Archivio mensile:luglio 2007

cugini

La prima che incontro è mia sorella. E’ seduta all’interno dell’ufficio postale, rovista tra le sue cose dentro la capace borsa, cerca affannosamente qualcosa, forse uno dei suoi sei (sei!) cellulari che suona e disturba il silenzio religioso dell’ufficio.

Ha gli occhi pesti, la povera, è molle e pingue nel corpo affaticato, mi saluta con un sorriso, zittisce il suo fastidioso tamagochi e chiede:’E gli altri?’

Gli altri sono i cugini, la tribù dispersa, oggi riunita nell’ufficio postale di questa città dove ‘el mar-ghe-gera’ per prendere i soldi di una piccolissima eredità di uno zio strambo, artistoide e solitario, e scappare al più presto verso i lidi di appartenenza perchè non interessa più a nessuno, oggi, vedere in faccia cugini mai conosciuti prima, figli dei padri-fratelli che non si vedevano di loro da quando avevano lasciato la città d’acqua e avevano camminato in altre plaghe del mondo, lavorato e vissuto dentro moderne città in crescita esponenziale, periferie anonime e degradate, fabbriche puzzolenti e pezzenti ricchezze che generavano per i gonfi portafogli delle grandi dinastie industriali.

La cugina Franca mi aveva preso a male parole qualche anno fa, quando avevo cominciato a darmi da fare per svincolare questa piccolissima somma senza ricorrere a notai e avvocati che te ne mangiano la metà.

Oggi, paciosa e sfatta nel viso e corpo, mi sorride con espressione sorniona, vecchia gatta che ronronna con le altre femmine della tribù di cui è decana. ‘Come stai?’ ‘Quanto tempo! E tua figlia?’ ‘No! Davvero?’

Lucia e Angela non le avevo mai conosciute, sono giovani, il loro papà-mio zio si è sposato tardi e ha figliato di conseguenza.

Hanno un bel sorriso, ma niente del mio amato zio rintraccio nei loro visi. L’eventuale somiglianza se l’è mangiata l’età, le sofferenze del vivere, le amarezze.

Con il loro padre discutevo a lungo -giovinetto inquieto- dentro l’anfratto da ciabattino dove esercitava.

Oggi il suo anfratto odoroso è la hall di un albergo a quattro stelle, l’hanno sfrattato dopo una lunga causa civile, ha cambiato mestiere e ottenuto un posto nella pubblica amministrazione -la sua fortuna è stata quella di essere un invalido civile, aveva perso una gamba in gioventù.

Il rito della spartizione dura non più di mezz’ora. Qualche breve parola sullo zio morto, sempre solo, poveretto, che brutta morte.

La cugina Lorena recupera fortunosamente i soldi che aveva anticipato per il funerale, nessuno ha recriminato, tutto è andato bene, ma i cugini di Genova dove sono?

Se ne sono andati alla chetichella, non potevano tollerare la vicinanza con il fratellastro, vecchie ruggini, il sangue non è acqua, si diceva, ma qui siamo all’acqua morta, stagnante, che puzza – parenti serpenti e via recriminando sulle appartenenze tribali che non interessano più a nessuno.

I volti degli zii morti, dei padri, li ricordiamo sbiaditi, fotografie ingiallite sulle tombe; la storia muore ad ogni generazione; moriamo tutti, dicono, e, chissà, forse toccherà anche a me, un giorno….

amor ch’a nullo amato amar perdona

le posizioni dell’amore e del sesso (l’una cosa mai si dà priva dell’altra; perfino lo stupro è amore rubato e malamente coniugato) sono relative alla struttura dei corpi.

Il campionario che ci offrono le immagini del kamasutra e degli altri libri sapienziali di ogni epoca e paese non è poi così vario, è vero, e tuttavia sufficiente ad  innamorarci dell’idea di penetrazione e ‘intuazione’ nel corpo dell’altro. ‘s’io m’intuassi come tu t’inmii’ scrive Dante di quell’amore sublimato e divinizzato che pure imita l’atto del penetrare, dell’invasare.

Invasati sono i mistici dell’amore carnale, le femmine dionisiache e invasati poco diversi sono i grandi mistici/che che demandano all’astrazione divina il compito dell’essere com/penetrati dall’Amore per antonomasia ‘che move il sole e l’altre stelle’.

Non è poca cosa, ,come vedi, la fatica amorosa e davvero ‘ne vale la pena’, perchè di pene -è pur vero- è tessuto tutto lo scibile amoroso universale e nostro personale.

L’età non conta, direbbe quella sorridente signora di una pubblicità dedicata alle dentiere.

Stammi ‘bbuono, caro amico.

di rispetto e materia fec-ale

Il nostro forum è blindato, per nostra fortuna, tuttavia, di quando in quando, filtrano le imbrattature e le scritte da vespasiani o da scuole pubbliche degradate di quel/i tal imbecille a tutti noto. L’ultima, in ordine di tempo è accodata a un post dell’Incisore. Sospetto che i nostri bravi moderatori lascino filtrare di tanto in tanto questi ‘avvisi ai naviganti’ per dirci che aria tira nella realtà virtuale, e quanta materia fec-ale galleggi in sospensione nei diversi canali del web, ma più nei forum: luoghi dove ognuno può dire la sua, far valere le sue opinioni di buon cittadino, polemizzare più o meno vigorosamente per questo o quel fatto che mal si inquadra nella sua personale concezione dell’ordine e del benessere comuni.

Luoghi importanti, quindi, e da rispettare quant’altri mai perchè luoghi di esercizio della libertà di ognuno e tutti.

Ma che genere di rispetto è quello del ragazzino stupido per nascita o per imitazione di comportamenti altrui che scrive le sue idiozie da malnato sui muri del cesso della scuola? Se pizzicato, va punito esemplarmente. Se, al contrario, lo giudichiamo fuori di testa, poverino, lo si indirizza al medico di competenza o se ne dà avviso ai genitori.

Così vanno le cose nelle scuole che funzionano e garantiscono una buona formazione culturale agli iscritti.

Appartengo alla generazione delle bacchettate sulle dita e dei sassolini sotto le ginocchia per il resto dell’ora di lezione e confermo che funzionavano alla grande come metodi contenitivi dell’idiozia anarchica che fa capolino nelle nostre testoline di esseri umani di quando in quando e per i motivi più diversi.

Che patologia affligga il cervello di quel poveretto multinick è materia da convegni psichiatrici applicati alla realtà virtuale.

Incuriosisce, in particolare, il fatto che di tutte le meraviglie del creato osservabili e godibili e commentabili egli sia irresistibilmente attratto dagli interni bui e maleodoranti dell’ultimo tratto del colon e dalla materia inerte che vi sosta prima dell’espulsione mattutina.

Qualche capitolo ci dev’essere, nella scienza psichiatrica, che descrive questa sintomatologia e si prova a darne una spiegazione credibile.

Ho seguito con un blando interesse la polemica vigorosa intrattenuta dal bravo Jsg con un/a tale Xanto.

Non mi appassiona più di tanto discutere di metodi di conduzione dei forum e del quanto di libertà sia conveniente e giusto garantire se non per l’agibilità di minima che deve essere garantita del parlare e discutere dell’universo mondo senza incocciare in insulti barbari e sfregi ad personam.

Perchè dietro a ogni nick -giova ricordarlo- c’è una persona con le sue misteriose e affascinanti singolarità e forze e debolezze. Persone che esigono rispetto per sè e per gli altri. Che nel rapporto con gli altri presuppongono il rispetto e ne fanno una inderogabile norma di comportamento.

Di argomenti affascinanti/appassionanti di cui parlare ne abbiamo a iosa: dai viaggi, al cinema, al dolore per la politica che fatica ad aiutare la vita dei cittadini, all’amore e/o dolore delle vite di ognuno. Dovrebbe bastare, no? Perchè, allora, perdere tempo con i minorati? Li si affidi a un’insegnante di sostegno e il resto della classe prosegua nello studio del programma ministeriale.

Fuor di metafora, se non vogliamo che anche per noi, gente dei forum, valga lo sfascio di una scuola pubblica lacerata tra le pretese di ‘libertà’ dei bulli di you tube e i genitori tragici che trascinano i bravi insegnanti nei tribunali, diamoci tutti una regolata e ringraziamo di cuore i moderatori per il tempo e la passione che spendono nel garantirci l’agibilità delle vie virtuali.

Buona giornata a tutti.

là fuori…

là fuori…

..non molto è cambiato. Come sempre, abbondano le manifestazioni culturali in questa città-vetrina che un po’ si addormenta coi suoi greggi turistici ruminanti e vieppiù beoti e lenti col crescere del calore atmosferico.

Gli eventi collaterali della Biennale sono gratuiti e consentono una visita ai palazzi storici della città. Interessantissima quella di palazzo van Axel: vi espongono i messicani e i loro confratelli con invenzioni artistiche davvero clamorose e sapide.

La biodiversità e la diversità intellettuale di popoli e individui producono autentiche mirabilie.

In un’austera sala con il caminetto alto e scolpito, disegnato con gli stilemi austeri tipici dei popoli nordici, ho ‘interagito’ con un’opera d’arte: ho ballato il tango con la mia ombra e quella della mia compagna proiettata sui muri e commentata da un rauco suono tecnologico che le deformava e le ingigantiva o rimpiccioliva secondo l’angolo di ripresa.

In luglio e in agosto Venezia è una città di soli turisti perdavvero perchè se ne vanno in ferie i residui abitanti.

Dovremo concedere al popolo turistico il diritto di voto amministrativo, prima o poi.

La città è cosa loro. Pagano un sacco di soldi per una paio di fermate in vaporetto e per un caffè al Florian, in piazza san Marco, e si sobbarcano code chilometriche per entrare in Basilica sotto il sole cocente. Eroismi culturali?

I veneziani, invece, vanno in montagna, a riempire le tradizionali località del Cadore. Fra qualche giorno io pure mi accoderò, ma preferisco l’Austria felix, il Grossglockner e i dintorni, le ragazze nei costumi tradizionali colle poppe a balconcino fiorito e i grossi calici di birra mantenuti freschi dal vento di alta quota.

Negli autobus, la popolazione extracomunitaria che li riempiva si è ridotta del settanta e più per cento. Hanno introdotto l’obbligo dell’esibizione del biglietto o dell’abbonamento al conducente con l’ingresso forzato dalla porta anteriore e pare che la cosa funzioni – con qualche eccezione.

I furbi e agili neri coi borsoni piene di borsette taroccate salgono dalla porta di discesa e la fanno franca. Sono come i colombi in estinzione. Ai volatili si somministra il cibo che sterilizza le femmine, ai neri e agli ignari turisti loro compratori multe colossali per ‘frode in commercio’ e reati connessi.

Li sorprendo, durante le mie passeggiate, nei campielli più nascosti, all’ombra dei sottoportici ventilati: umanità apparentemente felice del suo esistere precario. Ridono, fumano e bivaccano, stanchi ma eccitati delle fughe collettive cui li costringono i vigili urbani e le pattuglie della polizia o dei carabinieri.

Un po’ mi intenerisce la loro storia di fuggiaschi colla bella colonna sonora della canzone di Manu Chao, un po’ mi disturba il loro invadere e restringere i luoghi di passaggio obbligato -già intasati del loro- fino all’apparizione di una pattuglia all’orizzonte.

Razzismo inconscio? Ma no! disagio, piuttosto, in una città che ha fatto dei grandissimi numeri di visitatori la sua stolida bandiera e la sua storica condanna.

Ho visto ieri un bel film di Mira Nair, regista indiana de: ‘Il destino nel nome’. Qualche vuoto di senso quà e là -non uno dei suoi films migliori- ma una regia nitida, pulita per una ‘storia di formazione’ dei nuovi cittadini dell’Occidente in crisi da melting-pot.

La ricerca della felicità è garantita come diritto dalla Costituzione americana, ma è difficile trovarla e ben coniugarla in tutte le storie degli uomini e delle donne.

Neanche nella vecchia Europa, d’altronde, è facile tirare quel ‘respiro profondo che ti riappacifica con un tuo momento di felicità vissuta’ -come si dice nel film- ma di questa cosa così complicata parlerò più diffusamente nel mio prossimo post.

Passatemi una bella serata, bella gente, e occhio alla felicità. Dicono che sia così fuggevole e così difficile il ghermirne l’ombra in fuga!

politica e moraLE

‘Tristi tropici’, di Levi Strauss è un testo che precede di molto le tue domande e prova a dare qualche risposta. E’ studiato nelle università di tutto il mondo, ma questo non basta a farne il Vangelo dei comportamenti umani che, invece, continuano a basarsi sui più concreti interessi economici e finanziari -gli stessi che furono alla base dei viaggi degli antichi armatori e dei capitani coraggiosi che portarono i loro marinai e i mercanti sulle coste africane e indiane, con tutto ciò che ne è conseguito.

La storia del mondo non si fa con i se e con i ma, tuttavia i macro-fenomeni che hanno scandito la storia delle sofferte relazioni tra individui e popoli dovrebbe essere studiata con più attenzione e i massacri, i genocidi e le deportazioni dovrebbero avere un posto di riguardo nei nostri cervelli di uomini del ventunesimo secolo, dovrebbero costituire una riflessione costante rivolta al futuro di un ‘moralità’ universale tutta da costruire.

Qualcuno, flebilmente, ha lamentato che nessuna Norimberga si è avuta sui massacri del colonialismo, nessuna Corte di giustizia dell’Aia ha messo in calendario il perseguimento dei crimini commessi in Africa dagli uomini e dalle politiche occidentali.

Così vanno le cose sul pianeta Terra, Caliari. La moralità applicata alla politica, alle relazioni tra popoli e paesi è lontana Utopia, ‘cosa’ di sinistra, astratta quanto lo è l’idea che i rapporti col nostro prossimo possano basarsi solo su amicizia, rispetto, riconoscimento. Nelle scuole qualcuno si prova a insegnare queste corbellerie buoniste, ma sulle cronache hanno gioco più facile i bulli che rappresentano le loro bravate su You tube.

Forse ha ragione la Allende, quando dice che i cattivi nei romanzi e nella vita ‘funzionano’ meglio dei buoni e si riproducono dentro i ventri femminili con maggior sicurezza. Colpa della preistoria ancora troppo prossima a noi?

Un saluto e un augurio.

il fioretto e la clava

Le storie degli uomini, quelle del passato e quelle del presente, ci insegnano un sacco di cose. Sono un confronto con le nostre vite; ci stimolano ad emulare oppure a contrastare fatti, eventi, persone e istituzioni che nel corso della storia abbiano dimostrato di essere una palla al piede per l’armonico ed equilibrato coesistere e proficuo svilupparsi delle relazioni tra i popoli e le diverse classi sociali.
Di ognuna e tutte le classi sociali e diverse professioni c’è bisogno: dell’operaio, del contadino, del poliziotto, del medico, del professore, della casalinga, etc, perchè tutti/e sono membra e organi e muscoli e nervi di un corpo sociale complesso -come ben insegnava l’apologo di quel membro del Senato romano mandato a sedare una pericolosa rivolta di popolo che rischiava di sovvertire l’ordine vigente.
L’insegnamento della storia nelle scuole è importante perchè dice di che ‘lacrime e sangue’ grondi la nostra fragile unità di popolo e nazione e come sia necessario riflettere a lungo e approfonditamente sulle ragioni di coloro che immaginano e predicano la secessione per l’asfittica rabbia di un breve, convulso momento storico e le ragioni di uno sviluppo economico rallentato dai vincoli centralisti dello Stato.

La storia di m.lle/monsieur d’Eon, la/lo spadaccina/o, diplomatica/o e agente segreto ci insegna che uno spirito forte può imporre il suo diritto a vivere la diversità che lo imprigiona contro i tempi avversi e le persone maligne e perfide schierate dietro un conformismo di facciata assai più fragile della diversità della persona in questione -come dimostrerà la rivoluzione francese che, di lì a poco, sarebbe scoppiata mandando a gambe all’aria l’aristocrazia, il potere dei re e dei principi, i privilegi feudali e di casta e tutti i rapporti economici e politici allora vigenti.

Il fioretto è arma di esercitazione nelle palestre, prepara al virile combattimento con la spada, insegna che l’eleganza del parare e stoccare possono di più, a volte, del caricare a testa bassa come fanno i rinoceronti. Mia suocera buon’anima mi raccontava di un suo compagno di pastorizia che si divertiva a fronteggiare i caproni arrabbiati mettendosi davanti a un grosso masso e spostandosi agilmente di lato prima dell’incornata. Più d’uno, concludeva, ci ha lasciato le corna e la vita.
La clava o il grosso bastone, invece, sono per comune sentire, le armi della forza bruta, del muscolo addestrato che li solleva e li abbatte sul cranio del nemico o della preda. Arma tipica della nostra evoluzione dai primati al Neanderthal. Il suo uso presuppone la morte del nemico che si fronteggia, l’annichilimento, la riduzione del poveretto a un mucchio di ossa rotte e cartilagini sanguinolente. Poco diverso è l’uso del machete: mutila, taglia le teste, racconta di un odio cieco e terribile, inconciliabile, tribale.
E’ l’arma degli Hutu e dei Tutsi, come ci dicono le cronache e si può vedere nel bel film trasmesso dalla rai di recente.
Poi venne l’arma da fuoco, arma da vigliacchi perchè stabilisce una distanza tra i nemici e perfino l’anonimato della vittima della pallottola in rapidissima fuga.
Si dice ‘sparare nel mucchio’ e qualcuno nel forum, di recente, ha ricordato la foto terribile di un manifestante di qualche decennio fa che, a volto coperto, sparava ad alzo zero contro la polizia che caricava.
In breve, l’uso delle armi è stato bandito dalla nostra società e viene perseguito come reato. I duelli all’ultimo sangue sono anch’essi banditi e perseguiti nei tribunali.
Dovremo abituarci a spegnere le nostre pulsioni omicide, a sublimarle. E’ difficile, lo so, perchè il nostro cervello di homo sapiens contiene ancora neuroni risalenti alla nostra preistoria, a quando i predatori entravano nelle caverne dove dormivano i nostri avi e sbranavano donne e bambini, ma siamo vocati alle stelle, ai viaggi spaziali tra le galassie.
Usiamo la nostra intelligenza ancora ‘in fieri’ per immaginare i mondi nuovi e gli incontri con le intelligenze più evolute. C’è chi dice che non ci vogliano incontrare perchè non troverebbero gusto a dialogare con gente ancora troppo vicina alle caverne della loro preistoria.
Costruire il futuro è sicuramente più stimolante del tenere la testa dentro un passato duro, sanguinoso e sofferto.