Archivio mensile:giugno 2007

non interrompiamo un’emozione

L’abbiamo conosciuto così, noi del grande pubblico, come l’uomo che osò lanciare la sfida alle televisioni commerciali e alla rai che vi si accodava con grande piacere dei suoi capocontabili. ‘Non si interrompe un emozione.’ disse con semplicità a proposito degli spots pubblicitari nei films in tivù e parve a tutti una cosa semplice e sensata.

Come per tutte le cose semplici e sensate in questo paese non se ne fece nulla. Le emozioni continuano ad essere interrotte barbaramente in tivù, salvo in tardissima serata e solo per i films consegnati all’Olimpo dei cineforums.

Domani Walter Veltroni varcherà il Rubicone della sua storia privata e si candiderà alla guida del neonato partito democratico, così consegnadoci l’emozione di una speranza fragile: la politica che si rinnova, qualcosa di nuovo sul fronte occidentale. Come ci riuscirà?

Fatico a mettermi nei suoi panni perchè non ho risposte ai problemi di un paese stremato dalla guerra intestina tra Hutu e Tutsi, un paese di ribellismo diffuso, di drammi sociali cronicizzati e irranciditi, dove qualsiasi indicazione di fattibilità viene osteggiata, sbeffeggiata, combattuta con l’arma atomica prima ancora di verificare se può produrre un risultato di convivenza e di civiltà tra classi sociali diverse.

Il mito dell’uomo della provvidenza è crollato giù dal piedestallo e giace da tempo nella polvere, abbiamo bruciato ogni nome e ogni schieramento politico riformista di destra, sinistra e centro dalle sponde infide e irresponsabili dell’antipolitica sbeffeggiante (mi prendo la mia parte di responsabilità in questo).

Nessun gigante è alle viste che sappia traghettarci, come il santo della leggenda, sull’altra sponda, quella della normalità sociale e politica dell’Europa transalpina.

E lui, il buon Walter, come ci riuscirà? Lo diremo santo subito, se troverà le parole che placano, quietano, sedano, stupiscono, incantano la platea dei sostenitori e degli oppositori, ognuno dalla sua sponda, naturalmente, ma tutti sulla stessa isola-Italia che attende di farsi penisola, di attaccarsi per davvero all’Europa, alle regole comuni e condivise di una civiltà democratica che produce ricchezza, solidarietà quel tanto che basta, capacità decisionale anche forte quando serve e contro chi la merita.

Sarà il discorso sullo Stato dell’Unione, il suo, unione tra nord e sud dell’Italia e del mondo.

Diamo una chance alla speranza di ognuno e tutti: ascoltiamolo con attenzione, aprendo un piccolo varco nello spesso callo mentale del nostro cinismo.

Sospendiamo il giudizio avverso per un solo momento; usiamo l’insulto e l’invettiva solo dopo aver valutato a fondo i pro e i contro, dopo aver osservato con intelligente curiosità i primi effetti d’annuncio.

Una chance alla speranza. Per una volta, una volta sola, non interrompete un’emozione.

forum a luci rosse

Chissà perchè in questo nostro forum dove dialoghiamo di massimi sistemi: la democrazia perfettibile, lo Stato e le tasse, la Chiesa e i suoi servi infedeli, non capita mai di parlare del sistema massimo per eccellenza: il sesso. Che sia un massimo sistema è fuori discussione, dal momento che si appaia all’amore, ne è il correlato, l’ispiratore e, talvolta, il suo opposto -se isolato dal contesto delle umane buone relazioni o esercitato con violenza.

I greci, è noto a tutti, celebravano separatamente l’Amore carnale e quello sublimato, dell’anima o del pensiero, l’amor cortese, diranno qualche secolo più in là.

‘Io, quando Amor m’ispira noto e a quel modo ch’ei mi ditta dentro vo’ significando…’ scriveva il Poeta.

E noi postmoderni cosa ‘significhiamo’ dell’Amore e del sesso? Un forumer di ingresso recente (Calaris?) citava il Belli e le sue spassose enumerazioni degli organi genitali maschili e femminili per poi transitare sul Catullo che irrumava e pedicava con rabbia e disprezzo nei confronti dei due cialtroni che gli avevano sottratto la puella preferita.

Ma, naturalmente, c’è molto di più da analizzare in materia. Dopo Catullo e l’impero romano al tramonto seguirono i cosidetti ‘secoli bui’ e se poco sappiamo dei costumi sessuali dei barbari che soppiantarono i Romani, sappiamo fin troppo del pontificare sulla carne opposta allo spirito dei monaci e vescovi e papi che affermarono una morale cristiana nell’Europa evangelizzata.

Mi è capitato, su una rubrica dedicata ai libri di recente pubblicazione, di prestare attenzione a una giovane scrittrice che ci relaziona sul mondo del porno, del sesso libero tra coppie di ‘scambisti’. Le sue intenzioni paiono quelle di uno studio antropologico e l’ambito ‘estremo’ di esercizio della propria libertà di relazione col nostro prossimo sicuramente intriga.

Personalmente oppongo a un tale esercizio di libertà sessuale un forte pregiudizio igienico – in tempi di Aids dilagante è un po’ come giocare alla roulette russa – e trascuro il tessuto di relazioni complesse che si instaurano tra persone che si accoppiano a quel modo, che acconsentono ‘a cuor leggero’ a un atto così intimo.

Non è mai solo sesso, sembra dirci l’autrice, talora è disperazione, svalutazione di sè o, di contro, immedesimazione totale col proprio corpo -adorata icona della postmodernità, puro oggetto di consumo.

Ma è la libertà di farlo ciò che intriga e incanta, la libertà assoluta che viviamo in questi nostri anni confusi, libertà di far il c…o che ci pare (letteralmente), perchè il resto -per farla breve- è ‘insistito sfregamento di mucose’ – come scrive l’imperatore-filosofo nel bel libro della Yourcenar.

Il dibattito è aperto.

lo stato delle cose

L’aria è più fresca stamattina, dalle Alpi scende un frizzantino odoroso dei temporali notturni. Nel mio piccolo giardino pensile si sta svolgendo un funerale. Un piccolo sauro è morto e la madre ne trascina il cadavere per la coda. Forse lo seppellirà in una qualche fessura della terra a lato di un vaso. Cosa sappiamo dell’espressione del dolore dei sauri e degli animali in genere? ‘Ho parlato a una capra’ scriveva Saba ‘belava. (…) perchè il dolore è eterno, ha una voce e non cambia…’

Ciò che noto è la gran fatica che fa la madre a trascinare il piccolo, sembra più indaffarata che affranta, ma forse anche una madre umana che veste il suo figlio morto ha gli occhi vitrei e i gesti apparentemente sereni, come di una normale vestizione mattutina per accompagnarlo a scuola.

Come ci racconta il cinema, quello di qualità, sono i particolari che aprono alla consapevolezza: l’ostinato ravviargli i capelli della madre, gli occhi curiosamente sempre chiusi del piccolo, il silenzio in partitura fino al primo dialogo sussurrato colla figlia maggiore: ‘E’ già l’ora?’ ‘Si. Dobbiamo andare.’

Andare dove? Dove va il mondo e noi con lui? Da qualche parte sulla crosta del pianeta Terra è scomparso un lago. Era profondo trentatre metri e largo. Connotava di sè il paesaggio e la vita della regione e nutriva i suoi abitanti. Se l’è mangiato una fissurazione sul fondo, forse, una voragine apertasi all’improvviso a causa di un inavvertito movimento tellurico. Non sappiamo molto di ciò che si agita sotto i nostri piedi, nè di là dell’alta coltre gassosa che chiamiamo cielo. Ne sappiamo più di Internet, forse, della vita virtuale che sta per sovrapporsi a quella reale e non ci sono noti appieno gli effetti collaterali se non per dei piccoli, preoccupanti sintomi.

Un altro movimento tellurico, ma di altro segno, viene dall’America, quella dei trionfi di Caruso, quella degli emigranti. L’America che è tanta parte della nostra storia e della storia del mondo. Verranno rivelati i segreti scottanti della C.i.a., ci dicono, la storia del mondo ne verrà ridisegnata? Di certo si, ma è materia per gli storici; tra noi non cambierà un granchè il sapere che J.F.K. non era uno stinco di santo e neppure suo fratello. Nessuno che si candidi alla presidenza degli stati uniti d’America ha in tasca l’aureola, Il potere è una brutta bestia, ci vuole pelo sul petto e sul cuore per esercitarlo.

Ci vorrebbe anche un po’ di intelligenza e certune presidenze recenti, ahinoi, non l’hanno dimostrata, ma tantè: si votano i Barabba perchè dei Gesù non sappiamo che farcene; li santifichiamo dopo che sono morti e assunti in cielo, qui tra noi ci piace scannarci, dà una scossa all’adrenalina, la vita è vita, si dice, non un mortuorio -viva la muerte gridavano i fascisti di Spagna, baldanzosamente sfidando la mattanza per affermare un ordine nuovo.

Calabresi e Pinelli riposano in pace. Il loro segreto si è consumato colla putrefazione dei loro corpi. Sapere la verità sarebbe utile solo a chiamare gli assassini col nome che gli spetta. La verità delle cose non è necessaria alla vita, ma al rodimento che abbiamo dentro e che chiamiamo voglia di giustizia. Si può far senza, lo dimostriamo nei fatti. Ci piace di più scannarci per dire ciascuno una verità diversa -chissà a quale pulsione di sopravvivenza della specie umana è riferita questa nostra urgenza.

Ha ragione quel tale che ha scritto su un muro della città a lettere cubitali: ‘Non c’è nessun Virgilio a guidarci nell’inferno dei nostri giorni.’

una strega e un mago

Ho incontrato una strega, ieri sera, sul far del tramonto. E’ uscita sulla soglia della sua casa al pianterreno di un edificio fatiscente. Aveva l’aria aggressiva -come si conviene a una strega che esige rispetto e considerazione.

Mi ha chiesto che cosa cercavo lì intorno, sembrava una difesa del territorio, la sua, cone quella che fanno i cani da guardia e da difesa. Aveva i capelli bianchi, tagliati corti alla maschiaccio e anche questo è da strega: il voler rompere i confini tra i generi, l’affermare la possibilità di una transizione, di una trasformazione – le streghe trasformano chi gli pare e si trasformano in qualunque altro soggetto, ricordate?

Con fare stralunato – un po’ timoroso di quell’apparizione forte- ho risposto che osservavo la sfilata di piante che ornavano la calle, che mi piaceva quel modo di prendere possesso della città minore da parte di chi la abita.

Un accenno di sorriso le ha illuminato l’angolo destro della bocca fumante (le streghe sono avvolte da volute di fumo per professione e definizione).

Mi ha raccontato della sua odissea di botanica dilettante, delle decine di piante che le vengono sottratte di notte e dei soldi che spende per sostituirle, pervicacemente -ostinata ad affermare il suo buon diritto ad avere un giardino qualchessia fuori della porta di casa.

Un bel giorno si è decisa ad affiggere un cartello in cui dava annuncio del suo essere strega e delle maledizioni di cui è capace e, due giorni più tardi, una coppia male in arnese ha suonato il campanello offrendole una bellissima pianta a risarcimento di quella che avevano rubato. In cambio, la pregavano di togliere dalle loro teste la maledizione.

‘Siamo stati malissimo in questi giorni, ci perdoni.’ Concessa l’assoluzione e immediato il ritorno in salute dei due ladruncoli.

‘E lei che fa?’ mi ha chiesto affabile, contenta di quel dialogare insperato. La luce rosata del tramonto riluceva su un suo canino ricoperto d’oro. ‘Sono un mago.’ le ho risposto imbarazzato. Provo disagio a raccontarmi per esteso agli sconosciuti curiosi.

Sorriso di complicità. ‘Magia bianca?’ ‘Si. Faccio durare la vita e ne do testimonianza in vari modi.’

‘Mi stia bene. Torni a trovarmi.’

di fughe e diserzioni

Il termine ‘fuggiasco’ è, nel comune sentire, dispregiativo. Suo sinonimo è disertore: colui che fugge dal campo di battaglia, si nasconde alla pugna, abbandona l’esercito che lo ha arruolato. Dirò che la figura del disertore mi ha sempre intrigato e, in alcuni casi, affascinato.

Si diserta per amore di vita quando è certo che, fuori dalla trincea, al prossimo grido degli ufficiali che guidano l’assalto, una pallottola chiuderà i tuoi occhi aperti sul mondo e sulla vita che vi prospera. Buio. Fine. Sipario. Storia chiusa.

Al cinema (e nella vita reale, ma lì gli spettatori sono pochi e vogliono solo dimenticare) i campi di battaglia disseminati di morti fanno piangere. Austerlitz, Caporetto, Staligrando. Cento, mille, diecimila storie degli uomini si sono chiuse nell’atto insensato di una battaglia all’ultimo sopravissuto. Milioni di famiglie hanno pianto i padri, i fidanzati, i fratelli, i mariti. L’umanità è andata oltre, d’accordo, la storia ha ricucito gli strappi e confezionato nuovi abiti, ma un’immensa parte della nostra umanità è andata a putta-ne, se l’è mangiata il nulla della morte, la faccia buia di un aldilà che ci spaventa e non valgono le fantasie dei paradisi e degli angeli a consolarci.

A me le storie che si chiudono fanno venire i brividi, i lucciconi; non riesco ad accettare -senza provare un dolore straziante- l’idea di morte, di fine, di passaggio ad altre storie dove io non ci sia, non vi sia la mia testimonianza e narrazione. Però vi sono diserzioni salutari. Una ne ricordo che mi entusiasmò ed è quella che, in un bellissimo film sulla nostra storia patria, vede l’ufficiale G.Volontè gridare ai suoi soldati di girare i fucili e, ad alzo zero, sparare a volontà sugli ufficiali felloni, sui pazzi che comandavano assalti a morte certa, a massacro stupido.

Si dirà che -in questo caso- più che di diserzione si tratta di ribellione. E’ vero, ma le due determinazioni hanno in comune il sottrarsi a una logica sbagliata, perversa epperò imperante, dominante, alla quale non si sfugge se non con la diserzione/ribellione che comporta, a volte, il prezzo della vita.

Perchè anche nella fuga ci vuole coraggio, anche chi fugge affronta i suoi rischi -tanto maggiori se ci mettiamo la perdita della reputazione, il fango che, comunemente, copre chi diserta, fugge, abbandona il campo.

Però, ripeto, è l’idea della guerra ad essere sbagliata e quest’altra, sua parallela, che ‘chi per la patria muor vissuto è assai’, se per patria intendiamo gli asfittici confini disegnati dalle menti degli uomini che non hanno sguardo di futuro. Chi sarebbe andato in battaglia contro gli austriaci o contro i tedeschi se all’orizzonte ci fosse stata l’idea praticabile degli stati uniti d’Europa? La storia non si fa con i se e con i ma, è ben vero, ma io -sui luoghi delle antiche battaglie e nei cimiteri di guerra- ascolto parlare le ombre inquiete di coloro che son morti e rimpiangono l’idea di un’altra vita e storia – come fa Achille con Odisseo nel pietoso incontro nell’Ade.

Tanto spreco concettuale non varrebbe la pena di esporre per tornare alla mia vicenda privata e alla fuga da un piccolo campo di battaglia virtuale dove si è consumata una battaglia con morti e feriti, ma tant’è:allargare gli orizzonti spesso giova ad intendere dove ci si trova e quanta strada ci separa da un obbiettivo lontano.

Son fuggiasco, si, caro Schiaccia, e vago a tentoni nel buio della foresta virtuale per cercare ‘un’altro inizio’ -come dicono gli indios sconfitti dai Maya in ‘Apocalipto’, il bel film di Mel Gibson. ‘Son cieco e mi vedete’, ma sono vivo, amo la vita e voglio vivere e testimoniare di altre storie. Abborro la guerra e la pugna, il levare i pugni e flettere i muscoli.

Novanta su cento, il seguire questa logica, il prestarsi agli inviti a combattere porta a perdere la faccia, se non la vita, ma una faccia é l’identità di un persona, anche una faccia virtuale e la virtualità sarà grande parte del nostro futuro.

Il parallelo con un campo di battaglia e con la vita e la morte non sembri fuori proposito.

Buongiorno a tutti e buon nuovo inizio.

lettera aperta a un sincero democratico

I fatti, caro Jsg, dovrebbero la nostra ancora di salvezza, quella che ci consente di non andare alla deriva quando il mare, fuori della rada, lancia alte le sue onde burrascose, ma – a quanto ci è dato di constatare- i fatti, nel mondo degli uomini, non hanno la forza di imporre la loro verità, non da soli.

I fatti hanno bisogno di essere riconosciuti dagli uomini dopo che sono accaduti e bisogna che gli uomini ne riconoscano il peso, a volte mortale, nei contesti della storia collettiva. Per questo gli uomini -nel loro attraversare la storia e dare forme diverse alle democrazie- hanno dato peso e autorità a una istituzione di garanzia qual’è la magistratura, – qui da noi trascinata nel vortice mediatico-politico e svillaneggiata a morte e derisa (‘bisogna essere matti per decidere di fare il mestiere di giudice’, ricordate?) dal nano di Arcore sceso in politica -l’abominevole uomo della provvidenza che molti italiani hanno riconosciuto come loro leader.

Anche la democrazia avrebbe bisogno di essere riconosciuta e rispettata dai cittadini tutti, perchè è qualcosa di molto più importante (e fragile, ahinoi) di quello slogan gaglioffo, ‘meno tasse per tutti’, che ha allineato gli italiani a milioni dietro al pifferaio magico.

Furono i fatti a far inclinare ‘a sinistra’ le mie opinioni di giovinetto, quando assistetti alla proiezione di un film ‘topico’ di Costa Gavras (Zeta, l’orgia del potere) sull’ascesa e caduta della dittatura dei colonnelli in Grecia: omuncoli irrigiditi nei loro ridicoli rituali militari, saliti in cattedra per garantire ‘legge e ordine’ -usando le armi e la violenza del carcere fascista contro i diritti delle persone che gli si opponevano.

Nel film (e nella vita reale cui il film si riferiva) fu un magistrato, ricordi? a riepilogare i fatti terribili che li incriminavano e a sbatterli in galera. Di lì a poco, la democrazia riaffiorava nell’antica Ellade e il vivere dei greci tornava ‘civile’ -come si conviene al diritto di ognuno e tutti di essere riconosciuti, di trovare riconoscimento e rispetto e rappresentanza nella comunità di appartenenza.

E’ una storia lunga e sofferta quella delle democrazie calpestate dalle dittature.

In America Latina è stata storia comune a quasi tutte le nazioni di quel continente -che ci è caro perchè luogo di elezione dei nostri nonni e padri emigranti. Cile, Argentina, Guatemala hanno storie d’orrore da raccontare da far rizzare i capelli nella testa, ma gli echi di quei fatti di sangue e di belluina ferocia trovano riconoscimenti marrani anche da noi, sono echeggiati negli slogan vigliacchi pronunciati alla Diaz e a Bolzaneto perchè la sindrome dell’odio tribale ancora non si è estinta nelle menti e nei cuori degli italiani.

Per questo, fastidioso grillo parlante di questo forum, continuo a richiamare l’orrore della guerra tribale e civile ruandese, gli Hutu e i Tutsi che siamo e che non dovremmo più essere -con tutta la storia di civiltà del dialogo e di universalità dell’arte e del diritto che abbiamo allle spalle.

Per questo richiamavo, ieri, il buon Indrom, ai fatti della morte di Pinelli, alle perizie col manichino, ricordate? che dimostravano come la caduta dalla finestra fosse quella di un corpo già privo di vita.

Ma i fatti, caro Jsg, hanno bisogno di riconoscimento e rispetto (come le persone) e questa è, ahinoi, la cosa più difficile da ottenere dal nostro prossimo e dalla comunità dei cittadini tutti.

suicidi collettivi

Qualche anno fa, in una rivista specialistica, si dava conto del fenomeno di sovrapopolazione dei lemmings -deliziosi roditori del nord dell’Europa e dell’Asia. L’autore dell’articolo raccontava che, in deficit di cibo bastante a sfamare tutti, alcune popolazioni vanno in massa a suicidarsi buttandosi da un burrone.

La tesi è suggestiva e, seppure contestata da altri studiosi, ci rimanda al difficile vivere di altri branchi di animali meno pelosi del pianeta che hanno spiccata tendenza ad ammassarsi in un territorio insufficiente a sfamare tutti.

E’ il caso dei palestinesi -ammassati a milioni e in crescita vertiginosa nei piccolissimi territori strappati alla parte rivale nel corso della più drammatica storia di convivenza impossibile registrata in questo secolo.

Più latamente, è il caso delle megalopoli sparse a macchia di leopardo ovunque sulla crosta di un pianeta che scoppia di sovrapopolazione nei pochi luoghi delle terre emerse dove la vita ha agio di affermarsi ed espandersi.

Considerati i deserti e l’espansione delle zone siccitose, infatti, le montagne impervie e le residue foreste, lo spazio a disposizione dei miliardi e miliardi di uomini operosi è davvero poco.

Gli olandesi hanno rubato parte del loro territorio al mare e, forse, dovremo farlo anche noi, se vorremo salvare le città costiere dallo scioglimento previsto dei ghiacci dei poli.

Ma se il futuro tecnologico offre un piccolo pertugio alla speranza di contrastare le catastrofi prossime venture, le ideologie e i nazionalismi contrapposti, invece, raccontano di guerre civili che scoppiano e di una pace impossibile tra Israele e i loro infelicissimi antagonisti.

I palestinesi si suicidano in una guerra fratricida, ma anche l’inferno recente di Napoli-cloaca a cielo aperto coi roghi accesi dagli untori di un cronico male campano-partenopeo racconta il fenomeno di un’autodistruzione che mina alla base la nostra presunzione di semidei di dominare il futuro in tutto e in parte.

la sinistra è morta, viva la sinistra

Dunque la sinistra è morta, il conclusivo è d’obbligo, da molto tempo non stava bene, gli acciacchi dell’età si sommavano alle malattie gravi di un fisico debilitato. D’altronde perchè mai avrebbe dovuto sopravvivere al suo padre fondatore, il buon Marx di cui sempre si dice ‘è morto’, chissà, forse per esorcismo -per tema di quel suo invito terribile rivolto ai proletari di tutto il mondo di ‘spezzare le catene’?

Anche di Dio si dice che è morto eppure si continua ad andare in chiesa e a rivolgere le preci verso un imprecisato ‘alto’ o ‘cielo’.

‘Levò gli occhi al cielo e spirò.’ dice la letteratura dei santi e dei beati, ma il buon Eulogos ci ragguaglia che la puzza di quaggiù ha raggiunto e corrotto per intero la fascia di van Hallen. Dunque?

Dunque la sinistra è morta, viva la sinistra. Una pars contraria la dobbiamo pur dare alla destra -pena il sentirci monchi di un lato del corpo sociale. Non si dà forse il basso e l’alto, il bene e il male, il dritto e il rovescio?

Si darà la destra e si darà la sinistra, una sinistra del terzo millennio che risorgerà dalle sue ceneri come l’araba fenice.

Magari rivedrà la sua composizione sociale -meno proletari e più lumpenproletariat di immigrazione, più precari a cottimo e meno operai alla catena di montaggio -dei contadini ormai non si parla più nemmeno in Cina dove di sinistra(o) è rimasto solo il partito al governo.

Magari includeremo anche Montezemolo -all’ala destra della nuova sinistra- per quel suo invito spudorato agli evasori a pagare le tasse dovute, per lo scandalo che ha sollevato dicendo pubblicamente che solo l’0,08 dei suoi amici ricchi denuncia un imponibile superiore ai centomila euro (salvo girare tutti spudoratamente in mercedes e bmw e bagnarsi col calice in mano nelle private piscine delle ville in collina).

Noi della sinistra storica -che non vuol morire- ci accontenteremmo che tutti (artigiani,commercianti, piccoli imprenditori, liberi professionisti, gelatai e parrucchieri e gondolieri) denunciassero il reddito medio di un lavoratore dipendente.

L’Italia tutta -quella delle strade da fare, delle scuole e degli ospedali da sovvenzionare, dei monumenti da restaurare- ringrazierebbe.

Forse anche una parte dell’Italia di destra.

vivere pericolosamente

Il tango argentino ha una lunga storia e controversa. Nato, si racconta, negli ambienti della prima immigrazione europea in Argentina, servì a mettere in relazione gli uomini e le donne sradicati dalla loro terra e ad elaborare i lutti di coloro nello sfilacciarsi di un canto di amore deluso, sofferto, talora straziato. Nelle milonghe gli uomini e le donne si cercano con gli occhi rapaci, il desiderio é lanciato in ogni angolo della sala e quando ci si incontra e ci si abbraccia per dare vita a una danza iniziatica i corpi vibrano in preda all’emozione forte di un incontro proibito. E’ l’esplorazione di una nuova-vecchia frontiera, quella del desiderio -codificata in passi sapienti, rappresentata da un teatralità che sublima solo parzialmente il peccato mortale dell’abbraccio tra due esseri sconosciuti irresistibilmente attratti l’uno dall’altro.

Peccato mortale. Io lo ricordo l’anatema che veniva lanciato contro questo ballo avvolgente, sensuale quant’altri mai, nelle parrocchie, dai pulpiti dei miei anni sessanta. Più di altre danze, il tango ha alle spalle una storia di proibizioni e di anatemi che la Chiesa cattolica lanciava dall’alto del suo pulpito di ‘tempio dello spirito’. Carne e spirito confliggono spaventosamente in questa religione che ha diviso l’alto e il basso, la carne e lo spirito con una linea Maginot invalicabile superfortificata.

Mortificare la carne e il suo impeto vitale del desiderio sessuale é premessa di felicità futura in un paradiso asessuato dove tutto é luce accecante e purissima, canti celestiali, astrazione spinta al suo massimo. L’Islam, invece, promette paradisi di celestiali lussurie ai suoi vigorosi guerrieri e l’induismo rappresenta all’esterno e all’interno dei suoi bei templi di pietra scolpita l’accoppiamento esplicito di dei e uomini quale naturalissimo complemento di una creazione dove tutto della vitalità che la ispira si tiene e si giustifica come parto divino.

Amiamo vivere pericolosamente. Noi che viviamo nel mondo e il desiderio nostro lo coniughiamo quotidianamente e lo lanciamo oltre i confini impervi dell’altro/i per recuperarlo appagato o ferito e i monaci e i preti cattolici che lo mortificano per partito preso, per feroce determinazione ascetica che é approdata, nella nostra postmodernità disillusa, a una dichiarazione di fallimento -arenata nel fango di una palude impietosamente mostrata ieri in televisione, dopo che in tutto il mondo era stato denunciato lo scandalo di una pedofilia figlia della scommessa atroce di riuscire a mortificare la carne, ridurla al silenzio assordante di una donazione di se al Dio sconosciuto che, ne sono certo, non sa che farsene di un tale sacrificio.