Archivio mensile:febbraio 2007

ciascuno per sè e Dio con tutti

Dunque i Dico non si faranno, oppure, se si faranno, passeranno per il Parlamento senza la targa della maggioranza di centro-sinistra. Chi vivrà vedrà, questo é il paese dell'imprevedibilità, o paese d'o sole e del mandolino, un popolo di allegroni. Chissà quanti sono quelli che avrebbero tratto giovamento da una legge sui Dico, forse non molti; certo é gente che metteva nel conto di non avere rappresentanza politica sufficiente a varare la legge, schiacciati tra l'incudine degli interessi delle gerarchie vaticane e il martello di Mastella e della Binetti.
Hanno ragione quei commentatori che vanno oltre il voto di domani in Senato sulla fiducia. Il problema é il dopo, i singoli provvedimenti – ogni volta da contrattare con il Pallaro di turno o il Turigliatto o Mastella. Siamo succubi di un sistema politico che nessuno nel mondo ci invidia e si sogna di copiare: bizantinismi, personalismi, facciamo il c…o che ci pare e uno sguardo a volo d'uccello sul futuro del paese e sul suo benessere non ci importa per niente.
E' sancito perfino dal principio costituzionale: una volta eletto, il rappresentante del popolo deve seguire solo la propria coscienza. Come si concili questo principio con la sovranità popolare e come questa possa essere manifesta e in qualche modo coercitiva non é chiaro, troppa fatica, i padri costituzionali hanno fatto il possibile, i miracoli sono appaltati al piano superiore.
Dunque si naviga a vista nel mare tempestoso. La riforma elettorale si farà? Al modo degli spagnoli, dei francesi, dei tedeschi? E' lecito dubitarne. Il capo dello Stato ha suggerito a tutti i leaders politici di prendere un modello tra questi senza aggiunte all'italiana, un modello che funzioni e garantisca la governabilità. Voi credete che si farà, che si potrà fare nel paese degli avvelenatori di pozzi e delle 'porcate' dei Calderoli di turno? Una risata ci seppellirà.
A consolazione abbiamo la giaculatoria pia degli avi: ognuno per sè e (speriamo) Dio con tutti.

che l’avanzata sia lenta

'Questo pianeta é retto da una forza che preferisce il disordine all'ordine, la ruggine al ferro e la stupidità alla ragione. Il mondo ci sembra avanzare verso qualche rovina e ci limitiamo a sperare che l'avanzata sia lenta.'
E' difficile dare torto a questa intuizione di Primo Levi (La tregua) e ognuno di noi ha una sua classifica di catastrofi già avvenute e in via di definizione da stilare.
La più piccola e indegna di nota – se non fosse che mostra impietosamente il nostro disordine di popolo e la nostra ruggine anarchica – é quella della crisi di governo aperta da due dissidenti le cui decisioni senatoriali sono già iscritte negli annali della storia dell'imbecillità.
Se l'esito della crisi aperta dai due sarà quello che già si prospetta nei colloqui al Quirinale e nelle riunioni tra i partiti l'immagine che viene alla mente é il finale di 'Prova d'orchestra', il magistrale film che chiude la carriera di Federico Fellini: i suonatori anarchici individualisti e protestatari tornano a emettere tutti insieme le note giuste di un concerto fin là dissonante e stonato sullo sfondo audio di una lingua tragica e metallica echeggiata a lungo nei cinegiornali luce del ventennio.
E' questo che sorprende nel panorama della crisi politica italiana: la sua prevedibilità. Dietro a Prodi c'é Berlusconi: dalla padella nella brace che già ha scottato i lombi e i cosci di un gran bel po' di gente informata dei misfatti. Questa sola cosa ha ricordato il primo ministro ai suoi suonatori dissonanti, che oggi si dicono pronti a votare tutto quello che dicevano di non poter digerire. Si allineano a coda bassa dietro all'aureo principio latino dell'ubi major minor cessat: il principio di coalizione assunto a maggioranza ha la meglio sulle opinioni dei singoli parlamentari, il concerto d'insieme nasce da un necessario sacrificio delle ragioni dei singoli.
Non ci voleva molto a capirlo, ma in questo paese di anarchici individualisti bisogna sfiorare la catastrofe perché un discreto numero rinsavisca.
Così é cari i miei estremisti di destra, sinistra e centro. Il disordine del sistema non é sanabile con le proteste e i cachinni di ognuno e tutti. Occorre ingoiare più di un rospo se non si vuole che un caimano mostri la sua chiostra di denti sul pelo dell'acqua della palude. Non lamentatevi dei compromessi al ribasso che sarà necessario pagare a un nuovo governo dell'Unione: o così o peggio. Dopo Prodi il diluvio. Vi eravate già scordati i condoni fiscali e previdenziali a raffica, il debito pubblico fuori misura, l'economia che ristagnava da cinque anni, le corna del Premier (sic) ai raduni dei G8, le dichiarazioni ridanciane sulla moglie 'povera donna', la guerra in Iraq, le leggi ad personam scritte dai suoi avvocati? A volte ritornano, si dice degli incubi.

la perdita del pudore

Ricordo un tempo, oltre venticinque anni fa, in cui i miei occhi registravano immagini molto diverse dei comportamenti del mio prossimo. Vigeva una gentilezza discreta, -la testimoniava il sorriso con il quale si cedeva il posto negli autobus ai maggiori di età- c'era una parvenza di comunicazione tra le diverse generazioni, l'aggressività cieca dei giovani maschi era cattivo appannaggio dei poveri cristi, quelli dei quartieri malfamati della città, gli emarginati.
'Bari, Biri, Bragola', dicevano i miei avi, recitando il nome delle zone di disagio sociale, 'che Dio ne scampa.' Costoro, gli emarginati, nei luoghi di obbligata convivenza civile, suscitavano un moto di difesa istintiva, ma erano controllati stretti dai maschi vigilanti di altri branchi che, in qualche modo, li contenevano. Il corpo sociale si mostrava sostanzialmente in buona salute, metabolizzava i suoi conflitti latenti.
E' una teoria che si insegna anche nelle facoltà di Architettura e Urbanistica, mi dicono. Tutt'attorno ad uno stabile di case popolari di grandi proporzioni si costruiscono case più costose, riservate a gente di reddito più alto, in modo da sciogliere il grumo di tensione sociale espressa dalla popolazione di bassa cultura e di occupazione bassa o precaria. Gli opposti 'branchi' che si disputano il territorio metropolitano sono così costretti a convivere, si controllano stretto a vicenda, diminuendo o neutralizzando le pulsioni negative.
Oggi il mio sguardo registra solitudini aggressive, indifferenze reciproche tra le diverse generazioni che sono foriere di conflitti sempre maggiori. Giovani maschi – e talora anche le femmine che li accompagnano – siedono negli autobus poggiando le suole sui sedili opposti e non curano gli sguardi di reprimenda degli anziani e delle casalinghe costretti in piedi. Se rimproverati, reagiscono insultando, subito minacciosi. Chi ardisse fronteggiarli si ritrova solo, privo della solidarietà di un tempo, esposto a male parole, spintoni o, peggio, a calci e pugni. Si preferisce convivere con questa violenza latente, tollerarla come mala tempora, piuttosto che avviare un controllo e un confronto sociale che apra a un futuro migliore.
Anche certa tecnologia, in un tale quadro, cessa di essere un aiuto all'uomo, uno strumento di miglioramento della qualità della nostra vita ed enfatizza, invece, i difetti di chi la usa e la possiede. Prendete il telefonino. Dilaga in ogni posto pubblico, sala d'attesa di medico di base o treno, autobus, astanteria di ospedale, scuole. Le cronache ci raccontano di stupri del branco ripresi coi video-cell. e immessi nella Rete come vanto di onnipotenza e impunità, ma anche le semplici conversazioni a voce alta nei luoghi pubblici mostrano una totale assenza di pudore, di difesa della propria privatezza e, invece, un esibizionismo sfrontato, aggressivo.
Ho ascoltato, giocoforza, conversazioni amorose o presunte tali da chi le faceva, litigi tra colleghi di lavoro con tanto di nomi e cognomi e liste nere degli spioni e dei ruffiani negli uffici di appartenenza, turpiloqui di gente di basso ceto che sciorinava in un autobus strapieno i suoi rapporti di cattiva dominanza con l'interlocutore telefonico e semplici conversazioni insignificanti fatte senza mostrare vergogna della propria insignificanza.
Il paese della chiacchera politica vacua e fastidiosa si specchia nella chiacchera petulante dei suoi rappresentati ed elettori. Non ci meravigliamo, perciò, di quanto avviene oggi in Parlamento.
Quei tali – i sedicenti onorevoli – non sono migliori dei loro emissari che formicolano nelle strade e nelle piazze e dentro i treni e gli autobus delle varie città d'Italia.

la verità rivoluzionaria

In un film di grande suggestione iconografica – 'Water':una favola tragica dell'India moderna- fa una breve apparizione Ghandi, leader politico e spirituale, e dice: 'Un tempo pensavo che Dio fosse la verità, ma oggi so che la verità é Dio.'
Bene. Molto bene. Una tale affermazione ci costringe non ad affermare una verità, ma a cercarla, costantemente, perché se non lo facessimo disconosceremmo la divinità che incombe su di noi – ammesso e non concesso che Lassù esistano dei pietosi dei casi umani.
E' sicuramente un progresso rispetto alle Verità rivelate, in nome delle quali si milita ciechi e sordi e ci si dice disposti a uccidere il diverso di fede, l'infedele, il peccatore, l'uomo non pio.
Cercare la verità delle cose, degli eventi presenti e lontani per il laico non é una novità, bensì sereno -a volte difficile- esercizio quotidiano.
Nell'India di Ghandi la Verità era rivoluzionaria, si innestava e dirompeva le mille contraddizioni di una società melmosamente immersa nella preistoria delle sue leggende. Leggende che informavano la vita della povera gente e, per dirne due, condannavano i paria a essere in eterno i reietti della terra e le vedove a portare vita natural durante il kharma negativo della morte del marito.
Nelle società laicizzate la verità é semplicemente il modo più diretto di intendersi tra noi cittadini e di non cambiare le carte in tavola, barando nei rapporti interpersonali e in quelli sociali e politici. La verità aiuta? Non sempre. La verità non va mitizzata, bensì assunta come via brevis tra due punti.
Esistono le verità pietose, quelle che nascondono una parte di vero ai fini di non intristire chi é soggetto di malattie e sofferenze e le verità opportune che sconfinano nella menzogna – palude melmosa nella quale sguazzano i politici e gli affaristi, specie affine e complementare.
La verità é necessaria, in molti casi, perché si amministri vera giustizia – le due cose vanno di pari passo, sono sorelle – e nell'Italia dei mille casi giudiziari irresolti, delle stragi di Stato senza colpevoli e mandanti, la verità sarebbe rivoluzionaria come lo era nell'India di Ghandi, ma, ahimoi! ci hanno preso per stanchezza.
Tra interessate omissioni e prescrizioni pre e post berlusconiane semplicemente ci siamo stancati di cercarla. Buona giornata a tutti.

più cose in cielo e in terra

Ci sono più cose in cielo e in terra di quante i pensieri degli uomini sappiano contenere. La frase non é mia, naturalmente, ma dell'immenso drammaturgo inglese che risponde al nome di Shakespeare -uomo tanto grande da far dire a qualche studioso che egli non é uno, bensì la somma di autori diversi, come si diceva di Omero.
Questo per dire che un immigrato pakistano ha vinto il suo ricorso e ha potuto ricongiungere in Italia, dove lavora, un familiare -la moglie- che aveva sposato per telefono.
Si può fare, lo fanno; per gli islamici il matrimonio non é un sacramento bensì un semplice prendere moglie, accasarsi. Loro i Pacs e i Dico li avevano risolti a modo loro secoli fa senza tanto discutere e accapigliarsi e predire che, oddio! la buone famiglie di una volta vanno a catafascio, poveri noi coi valori cattolici d'antan e della Tradizione.
Quante altre meraviglie simili a queste ci riserva il futuro globalizzato? C'é dell'ironia nella domanda, va da sé.
Se chiedete a Calderoli e Borghezio quanto sono felici della novità di un matrimonio telefonico vi urleranno contro che orde di immigrati si aggiungeranno prestissimo ai già presenti sul sacro suolo e che il matrimonio islamo-telefonico sarà preso ad esempio da tutte le altre etnie, si salvi chi può.
Di buono c'é che i nostri legislatori e noi tutti cittadini della repubblica quanti siamo dobbiamo imparare a convivere con il diverso da noi e apprestare in velocità le opportune contromisure. Così come coi Dico, che escludono le badanti dai riconoscimenti giuridici e normativi per l'elevato rischio di abusi e convivenze di comodo, anche coi matrimoni telefonici dobbiamo studiare a fondo il fenomeno e assumere i provvidenti ad hoc.
Non si vuole che la cosa prenda la mano e metta le ali ai piedi, se un clic e una breve conversazione farà spostare masse di milioni di persone da un paese all'altro in tempo reale. Abbiamo già mobilità che basta col turismo assassino nelle fragili città d'arte. Qui a Venezia, col Carnevale per le strade ci chiudiamo da notte; ci mancherebbe che stuoli di spose in bianco tutte da identificare e certificare scendano da qui a breve le scalette degli aerei al Marco Polo e negli altri scali d'Italia.
Mamma li turchi, pardon, i pachistani!

lo dico o non lo dico?

Lo dico. L'idea di metter mano al Concordato tra Stato e Chiesa mi dà i brividi. Di piacere, naturalmente, e non tanto perché restituirebbe coscienza agli uomini dello Stato del suo essere libero contraente di una serie di norme, vincoli, limiti e reciproci riconoscimenti, bensì per il serrato dibattere che ne scaturirebbe tra cittadini, alla luce della interminabile sequenza di 'interventi mirati', alla perdurante azione di lobby che i vescovi italiani e il loro capo fanno dentro e fuori il Parlamento della Repubblica.
Ben notava il ministro Bonino ieri da Fazio: tanta energia spesa e i toni altissimi della polemica politica sulla istituenda legge che regolamenta la convivenza delle coppie di fatto non si sono uditi negli altri paesi europei dove quella normativa é in vigore da tempo – e non ha sfasciato alcunché della impalcatura sociale su cui si regge la vita associata dei cittadini, non ha fatto apparire ferocissimi diavoli sulla scena, non ha evocato Sodome e Gomorre più di quanto non si vedesse già e già si desse nelle case e nelle strade delle libere metropoli delle varie nazioni.
Che la Chiesa cattolica voglia appiccare il fuoco solo alla Sodoma nostrana fa restar di sale (letteralmente) noi laici che aborriamo i toni eccessivi, le inutili e sciocche litanie sul mondo brutto e peccatore che si merita ogni divina punizione. Non crediamo in un Dio provvidente, bensì nell'uomo creatore del suo proprio destino e facitore della sua storia, buona o cattiva che sia.
E' la sola realtà che ci é dato di toccare con mano, il resto -il mondo iperuranio, l'al di là, il paradiso per i buoni e l'inferno per i cattivi- é leggenda che nutre i vostri sogni e le speranze di chi recita le preci a Radio Maria. Liberi voi di farlo e noi di vivere nello Stato dei cittadini al modo che meglio crediamo opportuno.

La Chiesa vive e sorregge la sua propaganda fidei sulle spaventevoli evocazioni che nutrivano i miei incubi da bambino, manda gli esorcisti a far uscire i diavoli dai corpi degli indemoniati, tutto é orrore dell'uomo peccatore e castigo del peccato, ma la luce del giorno é chiara e serena, il pianeta ruota indefesso intorno alla sua calda stella, é Carnevale e si fa festa, i bambini sono in maschera alla mano dei genitori.
Datevi/ci un po' di serenità, cari i miei monsignori e associati, aiutatevi che il Ciel vi aiuta, pensate un po' di più al Dio dell'amore universale che ha voluto la vita degli uomini varia e diversa e un po' meno al diavolo orribile e cattivo che insidia i giorni e le notti dei vostri fedeli e degli infedeli. Ne avranno giovamento le vostre e le nostre vite e la vita dei cittadini tutti che -anche relativamente ai fatti di Vicenza- sono davvero stanchi di sentir evocare sfracelli e catastrofi ad ogni pié sospinto, ad ogni giorno nuovo.
Che la pace sia con voi e con noi tutti.

il mondo vario e diverso

Il mondo é incredibilmente vario e non riconducibile a un solo precetto, un indirizzo univoco, un piccolo gruppo di storie; basta sfogliare il World Photo Press dell'anno appena scorso per averne una conferma visiva e fattuale. Gli unici a credere il vario mondo ancora redimibile, inquadrabile in una storia d'Amore universale e di precetti evangelici e comandamenti affidati una tantum a un leggendario capotribù che fu capace di camminare sul fondo del mare Rosso sono i nostri amici vescovi e prelati, riuniti nelle rispettive associazioni di tutela del Verbo originario.
Ci devono credere davvero nella Dottrina e in una pretesa 'naturale legge divina' per sfidare la varietà e diversità del mondo peccatore con le parole severe che gli sono caratteristiche. Incuranti del fastidio e del senso di rigetto dei molti italiani che sono favorevoli a una legislazione di tutela delle coppie di fatto, vescovi e prelati lanciano vetusti anatemi, ma pochi -persino tra i loro fedeli- li considerano congrui e sensati, adeguati all'importanza dell'evento che tentano di esorcizzare.
Ci rimproverano di essere figli di Babele, di non relazionarci col nostro corpo come ci si relaziona col tempio di Dio, di disprezzare il matrimonio inteso come sacro vincolo che da senso alla Famiglia e ai figli che ne discendono, ma il mondo vario e diverso produce modelli di convivenza che fuoriescono da questo schema stretto e non c'é barba di santo o di profeta che, all'alba del terzo millennio, possa ricondurre a unità sacrale la varietà peccatrice del mondo.
Dovranno farsene una ragione di questa loro minorità, i vescovi e prelati e la varia folla di integralisti cattolici che alzano i toni al diapason, complice la grancassa dei media televisivi e giornalistici; dovranno accettare, prima o poi, che esistono gli altri, i diversi di fede e dottrina, i laici, le persone che trovano più ragionevole e confacente ai loro bisogni e stili di vita, una convivenza, una unione di fatto riconosciuta dallo Stato dei cittadini.
Il rischio, per chi alza troppo i toni, é contenuto nel finale di una favola antica in cui un pastore gridava invano 'al lupo, al lupo' per averlo gridato troppo spesso senza un buon motivo.

crollava il fronte interno

Tra settembre e novembre 1943 le genti che abitavano le terre a nord est dell'attuale confine italiano videro affluire nei paesi della costa una quantità di soldati sbandati, impauriti, gli occhi increduli per quanto avveniva loro. Era crollato il fronte interno, un qualche generale delle retrovie aveva firmato l'armistizio con il nemico e alla periferia dell'Impero i militi e i miliziani ex fascisti tornavano a se stessi, alle loro fedi private, al loro destino di uomini che chiedevano solo di rimpatriare e di aver salva la vita.
Tutto cessava e tutto poteva ricominciare. Il futuro per ognuno di quei fanti e avieri e carristi e carabinieri in forzata libertà poteva essere diverso e migliore.
Storie le più diverse stavano per essere scritte, ma per molti di coloro la speranza morì qualche giorno più tardi: chi annaspante per giorni nel buio fetore di una stretta tomba ipogea dove gemevano altri feriti e putrefavano i cadaveri dei più fortunati, chi avviato nei vagoni-bestiame verso i campi di prigionia della Germania ancora in armi e rabbiosa nei confronti dei traditori.
Le varie anabasi del nostro esercito in rotta riempiono pagine e pagine della penosa storia patria che fa seguito alla sconfitta del nazi-fascismo. Pagine di gloria e di orrore, peraltro non molto diverse da quanto avveniva in tutti i paesi e città dell'Europa martoriata che avevano la sfortuna di trovarsi sui confini delle nazioni disfatte dalla guerra.
I trattati di pace, qualche anno più tardi, premiarono i vincitori e punirono duramente i vinti ed esodi dolorosi di quà e di là del nuovo confine ridisegnato segnarono il dopoguerra e la storia moderna.
Niente di nuovo e diverso di quanto avviene da millenni alla fine di ogni guerra: giù la testa, gli occhi gonfi di lacrime e camminare, verso est o verso ovest 'in cerca di un nuovo inizio' – dice un guerriero sconfitto nelle sequenze iniziali del bel film di Gibson: 'Apocalipto'.
Dovremmo avere memoria di tutto questo, dovremmo dirlo ai figli e ai nipoti -molti dei quali sono immemori e incoscienti delle loro stesse vite e disavventure quotidiane- come può essere duro e orribile il transito nella storia umana.
Per questo abbiamo istituito i 'giorni della memoria'; ma la memoria di ognuno é 'il paese più straziato' di Ungaretti, il luogo dell'assoluto e dell'inconciliabile perché si va in guerra per forza -costretti dalle ragioni di chi governa contro i nostri convincimenti profondi- e si ritorna, quando si ritorna, con l'inferno nell'anima e perché si é costretti, sconfitti, all'abbandono dei luoghi natii e poco importava a quei meschini che il Comunismo allora trionfasse ribaldo e il Nazifascismo putrefasse a cielo aperto dentro a un bunker esploso a Berlino e nella piazza di un paese italiano dove due cadaveri penzolavano oscenamente a testa in giù ricoperti di sputi.

guerre di bassa intensità

La prima volta che capitai in uno slum metropolitano fu a Manila, un sacco di tempo fa. Accompagnavo mio padre nel viaggio dell'ultima speranza, aveva un cancro allo stadio terminale -i guaritori di Manila avevano audience nei più diffusi rotocalchi occidentali e da molti aeroporti europei e americani partivano charters pieni di cancerosi che venivano 'operati' a mani nude e congedati una settimana o un mese più tardi dopo esborso di laute 'offerte libere'.
Era la vendetta del quarto mondo sul primo: occidentale, evoluto e sfrontato fino al punto da pensare di poter ingannare la morte, comperare la sopravvivenza fisica dalle mani di furbi prestidigitatori -tanto abili da ingannare perfino le fotocamere e le cineprese. Dalle 'ferite' aperte sui corpi malati uscivano filamenti e grumi sanguinosi incongrui e falsi perfino agli occhi di uno studente di medicina del primo anno; non agli occhi del morente, però, capace di illusione e folle speranza quant'altri mai.
Nel tempo libero -ne avevo molto- giravo la città in lungo e in largo, facevo fotografie, guardavo le ragazze – ne giravano di bellissime, molte in compagnia di attempati puttanieri dall'aria svagata e sognante.
Capitai nello slum di Manila per caso, transitando di là di un lungo ponte di barche. Aveva la poesia in bianco e nero delle borgate romane descritte da Pasolini: un luogo fiabesco nella sua indicibile miseria dove ogni uomo, donna e bambino avevano un ruolo e un peso, un senso operoso – lo stesso del brulicare di formiche a migliaia fuori e dentro un formicaio. Avevo nascosto la macchina fotografica sotto la giacca con un gesto impulsivo, ma nessuno sembrava far caso allo straniero che camminava per le strette vie tutto notando senza darlo a vedere.
Fu un azzardo -me lo disse un ragazzo italiano due sere più tardi, raccontandomi i casi di morti ammazzati per poche lire o per un passaporto-, ma ne conservo il ricordo di una magia: del come la vita degli uomini prenda forme le più varie e sordide e produca il miracolo di un durare, di un riprodursi ed evolvere ad onta del minimo vitale che in quei luoghi, gli slums, é lo standard di partenza delle vite dei diseredati e, per moltissimi, di arrivo.
Più di un miliardo di persone sopravviveranno nel 2040 in squallide baraccopoli, da Lima a Mumbai, da città del Messico a Nairobi, da Rio de Janeiro al Cairo, accalcate sui pendii di colline franose o nei pressi di aeree acquitrinose. Al Cairo, un milione di poveri vive nelle tombe dei sultani, la Città dei Morti, utilizzando le lapidi come arredamento, ci informa Mike Davis nel libro 'Il pianeta degli slum'.
E' la rivincita della vita sulla morte, il groviglio dei lombrichi che feconda la terra umida nelle tombe, le formiche impazzite che muoiono a centinaia sotto gli scarponi del viaggiatore distratto, ma il loro numero e la loro capacità riproduttiva é tale da non curare le ricorrenti catastrofi.
'Quando i poveri si ribelleranno si avrà una guerra mondiale a bassa intensità' aggiunge Mike Davis 'ma di durata illimitata. Sarà questo lo scontro di civiltà prossimo venturo.'
Un ritorno al futuro che si apre sulla scena medioevale di un quarto mondo da noi tutti mai considerato.