Archivio mensile:agosto 2007

sale alle cronache

Non è che io voglia parlar d’altro. I ‘lavavetro’ aggressivi sono certo un problema – e nella penuria d’agosto ben vengano anche loro a dare sale alle cronache e al nostro forum che si è arricchito di molte presenze nuove: benvenuti e benritrovati.

Altro problema interessante di oggi e di domani è l’Europa che fa le pulci ai nostri ‘aiuti di stato’, nella fattispecie l’ ‘aiutino’ alla Chiesa cattolica a proposito dei suoi molti immobili di proprietà – chissà che c’è di vero e se sarà avviata una procedura d’infrazione a carico dell’Italia.

A destra fanno quadrato attorno a Santa Romana Chiesa, suppongo più per il bagaglio di crediti elettorali che comporta che per un vero interesse alla drammatica povertà dei prelati bisognosi degli sconti sull’Ici – come lo furono di altri ‘aiuti’ in occasione del Giubileo (sinistra al governo).

Dice l’ampio collegio di difesa che, in realtà, il provvedimento sull’ici riguardava tutto il settore del non-profit, ma il fatto è che quel settore è quasi tutto in mano loro, dei prelati, e chi ha scritto la legge a suo tempo sapeva bene che si trattava di una foglia di fico dietro la quale l’Europa vuole guardare per vedere se il re è davvero nudo.

Il fatto è, cari i miei forumers, che il mondo come volontà e rappresentazione nostra fa acqua da tutte le parti, non è come lo vorremmo, col di più del fatto che vi è chi lo guarda da destra, chi da sinistra e chi dal centro e ognuno ne scorge e ne segnala particolari sconosciuti e fastidiosi a chi sta dall’altra parte.

I ‘lavavetro’ sono troppi – e con loro tutta quell’altra marmaglia extra-comunitaria che ci invade e ci appesta?

Ben venga un esecutivo ‘di garanzia’ che sappia arginare il fenomeno e dargli una opportuna regolata, ma teniamo presente che le pezze al culo ce le abbiamo avute anche noi e che il vento del mondo è girato, (gira sempre, ogni quel tanto), i muri ideologici che contenevano le masse dei diseredati sono caduti e quest’altra disgrazia dei tempi nuovi tocca curarsela al meglio del possibile e se non sarà possibile conviveremo col mendicismo di dickensiana memoria tornato in auge come nella Londra dei films storici.

‘Il mondo è cambiato, cambiate il mondo’ potrebbe essere uno slogan di sicura presa e grande effetto, (esigo i diritti d’autore sul suo uso eventuale), ma ricordatevi anche di cambiare la vostra mente, di regolarla e di adeguarla ai tempi nuovi e diversi, dappoichè il mondo in cui viviamo è -come in antico- volontà e rappresentazione e, come ben scriveva Lorca Garcia, poeta massimo, ‘tutta la luce del mondo sta in un occhio’ .

sale alle cronache

Non è che io voglia parlar d’altro. I ‘lavavetro’ aggressivi sono certo un problema – e nella penuria d’agosto ben vengano anche loro a dare sale alle cronache e al nostro forum che si è arricchito di molte presenze nuove: benvenuti e benritrovati.

Altro problema interessante di oggi e di domani è l’Europa che fa le pulci ai nostri ‘aiuti di stato’, nella fattispecie l’ ‘aiutino’ alla Chiesa cattolica a proposito dei suoi molti immobili di proprietà – chissà che c’è di vero e se sarà avviata una procedura d’infrazione a carico dell’Italia.

A destra fanno quadrato attorno a Santa Romana Chiesa, suppongo più per il bagaglio di crediti elettorali che comporta che per un vero interesse alla drammatica povertà dei prelati bisognosi degli sconti sull’Ici – come lo furono di altri ‘aiuti’ in occasione del Giubileo (sinistra al governo).

Dice l’ampio collegio di difesa che, in realtà, il provvedimento sull’ici riguardava tutto il settore del non-profit, ma il fatto è che quel settore è quasi tutto in mano loro, dei prelati, e chi ha scritto la legge a suo tempo sapeva bene che si trattava di una foglia di fico dietro la quale l’Europa vuole guardare per vedere se il re è davvero nudo.

Il fatto è, cari i miei forumers, che il mondo come volontà e rappresentazione nostra fa acqua da tutte le parti, non è come lo vorremmo, col di più del fatto che vi è chi lo guarda da destra, chi da sinistra e chi dal centro e ognuno ne scorge e ne segnala particolari sconosciuti e fastidiosi a chi sta dall’altra parte.

I ‘lavavetro’ sono troppi – e con loro tutta quell’altra marmaglia extra-comunitaria che ci invade e ci appesta?

Ben venga un esecutivo ‘di garanzia’ che sappia arginare il fenomeno e dargli una opportuna regolata, ma teniamo presente che le pezze al culo ce le abbiamo avute anche noi e che il vento del mondo è girato, (gira sempre, ogni quel tanto), i muri ideologici che contenevano le masse dei diseredati sono caduti e quest’altra disgrazia dei tempi nuovi tocca curarsela al meglio del possibile e se non sarà possibile conviveremo col mendicismo di dickensiana memoria tornato in auge come nella Londra dei films storici.

‘Il mondo è cambiato, cambiate il mondo’ potrebbe essere uno slogan di sicura presa e grande effetto, (esigo i diritti d’autore sul suo uso eventuale), ma ricordatevi anche di cambiare la vostra mente, di regolarla e di adeguarla ai tempi nuovi e diversi, dappoichè il mondo in cui viviamo è -come in antico- volontà e rappresentazione e, come ben scriveva Lorca Garcia, poeta massimo, ‘tutta la luce del mondo sta in un occhio’ .

l’intelligenza, cara Esseci…

Buongiorno Esseci. Bel ritorno sul proscenio, il tuo, con questo bel pezzo di Schnitzler. La scelta del lieto fine e di privilegiare l’intelligenza coniugale sulle ombre del nostro lato oscuro è indubbiamente consolante.

L’approccio alla storia di Kubrick è più drammatico, rabbioso quasi e per questo la frase finale e l’apparente happy end appaiono stranianti.

Ho visto il film dopo il mio rientro da un viaggio, quasi un dormiveglia, e il dialogo drammatico tra i due coniugi ha influenzato il mio sonno, trovando agganci drammatici nella mia vita e nell’inconscio.

E’ pur vero che nella vita reale si dà più spesso il dramma che l’happy end, che l’intelligenza tra coniugi fa difetto proprio nel momento storico in cui il matrimonio come istituzione è più fragile, non più sorretto dai fili che scendevano dall’alto e che hanno condannato all’infelicità molti genitori.

La libertà di noi moderni dovrebbe coniugarsi coll’intelligenza in massimo grado, perchè la libertà da sola è una diga crollata e nuovi ingegneri dovrebbero provvedere a incanalare le acque tumultuose delle storie presenti e future che franano a valle con sempre più grande clamore.

amor ch’a nullo amato…

La frase ha girato nei meandri neuronali tutta notte. Ambiva alla coscienza, chiedeva di essere ricordata, ma l’alba del giorno nuovo l’ha cancellata impietosamente ed ora ne resta una sensazione vaga, qualcosa che riguardava l’amare, la paura e i rischi dell’amare.

Erano, probabilmente, residui delle scene e dei dialoghi ascoltati poche ore prima del sonno: il bel film di un genio trasmesso in prima serata da Canale cinque -‘Eyes wide shut’; intraducibile frase relativa al guardare con occhi aperti ciò che intriga e spaventa.

Spaventa il sesso senza amore e l’amore che finisce, la tragedia di ciò che ci avviene senza che noi si possa opporre alcunchè.

La protagonista confessa al marito di averlo tradito con un ufficiale di marina -adulterio mai consumato, ma di tale forza attrattiva da dare coscienza alla donna che per essere presa da quell’uomo -anche solo per una notte- avrebbe dato tutto: il matrimonio, la figlia, il senso della sua vita fin lì; tutto per un breve momento di forza vitale al suo stremo e, insieme, la coscienza di amare ancora il marito di un tenero filamento amoroso residuo -spaventosamente triste, perchè cosciente della sua fragilità e del dolore grande dell’abbandono.

Non ho visto la fine, ma so che il regista conclude il suo film con una frase irridente. Per esorcizzare il male d’amore, l’amore occorre consumarlo, è il suo suggerimento – a chiusura di un baldanzoso excursus sulle tentazioni e stranezze del sesso consumato o solo immaginato.

Non siamo gente semplice, noi uomini e donne del terzo millennio, ma le cose non andavano meglio nei secoli bui del sesso consumato di nascosto o vigilato dall’occhio severo di un preteso Dio sessuofobico.

Abbiamo bisogno di amore e lo coniughiamo confusamente col sesso da sempre e, da sempre, deriviamo dolori e angosce e paure dalla fragilità del nostro offrirci all’altro/a.

La vita si sconta vivendo.

…la Bellezza, caro Vandalo,

….giuste chiose, le tue, Vandalo.

La bellezza è di tutti, ma se la intasi, la degradi, la affanni, ne impedisci il transito e la usufruizione, la bellezza è di nessuno; l’incanto del bello diventa un letamaio turistico senza possibilità di definizione diversa dalla puzza che emana e da cui allontanarsi in fretta pinzandosi il naso.

L’esempio dei vaporetti stipati all’inverosimile che lasciano a terra chi deve rientrare a casa al Lido a mezzanotte o all’una non è esagerazione -come non lo è la puzza di sudore terribile che sei costretto a inalare durante il transito, se riesci a salire.

Solo il dottor Zivago ci appare poetico e ancora ‘figlio della bellezza del suo spirito’ nel bel film: quando viaggia stipato dentro il vagone dei deportati; ma se nei cinema avessero diffuso le puzze di quel vagone la bellezza se ne sarebbe fuggita a gambe levate.

Notava Gadda nel suo taccuino di Caporetto che non c’è peggiore puzzo di quello che emanano gli uomini, se li si ammassa in un lager. 

La perdita della Bellezza è la sorte di molti altri posti del pianeta, Vandalo, dal Taj Mahal e Jasailmer in India, ai poli del pianeta che tu richiami in altro post.

Torme sciamanti di giapponesi, indiani (giustificati:è casa loro), europei e americani hanno reso quei posti una triste Disneyland turistica che nessun viaggiatore dell’altra metà del secolo si sarebbe sognato di andare a visitare ridotti in quelle condizioni.

I torpedoni turistici hanno ucciso l’idea positiva e ‘bella’ del viaggiare; l’hanno ridotta all’odierno Bignami stupido -buono al più per quegli studenti dimezzati che, a sintesi del loro aver viaggiato, sanno dire solo: ‘un sacco bello’, coll’espressione stranita che ci propone il bravo Verdone nel film.

Buona domenica.

riferimento: forum Virgilio ‘a spasso con la Schiaccia’

venezia è un’ansa intestinale

Venezia è un’ansa intestinale infiammata del paese Europa, Mondo. Soffre di vetustà, è il teatro assurdo della vetustà.

La sua scenografia barocca, decadente è la peggiore delle malattie croniche di questo millennio nuovo perchè attrae irresistibilmente il brulicame del turismo internazionale di massa.

E’ una città senza un progetto di organizzazione, di contenimento, una città che non ha mai stabilito una soglia minima e massima di tolleranza e boccheggia nell’asfissia del caldo d’agosto intasata ogni anno di più da decine di migliaia di nuovi arrivi.

La novità di quest’anno sono gli indiani: caciarosi, compagnoni, allegri, grassi e volgari come si vede nei films di Bollywood.

La volgarità è la quintessenza del mondo, il portato fastidioso ma inevitabile delle rivoluzioni popolari otto/novecentesche e della ‘globalizzazione’ che ne è il seguito, lo sviluppo conseguente. Nei prossimi anni aspettiamo i cinesi. Un mix esplosivo che pare non turbare i sonni dei nostri validi amministratori, del nostro sindaco in particolare.

Anni fa, consigliava gli stivali contro l’acqua alta a chi era favorevole alle paratie del Mose alle bocche di porto.

Suppongo che suggerisca uguale terapia -gli stivali alle cosce e un’infinita tolleranza- contro quest’altra acqua alta che ci affanna: la marea turistica internazionale in aumento esponenziale.

I vaporetti sono i luoghi prediletti di una Dineyland che diverte i turisti più e meglio di Gardaland. Un altoparlante di bordo informa il brulicame turistico del nome della prossima fermata mentre il vaporetto ballonzola sulle onde del Bacino.

Di tanto in tanto, inascoltati, si odono i patetici inviti voluti dall’assessore Salvadori (assessore al decoro – ahinoi!) sull’obbligo di ‘tenere pulita la città’. Camminate un poco per la città e avrete l’evidenza che sollecitare l’intelligenza e la buona educazione delle masse turistiche non serve a nulla. I grandi numeri e il caos che ne consegue possono infinitamente di più delle buone, patetiche, intenzioni degli amministratori.

Tedeschi e inglesi sono generalmente silenziosi, osservano la sfilata dei palazzi, leggono le guide e parlano a voce bassa.

Gli spagnoli amano farsi sentire, parlano a voce alta: solari e felicemente assertivi come nei film di Almodovar.

Le famiglie indiane amano giocare con le suonerie dei cellulari: nenie indianeggianti ad alto volume che si sovrappongono e causano accessi di risa delle donne, dei bambini e dei padri -bambinoni maggiori.

I loro bambini, già obesi come quelli americani, zampettano da un sedile all’altro ruzzolando sulle gambe delle persone che li guardano e sorridono tolleranti. Una sorta di beotismo tollerante e complice di molti turisti è la nota dominante di questà città.

Una città di turisti, appunto, non più di abitanti. Una città che dovrebbe -coerentemente- riconoscere il diritto di voto alla stragrande maggioranza di coloro che la percorrono, la visitano, pagano senza protestare i costi esorbitanti dei trasporti, delle visite alle chiese e ai monumenti.

Venezia è cosa loro, un giocattolo antico abbandonato nelle loro mani curiose, avide di toccare, capire come funziona.

I residui abitanti sopravvivono digrignando i denti, disputando alle folle strabocchevoli i centrimetri dentro ai vaporetti stracolmi, impediti di far ‘traghetto’, di passare da una riva all’altra del Canal Grando.

Noi abitanti, pressati dalle occupazioni quotidiane, dagli appuntamenti di lavoro e di vita, imprechiamo inutilmente sui ponti e nelle strette calli, – autentici culi di sacco dove stazionano, imperturbabili, le greggi turistiche in costante aumento.

Noncuranti del fatto che i ponti e le calli siano, in primis, luoghi di passaggio e non di pascolo, le greggi turistiche si allargano, si espandono, guardandosi intorno e all’insù – beate delle eleganti ogive gotiche, delle architetture dei palazzi, dei negozi di maschere, delle atmosfere teatrali dei campi e campielli. Venezia per loro è un Carnevale permanente; alcuni indossano le maschere e i cappelli stupidi anche d’estate, incuranti del caldo che fa.

Portato inevitabile di un’economia tutta e solo turistica è la crescita come funghi in autunno di locali dove si mangia e si beve e si dorme -i famigerati ‘bed and breakfast’ che si mangiano le case di civile abitazione ad ogni giorno nuovo e sono tra i principali indiziati di evasione fiscale parziale o totale.

Un ufficio comunale -che suppongo diretto da un alieno, uno che per Venezia proprio non ci cammina- concede l’uso di ‘plateatici’ (spazi pubblici da occupare con tavoli e sedie e ombrelloni) che occupano più del sessanta per cento dello spazio dove transitano le folle.

Nel ‘campo delle Beccarie’ -uno dei luoghi di maggior transito, prossimo al ponte di Rialto- ad occhio, credo si arrivi al settanta per cento di occupazione del suolo pubblico.

Il buon Sirchia, ottimo ministro della Salute in tempi calamitosi, ci ha messo del suo: dove non c’è occupazione ufficiale e tassata di suolo pubblico, ci sono grappoli di turisti e studenti che si siedono sui gradini dei ponti e ostruiscono le strette ‘fondamenta’ col bicchiere dello sprizz in mano. Dialogano e fumano appassionatamente, incuranti e infastiditi da chi chiede ‘permesso, permesso’ e sbotta irritato in imprecazioni.

 

L’impatto ambientale dei grandissimi numeri del turismo su questa martoriata città è stato ed è tuttora oggetto di studi e di allarmi di istituti specializzati, università europee e americane, Unesco, ma non è all’orizzonte un provvedimento qualchessia.

L’emergenza è quotidianità in questa città orribilmente sporca e disorganizzata per il troppo turismo e, insieme, per la riottosità anarchica dei suoi abitanti che non rispettano le regole igieniche della raccolta dei rifiuti stabilite dalla Vesta – la municipalizzata incaricata e sempre criticata per le insufficienti misure di pulizia adottate.

Gli amministratori gestiscono imperturbabili l’ordinaria amministrazione e si leggono involontarie amenità sui manifesti affissi ai muri che annunciano ‘rivoluzioni’ nel trasporto delle persone.

‘La tua mobilità non si tocca’ dice un’ilare faccia da fumetto -che suppongo quella di un dirigente dell’Actv, la municipalizzata incaricata dei trasporti.

Provate a mettere piede in un vaporetto a piazzale Roma o alla stazione e saprete qual’è lo stato d’animo di noi veneziani nel leggere cotali, irridenti, amenità.

 

la guerra di Piero e l’Italia del fuoco

la guerra di Piero e l’Italia del fuoco

Ho visto e ascoltato il Nabucco, ierisera, nel catino soffocante dell’Arena d’agosto. Non c’ero mai stato prima.

Mi ha sorpreso la popolarità dell’evento. Un popolarità estesa a un pubblico europeo, colto, per metà di lingua tedesca: melomani prodighi dei tradizionali ‘bravo’ e ‘bravi’, rivolti al tenore, volta a volta e al coro, alla contralto, al direttore e alla sua orchestra.

Il direttore ha concesso il bis del famosissimo ‘coro’ dei Leviti commossi dall’idea di patria: ‘oh mia patria, sì bella e perduta’ -bello davvero, emozionantissimo tutt’ora- e la mia mente è andata ai tempi in cui al pubblico dell’ottocento veniva la pelle d’oca e gridava ‘viva Verdi’ contro le autorità austriache presenti nei palchi d’onore.

Era un grido di guerra, l’esaltante acronimo di ‘viva-vittorio-emanuele-re-d’Italia!’ scagliato contro l’odiato occupante.

Ricordate? Ce la raccontavano a scuola e mi commuovevo anch’io, anch’io partecipavo di quella convinzione e idea patriottica.

Che ne è stato di quella ‘patria sì bella e perduta’? Forse è stata solo una fantasia di care maestre brevemente partecipata, forse ce la siamo perduta negli anni della prima repubblica e della seconda -miseramente abortita nelle paludi del berlusconismo che, contro i suoi giudici naturali, si è comprato la politica e si è circondato di una marea di servi e pusillanimi.

Ne abbiamo ancora una vaga idea, di quella patria che emoziona? La ‘bella Italia, amate sponde…’ è ancora nei nostri geni ereditari? Le nostre menti di italiani post-moderni condividono una qualche serie di immagini che riescano a farci superare l’inferno dei roghi della monnezza campani e gli odierni roghi spaventosi in cui tutto brucia e in cui bruciamo anche noi, poveri italiani senza più una patria, se mai ne abbiamo avuta una?

Eppure sono morti nonni e bisnonni sull’Isonzo e a Caporetto, perché? Qual’è il senso storico di quelle morti, e quello dell’idea di patria che a tutt’oggi celebriamo nelle arene e nei teatri -col coro del Nabucco vigliaccamente rubato e ‘fatto suo’ dal miserabile ‘leghismo’ di questi nostri anni?

Brucia il Pollino e la Calabria, echeggiano gli spari contro l’elicottero che, faticosamente, rallenta la devastazione e ascoltiamo alla radio le parole di quell’italiano buffo, di ottima scuola guelfo-vaticana, che si scaglia contro il complotto di una pretesa demoplutocrazia ebraico-massonica che gli ha messo contro dei giovinetti ribaldi e l’accusa infamante di averli molestati sessualmente.

La ferita della breccia di porta Pia non si è chiusa, se ancora nascono e sguazzano nel fango di un’Italia malata quegli italiani buffi che pretendono un’immunità dovuta a uno stato estero e ‘non di questo mondo’, ma il Piero Gelmini che va alla guerra queste cose non le inventa.

Prima di lui, il suo patron e munifico santo protettore, il molto-onorevole-Silvio Berlusconi, si scagliava contro il complotto dei giudici comunisti per mantenere il controllo delle sue televisioni e allontanare da se l’amaro calice delle troppe accuse di corruzione di giudici, compravendita di sentenze, evasione fiscale ai fini di costituire tesoretti esteri buoni per oliare e comprare i molti servi italici che garantiscono potere e immunità.

Davvero non è uomo nuovo il Piero che va alla guerra contro i suoi giudici, che non si difende ‘nel processo’, ma ‘contro il processo’, perchè l’esempio del suo patron e dei bravi suoi avvocati gli ha suggerito che è meglio buttare giù il tempio piuttosto che accettare l’onesto contradditorio di un processo e sia pure garantista oltremisura -come si celebra nell’ Italia dei tre-gradi-tre di giudizio e della sicura prescrizione che ne consegue se sei uomo di molti denari e buone frequentazioni.

natural born killers

Big One fatti sentire? Ma il Big One, Stefano, non è il nomignolo che hanno dato al devastante terremoto che scuoterà la faglia terestre sottostante L.A., la Città degli Angeli? Auspichi una vendetta della terra (o del Cielo) che vendichi le vittime degli assassini nati, i ‘natural born killers’ di cui ci parla un noto film?

Giustamente sottolinei che i ‘natural born killers’ possono presentarsi all’appuntamento col loro karma di morte armati di tutto punto e con la divisa dell’esercito più potente al mondo, ma anche -specularmente- con la cintura imbottita di esplosivo sotto la tunica di un imberbe figlio di palestinesi o di un medico istruito in occidente e figlio di immigrati mai integrati che progetta un attentato alla metropolitana di Londra, oppure un semplice pastore afgano analfabeta armato della sola lama con cui taglierà la gola alla sua vittima sacrificale, recitando il ‘Dio lo vuole’ di un improbabile Corano.

Gli assassini nati sono figli delle diverse culture armate l’una contro l’altra – il di più di efferatezza appartiene all’anima singolare del lupo che affonda i denti nel ventre sanguinolento della preda, com’è il caso del marine di cui ci racconti.

Nella Valle di Giosafatte dove si saprà che cos’è stato il Bene e il Male del mondo sapremo se vi è colpa speciale del lupo che affonda i denti oppure delle maledette culture della violenza che hanno armato le unghie degli assassini e le hanno rese specialmente potenti.

Abbiamo tutti molte domande da fare al Dio degli eserciti e dell’Amore -Dio spaventoso che tace di fronte al male necessario dell’umanità- e chissà se saremo pacificati dalle sue risposte.

Buona domenica.

(riferimento: forum ‘A spasso con la Schiaccia’ portale Virgilio)

allegri naufragi

Allegri naufragi….

…è questo che mi viene in mente quando parlo con una delle signore o ‘signorine’ con cui mi capita di ballare il tango. Si parla ‘dopo’, naturalmente, come dopo l’amore. Quando si balla, la regola è il silenzio; si lascia parlare il corpo, parla l’abbraccio e il fraseggio dei passi, parla la musica, il languore, l’abbandono.

La maggior parte delle signore/ine è reduce da un naufragio emotivo, sentimentale, alcune di loro, data la non freschissima età, sono naufragate per sopraggiunto, anticipato, lutto del marito, ma sono persone piacenti, belle, eleganti; la loro voglia di piacere e di sedurre è intatta, anzi maggiore perchè aggiunge l’intelligenza di chi non ha più nulla da perdere e, forse, da guadagnare.

Il tango argentino è un’allegria di naufragi.

Una giovinetta baldanzosa di mia conoscenza lo ha definito ‘il lamento del cornuto’ ma è una definizione rozza, parziale, per molti aspetti stupida. A chi importa più il dolore di una perdita in un mondo di libere relazioni amorose responsabili? Lo può contenere giusto una poesia, una canzone, un tango o una profonda depressione.

Il ‘coniugio’ del tango è una pura rappresentazione. In un libro qualcuno lo ha definito ‘una storia d’amore’, ma dura giusto il tempo di un ballo, è una lunga carezza senza speranza di durata e senza vane promesse, un abbraccio vocato all’estinzione.

Qui da noi si balla sul sagrato di una chiesa storica, la Salute, -lo scenario più bello del mondo, illuminato dai fari come un teatro all’aperto- e il tango è sicuramente salute psichica allo stato puro, elaborazione di lutti, cura delle depressioni, splendido modo di relazionarsi col prossimo superando le barriere corporee.

Gli appestati che si affollavano su questo stesso sagrato al tempo della malattia per cui la chiesa fu eretta griderebbero al sacrilegio, ma al sud, per guarire, si ballava la taranta.

La Chiesa è stata, a lungo, costretta a convivere con i riti pagani che non riusciva a cancellare; lo stesso, credo, fa il nostro patriarca con noi tanghèri.

Mentre si balla, si lasciano venire a galla languori remoti, desideri sopiti o ancora accesi e inconfessati; si può stringere tra le braccia una bellissima sconosciuta, viaggiatori di Basilea o finnici e teutoni, felici della città che emoziona e delle sue scenografiche cornici.

C’è una democrazia del tango che abolisce le stupide gelosie: la tanghèra, anche la più bella, é tua e, insieme, di tutti coloro che vogliono misurare i passi con lei: una terapia di gruppo che, naturalmente, premia il migliore, il più bravo, raramente il più bello o il più ‘macho’.

Una violinista orientale ‘abituè’ dice sconsolata che ‘con il tango non si cucca’ – forse dipende dalla sua linea breve, un po’ tracagnotta e poco formosa; in realtà c’è chi ‘cucca’, chi forma una coppia e va all’altare, chi si lascia.

E’ una scuola di vita, un ‘luogo’ del mondo e una sua rappresentazione dove tutto si dà, anche il sogno dell’amore e il suo avvilimento.

L’altra sera ho stretto tra le braccia una bella signora, l’abbraccio era morbido, i passi sicuri, i volteggi stretti e voluttuosi.

Quando ci siamo parlati, le ho chiesto che faceva di bello nella vita. ‘Ho a che fare con la morte’ mi ha confessato un po’ a disagio. Ho percepito il disagio e non ho indagato oltre.

Rimbaud, giovinetto, scriveva entusiasta di aver ‘abbracciato l’alba d’estate’; io ho stretto tra le braccia, felicemente ignaro, l’ombra segreta della morte.