura.

Dobbiamo rassegnarci alla guerra, caro Conte, al conflitto permanente e riservare le nostre virtù pedagogico-diplomatiche all’esortazione continua (questa si necessaria, vitale) ad evitare le trincee, la guerra di trincea, guerra intestina come quella che hanno fatto i Tutsi (allora dominatori) contro gli Hutu, ma anche gli aristocratici della Vandea contro il popolo rivoluzionario della città di Parigi per rientrare in possesso di palazzi e castelli e conti in banca.

Il conflitto, in democrazia, è governabile. Governa chi vince e, passati i cinque anni, si contano i morti e i feriti e ci si regola di conseguenza. Tertium non datur.

Poi non è vero che il Vandalo sia più radicale di noi sinistri quando invoca la terra bruciata e le ghigliottine.

Robespierre era di destra o di sinistra, a suo avviso?

Confesso di ammirare molto la figura del ‘puro’, com’era chiamato ai tempi suoi, di detestare la logica del ‘chi va al mulino si infarina’ e di sognare un mondo rigenerato dalla sua visione salvifica di angelo sterminatore. Follie, mi dirà Lei, deliri.

Può essere, ma quelli di Hitler e Mussolini e Franco non lo furono da meno e, prima che ce lo dicano i destri, anche quelli di Stalin e Pol pot.

Insomma, in rapporto a tutto quanto da me esposto, l’espressione del nostro Olivoculturista ‘pagate le tasse e non rompete i coglioni’ mi sembra davvero un obbiettivo minimo, moderato, quasi di destra e, in ogni caso, ampiamente condivisibile.

Buona esercitazione di fioretto, caro Conte.