Archivio mensile:settembre 2006

come state tutti?

Come state tutti? Chi bene, chi male, lo so, ognuno ha le sue magagne e gatte da pelare, la salute é una gran cosa e quando viene a mancare tutto si spegne progressivamente. A New York hanno fatto causa in ottomila all'amministrazione cittadina e all'ente preposto alla tutela della salute pubblica. Malattie polmonari che tolgono il respiro, affezioni alle pelle e cecità parziali, disturbi anomali ma statisticamente rilevanti; é possibile che le lista si allunghi a dismisura nei prossimi mesi e anni.
Entrambi -l'ente e il sindaco- avevano diramato bollettini rassicuranti, qualche mese dopo il famigerato undici di settembre – nine/eleven, dicono in America, la data della maledizione, la transizione tragica del millennio sotto l'egida dei terrorismi diffusi e delle guerre di religione.
Quintali di metalli pesanti e faville di amianto sono rimaste in sospensione per mesi e mesi nei bassi strati del cielo sopra New York e sono state inalate dai polmoni di chiunque vi sia transitato o vi abbia risieduto, ma occorreva dare un segnale di riscossa, bisognava dire ai mercati borsistici che l'America non era più in ginocchio e per questo si lanciarono quegli annunci tranquillizzanti: tornate a vivere, cittadini, uscite dalle case, comprate, andate al cinema e a teatro, riempite i locali pubblici, siamo più forti dei maledetti terroristi assassini, la vita e l'economia che riprendono a girare sono la nostra forza.
Non c'era molto di sensato, in tutto questo, oggi lo sappiamo, e ad aumentare l'insensatezza su quell'evento lontano arriva un video girato per conto di un miliardario americano che vi ha riversato la bellezza di sette milioni di dollari, poco meno di quattordici miliardi delle vecchie lire. L'hanno trasmesso tre giorni fa su rai tre, Report, una trasmissione condotta dalla Garbanelli, una giornalista cauta, affidabile, seria, che ci ha messo decine di volte sull'avviso per quanto di enorme era contenuto in quel video rifiutato da quasi tutte le televisioni occidentali.
E' un'ipotesi da prendere con molte pinze, da valutare con il massimo del discernimento e dell'attenzione, continuava a dire, ma alla fine ce l'hanno proposto, l'hanno mandato in onda. L'analisi sofferta della redazione di Report é giunta alla conclusione che il video in questione solleva troppi maledetti dubbi, lascia senza risposta troppe domande angosciose. Non si tratta di una rozza tesi dietrologica, ma é una ragionata infilata di: 'é successo questo e questo, perché?'.
Perché nessuno dei vertici politici e militari risponde alle nostre domande, perché si tenta di impedire in ogni modo il tentativo di riesumare la salma dell'undici settembre 2001 – seppellita in fretta sotto gli eventi immediatamente successivi: la guerra contro l'Iraq, il prezzo del petrolio alle stelle, le economie dell'occidente in ginocchio, ma le finanze personali dei Bush alle stelle, padre e figlio entrambi petrolieri?
Non uno scoop giornalistico, insomma, (nessuno che abbia osato trasmetterlo a parte alcune televisioni arabe, per ovvie ragioni), bensì una somma di ragionevoli dubbi che non trovano risposta, come quelli che si valutano nelle corti di giustizia americane e portano a verdetti di colpevolezza o di assoluzione.
Riassumo per chi non l'avesse visto. Le torri di New York non sono cadute a causa dell'impatto degli aerei -collasso di un piano sopra l'altro, temperature di fusione altissime a causa delle migliaia di litri di cherosene in fiamme, dissero i 'tecnici' intervistati- bensì sono implose al modo degli edifici che vengono 'dinamitati' nei perimetri delle metropoli da ditte specializzate al fine di farli cadere col minimo del danno possibile. Perchè l'avrebbero fatto e chi sarebbe il maledetto mandante di una tale enormità?
Interviste a giornalisti e agenti Fbi informati dei fatti (e dimissionati) e la serie delle altre testimonianze portano a concludere che l'amministrazione Bush in affanno di popolarità ha costruito quest'attentato nei minimi particolari, ha progettato una seconda Pearl Harbour per poter attingere all'immenso sdegno del popolo e muovere finalmente guerra a Saddam Hussein.
Una tesi talmente incredibile da piegare il dito a martelletto e picchiarlo sulla fronte, indicando gli autori del video quali mattocchi da manicomio.
Eppure guardate e riguardate la sequenza degli edifici che implodono su se stessi (il video é rintracciabile in Internet) e il 'ralenti' delle due torri che si sbriciolano in modo eguale; guardate quelle piccole esplosioni sui piani più bassi che precedono lo sbriciolarsi dell'edificio, ascoltate con attenzione i pareri dei tecnici intervistati e un 'ragionevole dubbio' comincerà a insinuarsi nella vostra mente come é successo a me. Se fossi nella giuria di un ipotetico processo, mi batterei per un supplemento di indagine e di discussione, come minimo.
La tesi di un complotto 'interno' non é nuova in America. Già Oliver Stone in famosissimo film proponeva una ricostruzione ragionata della morte di John Fitzgerald Kennedy che, facendo le pulci alle inchieste ufficiali, mostrava come fosse poco credibile e fin rozza la versione ufficiale. Non é successo nulla. L'apparato politico-militare che nel film (e nell'inchiesta giudiziaria che lo ha ispirato) veniva additato di colpevolezza, di complotto contro i poteri dello Stato, non é stato oggetto di nessuna ulteriore indagine degna di questo nome; gli uomini malvagi che hanno tradito la grande democrazia americana sono morti nel loro letto e di loro si parla ancora con onore e rispetto; succederà anche ai Bush e a tutti gli uomini di cui si é circondato l'attuale presidente americano?
Viviamo una storia collettiva surreale; vista da un altro pianeta la qualificherebbero come un 'reality' strampalato, eppure é la nostra storia.
Abbiamo abdicato, abdichiamo ogni giorno alla ricerca della verità e il risultato é che Andreotti non é mai stato in Sicilia e non ha mai baciato Riina, né conosciuto i fratelli Salvo, Berlusconi é un simpatico grande statista, un Unto del Signore perseguitato dalle opposizioni e Bush un povero Cristo accusato da dei pazzi di essersi costruito il suo undici di settembre colle peggiori intenzioni.
Nel confronto perfino Hitler e Mussolini risultano animati da buone intenzioni, mutatis mutandi. Alla fin fine, che male ci sarebbe stato se fossimo ancora dei giovani balilla e facessimo il sabato fascista e alle olimpiadi di Berlino gli atleti sfilassero tutti colla mano levata davanti al nipote del Fuhrer?

il primo mondo e il quarto

Non sappiamo quasi nulla di quel che é successo in Thailandia, i telegiornali si sono limitati a imbarazzati comunicati molto stringati, nussun inviato, nessuna analisi politica che ci dicesse come si é arrivati a quel punto di rottura, quali erano le forze in campo e perché gli uni e gli altri fossero contrapposti e nemici. Chi, come, dove, quando.
Insomma, il buon giornalismo dei reportages si é lasciato sorprendere e ha relegato un paese importante per lo scacchiere orientale, per il turismo internazionale, per le economie ruggenti delle tigri asiatiche a paesucolo da quarto mondo dove l'enormità di un colpo di stato imposto -pare, si dice, si mormora- dal re medesimo fila via come evento tra gli eventi possibili, variante drammatica a una democrazia apparentemente consolidata.
Sappiamo, per la verità, molto poco dei paesi in cui viaggiamo. Delle guide preferiamo leggere le descrizioni paesistiche e il prezzo degli alberghi e non le problematiche sociali, gli scontri tra etnie, gli equilibri difficili politico-militari nel triangolo d'oro al confine tra Laos e Birmania, sicché si dà il caso di centinaia di migliaia di italiani che sanno tutto su dove e come trovare sesso facile a Bangkok e sulle spiagge più bianche e più affollate delle cento isole coralline e nulla della realtà sociale e politica che ha portato a quest'epilogo sorprendente: un re moderato, di basso profilo, improvvisamente balza all'onore delle cronache per -nientepopodimeno- un colpo di stato versus il suo primo ministro, un tycoon onnipotente, -pare. si dice, si mormora- molto simile a quello che in terra italica abbiamo congedato con soli ventiquattromila, soffertissimi, voti di differenza.
Già, perché l'ultima che il cattivo giornalismo nostrano ci aveva trasmesso su quel paese era proprio l'affinità sorprendente tra quel tale, il tycoon tailandese dalle infinite finanze e cointeressenze in molti settori dell'economia asiatica e il nostro Berlusconi. E' una democrazia difficile quella che coniuga lo strapotere dell'infinita ricchezza (che la democrazia se la compra) e la democrazia classica, quella dell'equilibrio dei poteri e delle istituzioni forti, consolidate, le prassi costituzionali rispettate da destra e sinistra, niente strappi o populismi da repubblica delle banane e quant'altro di avvilente ci ha offerto il campionario della sedicente 'casa delle libertà'.
Qualcosa di simile deve essere avvenuto laggiù, nella terra dei popoli thai apparentemente pacificati. Una difficile coesistenza tra poteri forti deve aver prodotto scintille, il tycoon asiatico e il suo pesantissimo conflitto di interessi devono aver prodotto quello che agli italiani, per il rotto della cuffia, é stato risparmiato.
Non sarebbe male parlarne più diffusamente, non foss'altro che per riflettere sullo scampato pericolo.
Datevi da fare, cari i nostri giornalisti dalla Rai e della carta stampata. C'é un lustro di ciarpame e di sudditanze al potere politico ed economico da buttar via e un nuovo modo di fare giornalismo da costruire.

nel caso ve lo foste perso

Non provate nemmeno a spiegarmi come possa Telecom avere accumulato quaranta miliardi di euro di debito, ottantamila miliardi di lire. L'equivalente di una finanziaria da tempi di guerra. Non provate a spiegarmelo perché non riuscirei a capirlo. La cifra, pur se esorbitante, riesco a concepirla. Ma quello di cui non mi capacito é come si possa arrivare in cima a quell'Everest di debiti senza che qualcuno ti fermi prima. Senza che una sirena cominci a suonare lanciando l'allarme rosso.
Nel mondo normale, quello nel quale vivono e lavorano la stragrande maggioranza degli umani, c'é un rapporto molto stretto tra ambizioni e realtà, tra soldi guadagnati e soldi spesi, tra i desideri e il loro esaudimento. Varcata una ristretta soglia, quella della superfinanza e del megabusiness, pare che saltino tutti i tappi, svaniscano tutte le logiche.
Lassù tutto é possibile; gli zeri diventano virtuali, i debiti spariscono sotto un tappeto di protezioni bancarie e politiche.
Le consulenze fruttano cento, mille volte uno stipendio da manager; tutto si gonfia all'inverosimile, diventa esponenziale, non più misurabile, non più controllabile.
Prima ancora di stabilire se questo sia fuori dalla morale (per me lo é), possiamo tranquillamente stabilire che é fuori di testa.
Prima ancora della guerra, forse sarà la pazzia a far crollare il capitalismo. Speriamo di non restare sotto le macerie.
Michele Serra – 'L'amaca' – la Repubblica del 14/9

la sindrome di Roger Rabbit

A teatro o nel cinema, quando un personaggio ripete una stessa frase, si muove in un certo modo, incontra persone e vive una vita che per gli spettatori é prevedibile, si é creata una maschera, si é data vita a una macchietta. A Roger Rabbit, personaggio di un simpatico film, bastava accennare un 'paparapapa' opportunamente cadenzato e quello reagiva nel modo che sappiamo.
Ad alcuni sembrerà irriverente, ma qualcosa di simile accade, da qualche tempo in quà, nel mondo cosidetto islamico.
Basta dire con voce pacata che che l'Islam ha partorito dal complesso delle sue credenze storicamente accertate anche la Jihad e la sua forma postmoderna che é il terrorismo assassino ed ecco che da qualche parte nel mondo una maschera di muezzin o imam -leader di una qualche setta o filiazione islamica- lancia alte grida e lai verso la massa dei fedeli beoti facendoli scendere in piazza a urlare contro Rushdie-il bestemmiatore, il Papa-che-non-capisce-l'isl am, la Fallaci-crociata (pace alla sua anima), il povero Theo van Gogh assassinato per aver denunciato le condizione di schiavismo di molte donne mussulmane e gli autori-editori delle vignette satiriche che rappresentavano un aspetto di quel mondo -certamente variegato- che va sotto il nome generico di Islam.
Di gente gente così da noi si dice che sono particolarmente permalosi o hanno la coda di paglia. In ogni caso é gente facile ad accendersi, infiammarsi e lanciarsi gridando improperi o peggio contro un qualsivoglia obbiettivo 'occidentale' -per loro il mondo del Male, della perversione dei comportamenti pii che ogni buon mussulmano é tenuto a rispettare. E' una battaglia civile che in occidente abbiamo già combattuto e, per nostra fortuna, l'abbiamo vinta.
Avevamo anche noi i nostri integralisti che -fino a tutti i sessanta- pubblicavano fuori dalle parrocchie la lista di film proibiti -secondo che contenessero un bacio di troppo o un abbraccio lascivo o qualche passo di tango, ballo maledetto dei mascalzoni latini che seducevano le fragili femmine .
A mia madre, separata dal marito, un prete-imam durante la predica domenicale lanciò l'anatema 'vattene fuori dalla casa di Dio', umiliandola di fronte al cosidetto popolo dei credenti -nella quotidianità i vicini di casa, gli amici comuni e i conoscenti che le tolsero il saluto e svicolavano imbarazzati per non guardarla in viso quando la incontravano per strada o sulle scale. Che miseria morale, diciamo oggi, che squallore di beghine e povera gente succube di un verbo antico, retrivo.
La Chiesa cattolica ha pagato un alto prezzo di credibilità per quelle sue posizioni estreme e forsennate, per essere stata una religione 'inflessibile' al pari di quella islamica che non riesce a coniugarsi con l'Occidente -dove pure i suoi figli emigrano cercando migliore fortuna esistenziale. Ha pagato il prezzo del distacco dal popolo dei sempre meno fedeli, l'affievolirsi di una fede che le generazioni ultime sentono come 'vecchia', non più credibile rispetto al passo del futuro.
Credo che ai figli dell'Islam, tutti senza eccezione, toccherà attraversare un uguale periodo di passaggio fitto di conflitti e doverose rielaborazioni culturali che la porteranno ad essere anch'essa una religione flessibile, finalmente capace di coniugarsi con la postmodernità, di accettare una separazione netta tra la vita dei laici e le loro libertà civili e i dettami religiosi; diversamente, sarà emarginata nelle sacche geografiche e politiche che l'hanno partorita e i suoi figli reietti, dichiarati indesiderati dai governi e dalle nazioni che li ospitano.

il giorno dopo

Vi sono date e giorni della nostra vita che sembra di assaporare un cambiamento. Qualcosa é mutato, in effetti rispetto a l'altroieri: oggi, é il 12 di settembre, gli autobus sfrecciano via pieni di gente, scolari in maggioranza e chi resta alle fermate impreca, maledice, mastica rabbia per il disservizio e il conseguente ritardo al lavoro. Ci siamo ripresi gli autobus, a quanto pare, e già ci vanno stretti. Pensate a quel che sarà quando decreteranno le targhe alterne o il blocco totale delle automobili nel centro cittadino. Durante tutto l'agosto delle nostre ferie gli autobus sono stati pascolo aperto di extracomunitari e badanti; l'impressione di essere minoranza etnica in patria inquietava; dove sono andati tutti, pensavamo.
In realtà non c'é niente di nuovo, tutto é stato già visto e vissuto solo un anno fa e tutti gli anni prima. Neanche l'undici di settembre ha cambiato un granché, in apparenza.
E' stato cinque anni fa: una fiammata enorme ha scosso l'occidente delle televisioni sempre aperte a raccontare il villaggio globale. Pareva un film, dicono tutti, ma il secondo botto e poi il crollo enorme, l'implosione delle torri piene zeppe di gente e l'immensa nube di polvere e di amianto ci ha riportato alla realtà dell'impossibile che, invece, accadeva sotto i nostri occhi.
Occidente e Oriente entravano in collisione storica, scenografica, catastrofica. Le vecchie ideologie della guerra fredda lasciavano il posto a quest'altra guerra, quella contro i terrorismi che fonda i suoi marci equivoci nei libri antichi delle profezie e delle religioni. Come ne usciamo?
Si fa come sempre, come ai tempi degli avi: si aspetta il tramonto, si va a dormire e si scrutano i primi bagliori dell'alba, speranzosi di qualcosa di nuovo e diverso.
Ogni giorno nuovo ha la sua pena, il futuro non é detto, si procede a tentoni, si naviga a vista, chi vivrà vedrà e saprà. 'Nei tempi bui si canterà?' si interrogava B.Brecht ai tempi suoi. 'Si canterà. dei tempi bui.' rispondeva.
Accanto a me un marcantonio tutto vestito di nuovo accende il telefonino e parla con un suo collega chissà dove. Sente di dovergli delle spiegazioni, si giustifica per qualcosa che ha fatto o detto, accusa un collega che si oppone ai dettati del capo, é un pusillanime, un Fracchia che inizia la sua giornata lavorativa e non si vergogna di farsi ascoltare da chi gli sta giocoforza vicino e non riesce a leggere a causa della sua stupida conversazione. Il mondo delle professioni é pieno delle inutili e squallide cose che già la letteratura ci ha raccontato, fitto di piccolissime persone, di anime morte.
Il giorno dopo l'undici-del-nove tutto ri-accade come se niente fosse stato. E' ri-accaduto a Madrid, nella metropolitana, e poi a Londra e sarebbe accaduto di nuovo sugli aerei durante il nostro agosto feriale, se non ci avessero salvato i 'bobbies' dell'intelligence britannica. Una strana guerra é esplosa all'alba del terzo millennio sulla crosta del pianeta Terra, una guerra che ha il sapore di antico, un Medioevo prossimo venturo. Sto seduto nell'autobus pieno di gente, ascolto il Fracchia lamentarsi della carriera stroncata a causa del collega e guardo in tralice un tale di pelle scura, un maghrebino, forse, che non si toglie la giacca a vento malgrado qui dentro faccia caldo, così stipati.
Potrebbe avere sotto la giacca una cintura esplosiva, mi accade di pensare, e questo potrebbe essere il mio ultimo pensiero prima della deflagrazione. Lo penso con freddezza, senza emozione, se dovesse succedere non potrei farci nulla. Così va il mondo. Questa é la nostra storia.

le storie finite

Che ne é delle nostre storie finite? Vivono una loro vita in universi paralleli che intuiamo, ma che ci sono sconosciuti? Le abbiamo confinate nei ricordi, da dove ci tormentano perché non si dà mai morte definitiva, il nulla. Dopo l'apparizione e l'azione nel mondo dei viventi é un loro vagare disperato eppur vitale, un continuo pungolarci e questuare nuova vita.
Le storie brulicano come i vermi sottoterra: reali, possibili, immaginate, sognate.
Quella tale, amatissima, morta alla nostra storia da molti anni ormai, se ne va in Sicilia, a chiudere la sua vita spumeggiante dentro il recinto di un paesotto di mafia. Resisterà? Difficile crederlo. Chi é stato pienamente libero difficilmente si costringe dentro alle barriere di un mondo chiuso, asfittico, per quanto la Sicilia di oggi sia cosa diversa da quella che ci raccontavano i romanzi e gli sceneggiati d'antan. Il vento delle libertà vi soffia impetuoso, credo, trasportato dalle speranze e dagli occhi vergini delle nuove generazioni, tuttavia fatico a vedere la sua figuretta di donna attenta, curiosa di tutto, aggirarsi nel polveroso perimetro delle strade e ridere tra se e se delle locuzioni gergali del dialetto chiuso, ostico delle vecchie persone che avrà in cura.
Amava le storie che echeggiavano la letteratura e, certo, questa sua scelta azzardata si conforma a quei suoi diktat interiori.
Con me favoleggiava di aggregarsi ai medici senza frontiere, ma l'età ha il suo peso; forse varcare le frontiere si fa con maggiore agilità in età più fresca.
Ne parlo con serenità, come di un altra persona, eppure siamo stati uno così strettamente da impazzirne.
Auguri di buona vita, dottoressa, per quel che é l'orizzontre di futuro che ancora riusciamo ad abbracciare.
Que reste-t-il de nos amours? Une photo, vielle photo de ma jeunesse…

la prigione e la fama

Quali risorse emotive sostengono una ragazza di diciotto anni, vissuta per dieci anni prigioniera di uno psicopatico, nel suo apparire in televisione e rispondere alle domande di un intervistatore? I giornali ci informano che l'apparizione televisiva di Natasha ha incollato ai video nove austriaci su dieci, meglio dei mondiali di calcio o della più gettonata soap opera. La sua apparizione in video é stata preparata con la massima cura e la ragazza si é affidata ad uno specialista del settore che non ha voluto un euro – ben sapendo che il ritorno di immagine gli procurerà introiti altissimi nel prossimo futuro.
Ma é il voyeurismo degli austriaci che mi incuriosisce e mi inquieta -e non solo il loro, dal momento che la rete televisiva austriaca sa che può vendere a peso d'oro le cassette dell'intervista alle altre reti estere. La prigionia e la sofferenza terribile di una ragazza, dunque, vanno al mercato dello spettacolo al pari di un 'grande fratello' e di una 'isola dei famosi'? Possiamo immaginare i sentimenti di sdegno e compassione e partecipazione emotiva dei connazionali di Natasha nel guardarla sorridere in modo triste e affaticato, nel biascicare le risposte alle domande più dolorose – tutto preventivamente concordato con l'esperto di immagine e provato e riprovato come si fa in un set cinematografico. Dov'é il limite della verità dei sentimenti delle persone, – di chi racconta e di chi ascolta- dove l'abbiamo spostato all'alba del terzo millennio, schiavi noi tutti delle regole imposte dallo 'stars system'?
Non sappiamo la verità vera delle cose e, apparentemente, non ce ne importa un fico, dal momento che nelle aule giudiziarie ci accontentiamo dell'avvilente teatro della cosidetta 'giustizia' -dove conta più la bravura di un avvocato o il look di un pubblico ministero e infinitamente meno la sua capacità di accertare la verità degli eventi, il dove, come, chi di un delitto commesso.
Sono stati messi a punto dagli studiosi della materia strumenti chimici e di osservazione dei micromovimenti emotivi del volto che potrebbero dire ai giudici chi mente e chi dice la verità con una approssimazione del novantacinque per cento e forse più, ma preferiamo tenerci gli sgangherati strumenti di inquisizione giudiziaria che abbiamo, soggetti ai diktat legislativi dei politici di turno e dei magnati televisivi che fondano un partito allo scopo.
Aveva cominciato Jim Carey a raccontarci in un magnifico film il lato oscuro, voyerista, del nostro intelletto, ma, indietro nel tempo, erano le donne siciliane segregate nelle case che spiavano dagli oscuri socchiusi lo svolgersi della vita altrui e, altrove nel mondo, le donne e i bambini arabi -curiosi dell'andare e del venire altrui di là dei trafori e degli arabeschi delle finestre.
La prigionia e la reclusione, imposte o volontarie, hanno dunque aspetti di curiosità a volte morbosa, ma che é speculare, nell'era della televisione e di Internet, a quella di chi guarda al di là del video, incurante della verità dell'altrui sentire.
Guardiamo e siamo guardati da sempre. Leopardi in uno dei suoi canti ci raccontava della 'gioventù del luogo che mira ed é mirata e in cuor ne gode'.
Parlava della piazza del paese e dei suoi compaesani, lui, il recluso nell'avita magione paterna, invidioso della vita dei 'liberi' contadini e, appena poté, se ne scappò a Napoli a guardare e a vivere il mondo immaginato che lo deluse non poco.
Chissà se Natasha tornerà sugli schermi televisivi a dirci della delusione della sua vita futura e del suo rapporto colla vita 'libera'.

le vite che ammiriamo

Non so che cosa spinga alcune persone a vivere vite ammirevoli. Il mistero delle vite nostre diverse é contenuto nei geni e nel labirinto dei neuroni assiepati dentro il quale si aggirano i pensieri. Una mia amica -professionista affermata- si é offerta di andare in Kenia, sostegno a una missione di aiuti allo sviluppo. Perché, le ho chiesto. Mi ha guardato strano. Perché alcuni si sentono buoni, hanno simpatia per un prossimo remoto di cui poco sappiamo, lavorano e si battono per cause umanitarie in paesi lontani?
Perché le due Simone (le ricordate? Simona Pari e l'amica Torretta, rapite in Iraq e liberate dopo il pagamento di un lauto riscatto) hanno ancora negli occhi i luoghi della loro pena, impedite a tornare da considerazioni forti, di opportunità e rischio personale, perché tutta questa bontà, l'altruismo spinto fino ai limiti del sacrificio di sé?
'Un ponte per…' si chiamava l'associazione che le arruolava, in un mondo in cui i ponti sono bombardati e distrutti e i collegamenti tra le culture diverse e antagoniste si fanno sempre più difficili. Amore per le sfide impossibili? Umana simpatia per i diseredati, i civili incolpevoli?
Alcuni di costoro non sono credenti, non vale per loro il pensiero remoto di un premio eterno per la bella vita vissuta nell'amore del prossimo e il mistero si fa più fitto.
Personalmente non ho simpatia per i migranti. Per un uomo di sinistra quale sono é una contraddizione forte. A mia figlia che me lo rimproverava ho risposto che sono uomo razionale, ma anche un grumo di emozioni, come lei, come tutti noi. Queste nostre due realtà -razionalità ed emozionalità- sovente confliggono. Sono condizionato emotivamente dalle notizie che ci vengono da Brescia, dagli ambienti dell'immigrazione clandestina e non. Per quanto la mia razionalità s'imponga, faccio fatica a sedare i moti di fastidio, l'insorgere delle voci dal lato destro dell'emiciclo parlamentare che é in noi. Il nostro io é un parlamento, scriveva Michele Serra qualche tempo fa in un suo articolo, siamo una pluralità di voci sovente discordanti, perché dissonante é la realtà che ascoltiamo e guardiamo.

Abbiamo nei nostri pensieri la destra, la sinistra e il centro degli schieramenti politici per i quali tifiamo come cittadini nell'agone elettorale; perfino un fascista tetragono entra un po' in crisi quando ascolta le notizie di un senegalese che si tuffa in mare e salva due bambini italiani perdendo la sua vita. Perché? gli vien fatto di chiedersi, così come faccio io a fronte delle vite ammirevoli.