Archivio mensile:agosto 2006

i padri-padroni

C'é stato un tempo in cui le donne italiane hanno lottato per la loro emancipazione, un tempo in cui sono uscite dalle case-prigione e hanno dilagato per le piazze dove manifestavano per i loro diritti e gli uffici e le fabbriche dove trovavano lavoro. Era l'inizio della postmodernità, le donne volevano i pantaloni e a indossarli in casa erano entrambi, lui e lei, uguali diritti e uguali doveri.
Era tempo che si scrivesse una storia diversa nel nostro paese, una storia al femminile; oggi la difendiamo come conquista, la esponiamo come bandiera nei confronti di quei barbari immigrati (popoli barbari erano detti in antico tutti coloro che non potevano ambire alla cittadinanza, mancando dei requisiti necessari) di cui alle cronache di segregazioni femminili e omicidi orribili di arcaici padri-padroni.
Ci siamo persi i valori, nel frattempo, le buone virtù femminili che scaldavano il cuore agli avi. Sorelle e madri erano sempre immacolate e pure, guai a sparlarne; chissà che pensano il fratello e il padre della Gregoraci Elisabetta della loro sorella e figlia, oggi compagna di un tale Briatore, uomo ricco e spreca-donne.
Ha puntato in alto la pulzella, ha mantenuto la rotta alta, dopo i nefasti negli uffici della Farnesina e i favori sessuali concessi a un miserabile sotto-segretario afflitto da satiriasi da potere. Anche la sua (della Gregoraci) é una storia di successo, seppur ottenuta col modo antico dell'offerta di sé al (sotto)potente di turno.
Prezzi da pagare, dice la mia amica Silvia, cinica da sempre; anche i maschi si muovono su coordinate non dissimili, se ambiscono al progresso della carriera.
La si metta come si vuole, fatto si é che preferiamo ascoltare questo genere di storie da basso impero -col trionfo finale della cortigiana di turno- piuttosto che quelle barbaricine delle segregazioni e degli sgozzamenti importati dagli ambienti della clandestinità islamo-mahgrebina.
I 'favori' sessuali hanno a che vedere con la libertà degli individui, in qualche modo; le violenze contro le donne di casa che ambiscono all'emancipazione e all'integrazione sono un attentato alla libertà, un'intollerabile sopraffazione che gli uomini e le donne dell'Occidente non sono più disposti a tollerare.

governare le catastrofi

Tra la fine dell'ottocento e l'inizio del novecento si era diffusa in Europa e nel Nuovo mondo una attesa di eventi nuovi che diedero forte impulso alla letteratura del 'progresso ininterrotto'. L'illuminazione delle città col gas e poi coll'elettricità, l'acqua dentro le case della nuova borghesia e i servizi igienici e il miglioramento dell'igiene e della sanità pubblica in generale -correlate alle scoperte dei vaccini e della penicillina- spinsero scrittori e poeti a ipotizzare per l'umanità a venire 'magnifiche sorti e progressive'.
Siamo vissuti di rendita fino ad oggi, relativamente a quella antica 'leggenda metropolitana', colle tragiche pause di ben due guerre mondiali. E proprio il ricorrere di eventi bellici a catena dentro la cornice di una guerra latente (la 'guerra fredda' tra blocchi ideologici e geografici contrapposti), si é incaricato di dare un colpo molto forte all'idea di progresso ininterrotto.
Oggi é guerra di civiltà e culture, lotta spietata tra culture inflessibili promananti da religioni arcaiche che condizionano le società e un progresso tecnologico ad occidente che arranca, cammina a passo di gambero -come scrive U.Eco in un suo libro.
Forse é il ricordo di quella fola di inizio secolo -le magnifiche sorti e progressive- che ci spinge a pensare che siano controllabili, 'governabili' le varie tragedie la cui eco ci viene dai telegiornali. L'immigrazione clandestina che, a ondate, travolge le fragili strutture ricettive del nostro paese, la micro e macro criminalità che ci tormenta nelle metropoli e nelle ville isolate, ma anche la siccità, il gran caldo, le inondazioni, i terremoti, ci dicono quanto siamo lontani dal un governo effettivo degli eventi catastrofici.
Anche le decisioni delle grandi aziende chimiche, come la Dow Chemical qui a P.Marghera, di chiudere certune lavorazioni e lasciare sul lastrico centinaia di famiglie rientra nella categoria degli eventi non governabili o governabili con dolore e fatica. Dovremo farcene una ragione, una filosofia, aggiustare il tiro rispetto all'antica credenza di inizio secolo. Il progresso tecnico c'é, avanza, ma segue percorsi tortuosi, sotterranei e a volte rincula, si rintana.
Il caos degli eventi umani é in pieno sviluppo. Forse i bisnipoti, dotati di megacomputer e tecnologie oggi inimmaginabili, ne sorrideranno, ma all'alba del terzo millennio la nebbia é davvero molto fitta e non accenna a diradare.

si muore soli

Abbiamo lo sguardo rivolto al passato. Come dicevano gli elleni: é il passato che ci sta davanti e il futuro é alle spalle, buio come i sogni che non ricordiamo. Guardo le immagini del Libano che ritorna alla vita e vedo turiboli e ostensori trasportati da bambini cristiano-maroniti e moschee piene di fedeli che 'al loro Dio s'inchinano mostrando le terga, mentre noi danziamo eretti davanti ai nostri dei'.
Così si esprimeva un africano, animista, sola religione che, allo stato, non s'infiammi di verità rivelate e di 'fedeltà' che portano alla morte. Guardiamo al passato a tal punto da sacrificargli la vita, come gli Hezbollah e i loro seguaci, e vi é chi, come lo spaventoso padre pachistano che a Brescia ha sgozzato la figlia, sacrifica una vita che non gli apparteneva e voleva appartenere a un futuro tutto da disegnare. Il futuro dei liberi individui che saranno dimentichi delle fedi inflessibili, che guardano alle stelle e non alle caverne dei progenitori sapiens-sapiens.
I tuoi figli non sono figli tuoi, scriveva un grande poeta persiano, sono figli del mondo, del futuro che in te si estingue per aprirsi a storie diverse. Peccato che la saggezza degli antichi poeti non si faccia vangelo universale, almeno per quella massa di diseredati che alimentano l'ignoranza religiosa e praticano e propagano un uso della religione arcaico e stupido.
Tradizione, la dicono, e la nostra Sicilia degli anni cinquanta non era da meno in quanto a orrendi delitti 'd'onore'.
Comunque finirà questa storia di passato che ritorna e oscura il futuro, lascerà l'amaro in bocca di vite sprecate, di gente che muore con dolore e fatica, così come é nata. 'Quando si muore si muore soli' cantava De André in una struggente canzone degli anni miei. Non vi é fede in un Dio che ci salvi dalla solitudine del morire -con addosso la spaventosa incertezza di aver sbagliato tutto, il terrore che nessun Dio ci aspetti di là del buio della morte e il male e il bene che abbiamo inflitto e praticato siano crudeltà stupide o ineffabili meraviglie, del tutto inutili allo sguardo di chi ci sopravvive.

le donne del tango

C'é stato un tempo in cui, influenzato dai racconti di mia madre, ho considerato il tango argentino una appendice del liscio, uno dei tanti balli da balera -quel luogo di ritrovo di vedovi e pensionati in vena di relazioni nuove e diverse e abbracci che surrogano quelli che la vita nega loro. Le madri, dicono gli psicologi, influenzano sempre negativamente i figli.
Mi sono avvicinato alle scuole di tango argentino sull'onda lunga di risacca di una disavventura amorosa che mi aveva segnato profondamente. Mi attraeva il miele di melodie che riuscivano a coniugare le mie tristezze. I tanghi parlano di amore perduto, di languori, di attese e speranze e disillusioni, sono specchi solo un poco distorti di quanto ci avviene nei giorni delle nostre vite. Mi attraeva la complessità dei passi e delle figure: avanti, indietro, scarti di lato, stop improvvisi, giri e controgiri e l'apparente perfetto dominio del rapporto amoroso qual'é mimato nel ballo.
E' un'illusione, naturalmente, ma così ben rappresentata da consolare, da farti credere che sia possibile -purché ci si applichi a fondo – l'arte di una relazione a due dove si gira e si scarta, ci si allontana e si ritorna, sensualmente, all'abbraccio; la donna – puledra mai doma nella vita quotidiana- appare incredibilmente disponibile alla domesticazione, all'elegante gioco del maneggio, alla felice cavalcata finale sui sentieri tra le colline che suggella un'unione reciprocamente giovevole.
Le libere, belle, soavissime donne del tango ci parlano d'amore per il tramite delle musiche dei tanghi, ci illudono di un'eleganza dei corpi -a volte affaticati e non più giovani- che le coinvolge, le fa sentire principesse e regine e noi compagni di un'avventura che é quella, mai semplice e spesso crudele, della fede nell'amore possibile detto con eleganza e rigore, sostantivi che il tango argentino esige, elaborati lungo i tormentati decenni della sua formazione.
Le donne del tango argentino sono libere professioniste, artigiane e commercianti, funzionarie, impiegate e studentesse capaci di ben estrinsecare il loro fascino nelle professioni di appartenenza, sono donne consce delle loro capacità e potenzialità; ballare il tango argentino per loro é un'aggiunta di eleganza e potenza. Nessuna concessione al 'machismo', bensì la sfida lanciata all'altro sesso di misurarsi nei passi a due dei tanghi seguendo i binari di una disciplina che non fa sconti: chi lo balla male e non progredisce, viene democraticamente accettato nella comunità, ma lentamente e inesorabilmente isolato.
L'arte di una relazione a due elegante e consonante si apprende e si trasmette nel corso di una lunga disciplina, a volte dolorosa per quanto ci fa capire dei nostri limiti, della legnosità dei corpi, ma é la gioia di una trasformazione finale che ci conforta, la stessa di Pinocchio che viene trasformato in un ragazzino dopo lunghe e dolorose peripezie.
Infine, é la fantasmagoria dei passi e delle figure perfettamente eseguite che parla per noi. Il corpo acquista un linguaggio autonomo, il virtuosismo dei passi e la perizia degli abbracci giungono all'incanto e all'estasi che fa chiudere gli occhi alla donna che stringiamo nell'abbraccio come se vivesse un sogno: il sogno del tango perfetto, una tortuosa 'via dei canti' occidentale, il canto della vita che si rappresenta in bellezza e levità.
Tutto é illusione, si sa, la vita é sogno, lo sapevano bene i poeti. Da Shakespeare a Calderon de la Barca, il leit motiv é questo: non siamo svegli, bensì sognamo di esserlo. La verità del vivere é tutta contenuta nell'illusione di essere vivi, 'svegli' nell'unica realtà data. Ma altre realtà si annunciano che ci inquietano.
Il tango argentino é l'avvitamento di un sogno di vita scambiato tra due figure abbracciate. I due tanghèri girano su cuscini d'aria, levitano. Sognano, é vero, e noi con loro, oppure siamo noi quei ballerini sognanti, hanno le nostre facce, portano i passi come abbiamo sempre sognato di saper fare.
E' un sogno così bello che, in sogno, ci ripetiamo che non può non essere vero, durerà, vogliamo che duri, perché quegli abbracci riscaldano la vita, alimentano l'illusione che si possa stringere tra le braccia la bellezza.

fedeli a oltranza

'Fedeli a oltranza' é il titolo di una raccolta di saggi ed esperienze di viaggio di V.S. Naipaul nelle aree mediorientali del pianeta dove si professa la fede nel verbo di Maometto.
Vi é stupore, nelle parole dello scrittore, per la pervicacia con cui uomini d'affari e politici -persone per altri versi raziocinanti- difendono a oltranza la loro fede, ad onta delle evidenze di un vuoto di Dio o Allah, comunque lo si voglia chiamare, sotto i cieli terrestri.
Da bambino andavo in chiesa a pregare, a chiamare per nome il profeta Gesù e il Padre suo e nostro. Gli dicevo le piccole cose che facevano le mie angosce quotidiane, ma un grande silenzio mi assordava in quel luogo e poi, più tardi, in quegli altri, alti, maestosi e solenni nelle architetture, costruiti in nome e per conto del Dio che vogliamo provvidente nei confronti dell'umanità. Se un Dio esiste, ha deciso di mettere a durissima prova la nostra fede col suo silenzio millenario.
L'apparizione sulla crosta del pianeta terra di un profeta ogni duemila anni non basta a consolidare una fede che oggi é sostenuta solo dal, pur formidabile, apparato di 'propaganda fidei' del Vaticano e l'erosione della credibilità del messaggio religioso si misura coi ricorrenti allarmi che lanciano i papi contro il laicismo imperante e il relativismo dei comportamenti religiosi e personali. Non meno grande e formidabilmente organizzato é l'apparato dei mullah e degli imam che trasportano la loro organizzazione in occidente, rivendicando moschee per gli immigrati e libertà di culto, peraltro ampiamente riconosciuta dai 'molli' governi delle democrazie occidentali.
Vescovi e cardinali sostengono a oltranza la 'verità', sola e unica, di un Verbo uscito dal seno di tribù di pastori nomadi -in questo uguali ai seguaci di Maometto- senza sostanziali aggiornamenti al procedere delle scoperte scientifiche e del progresso tecnico dell'umanità.
Riempiono il vuoto celeste colle ritualità della Tradizione, minacciando sfracelli e orribili castighi, pre e post mortem, per gli infedeli e il risultato é quello che abbiamo sotto gli occhi e nelle orecchie mentre ascoltiamo i telegiornali: alcuni (troppi) fedeli a oltranza a un Verbo inflessibile progettano (e talvolta realizzano) attentati alla vita dei popoli che li ospitano e padri spaventosi sgozzano le figlie che si ribellano al Verbo di appartenenza e decidono liberamente di disfarsi dell'ingombrante e inutile bagaglio di una religione arcaica, stupidamente inflessibile.
Mi chiedo se a quel padre pachistano -guardando il cadavere sgozzato della figlia disteso a terra sopra il suo sangue e mentre la seppelliva nell'orto di una terra di infedeli- siano trascorse dietro agli occhi le immagini della sua piccola figlia mentre la carezzava bambina, se un barlume di umanità abbia fatto aggio sul comando arcaico di 'Dio lo vuole' -rimando al sacrificio rituale di figli primogeniti (Isacco) e di incolpevoli caproni sugli altari crudeli dei nomadi pastori delle origini.

di allarmi e ribaldi

I ribaldi della destra nostrana vanno al contrattacco. Sfruttando l'onda emotiva conseguente agl'allarmi venuti da Londra, gridano in coro che l'indebolimento dei vertici della nostra intelligence é foriero di possibili attentati in Italia. La più sciagurata espressione di imbecillità politica viene da Marcello Pera, figura tragica di un cattivo servizio ai vertici della Repubblica per conto di Berlusconi, suo benefattore. Dice Pera che il governo in carica sarebbe la quinta colonna di fantomatici attentatori islamici.
Togliamogli il microfono davanti alla bocca, lo impone la carità di patria.
I vertici dei servizi segreti, in verità, si sono fatti male da soli o, Dio non voglia, lo hanno fatto con la copertura politica del governo Berlusconi. Si sono prestati a operazioni illegali di sostegno ad agenti della Cia in missione in Italia e – a quanto risulta dalle indagini dei magistrati – hanno offerto manovalanza attiva nel caso del sequestro dell'imam della moschea di Milano. Negli altri paesi d'Europa dove l'intelligence funziona e previene gli attentati non si sono dati casi di deviazioni e illegalità, perché da noi si?
Le vie spiccie sostenute dalla destra ribalda nascondono forse una incapacità a operare dentro i binari della legalità repubblicana? Se così fosse – e il governo in carica ha il dovere di appurarlo in fretta – é bene provvedere a nuove nomine e qualificate che consentano alla nostra intelligence di operare efficacemente, al modo degli altri paesi.
Le gravi questioni del pericolo costante di attentati nel cuore dell'Europa sono state affrontate e ottimamente descritte da T.Garton Ash e John Lloyd sulle pagine de 'la Repubblica' di ieri. Consiglio a chi mi legge di andare a cercare nelle pagine del web gli articoli dei due bravi giornalisti britannici. Sono una sintesi davvero esaustiva di quanto abbiamo alle spalle e sull'orizzonte del futuro.
Una questione, in particolare, emerge sulle altre e merita di essere dibattuta a lungo tra noi, cittadini d'Europa: l'incapacità dei modi di vita occidentali di convincere e, conseguentemente, amalgare gli immigrati dei paesi islamici. Sono i figli degli immigrati di prima e seconda generazione i peggiori nemici e avversari dei nostri costumi e valori e riconoscimenti civili.
T. Garton Ash ci suggerisce, tra le righe, un ripensamento e un ravvedimento che a me pare impossibile a concedersi. Piegare le nostre idee di libertà civili e religiose alle minacce che ci vengono dai giovani kamikaze in pectore significa riconoscere ragioni a chi ha scelto liberamente di entrare nei nostri paesi, soventi con mezzi illegali, da clandestini, e oggi restituisce un rancore e un livore figli delle inflessibili culture e religioni di appartenenza.
Sono quei giovani figli di immigrati che devono aggiustare le differenze, adeguarsi alle culture secolari e alle leggi dei paesi che li ospitano e offrono loro cittadinanza.
Così facciamo noi viaggiatori nelle loro contrade, così facciano loro oppure decidano di autoescludersi, di andarsene dal paese il cui modo di vita li inquieta e non sanno accettare.
Dovremmo, forse, introdurre lo psicologo di sostegno nelle scuole di Europa, che vagli i progressi e le integrazioni possibili dei nostri ospiti e futuri concittadini?
Probabilmente non servirebbe a granché. Allo psicologo si può mentire con fini opportunistici e per non dispiacere ai genitori, ma la domanda é significativa di un allarme e di un dovere che abbiamo nei confronti della sicurezza nostra e dei nostri figli. Le culture devono cercare una loro interna flessibilità, laddove esista e possa evidenziarsi.
Le culture inflessibili e violente devono essere escluse dal cuore di Europa. Cerchiamo e troviamo i modi più efficaci per farlo e garantirci un futuro di pace e progresso.

garbo e garbologi

C'é un festival, in quest'estate che si va spegnendo nella pioggia, che tratta di garbologia. Ignorante del termine, sono andato a guardare nel vocabolario ed ho trovato 'garbo': azione, modo del comportamento umano ispirato a gentilezza e nobiltà dell'animo e poi un genere di tessuto medievale che proveniva dalla Barberia, i luoghi dell'occidente abitati da arabi. Di garbologia e garbologi nessuna traccia. Ma ecco l'intuizione: forse viene da 'garbage', termine inglese che designa la spazzatura, l'immondizia, ciò che si getta, insomma. Diamo il nostro contributo alla 'garbologia: buttiamo via i vocabolari, non servono al postmoderno, tutt'al più all'antico, per dirci com'era il linguaggio, cosa designava qualche decennio fa.
Oggi il linguaggio si fa in Internet, mescolando inglese e termini scientifici con una spolverata di televisione e chi non lo capisce é fuori, via, non sei nessuno: 'garbage' del tuo tempo che neanche fa storia perché insignificante, piccola e poca cosa nel mare magno delle storie globali che si sommano come le onde del mare e nessuno le può contare, nessuna conta più di un'altra perché altre ne sopravvengono e si schiantano sulla battigia, si sciolgono in spuma.
Il festival di Schio di questo si occupa: di rifiuti dell'anima e di anime che si rifiutano, ' un viaggio attraverso i rifiuti dell'anima (…) tutto ciò che abbiamo deciso di rimuovere, di mettere ai margini della nostra esistenza e della nostra memoria'. Una discarica, insomma, considerata la somma delle cose che ci attraversano la mente e che utilizziamo solo in piccolissima parte.
Stamattina ho assistito ha un'applicazione di 'garbologia' e neanche lo sapevo. Io ero fermo alla raccolta differenziata e ai barboni che vi attingono. Dall'altro lato della bocca del contenitore giallo della carta, infatti, c'era una signora di apparenti settant'anni, scarpe da tennis e coraggiosissimi pantaloncini corti, che faceva della 'garbologia', forse al modo di Weberman.
E' un tale -dice l'articolo da cui traggo le mie riflessioni- che 'andava a frugare tra i bidoni (…) perché credeva che nella spazzatura si nascondessero messaggi e persino soluzioni ai nostri enigmi.' Che cosa abbia trovato quella signora non so. Di sfuggita, ho notato, che aveva raccolto un brutto acquarello di un autore certo insoddisfatto di come gli era riuscita l'opera prima e qualche busta aperta. So di gente che, così frugando, ha trovato piccoli tesori, alcuni perfino dei denari, finiti chissà come nel cestone dei rifiuti.
Conclusione: la 'garbologia' é un'attività sicuramente intrigante, da farsi, naturalmente, rispettando i protocolli igienici consigliati. Per chi non ha di meglio da fare é una possibilità, un modo originale di passare il tempo. Dedicatevi alla garbologia del quotidiano, potreste rivendere gli oggetti trovati nei mercatini dell'usato guadagnandoci e, se preferite quella dell'anima, rovistate con attenzione nella discarica dei pensieri che avete gettato senza profitto e costrutto nell'ultimo mese. Non si sa mai che ne emerga una sirena o vi appaia un fantasma predicente eventi nuovi e diversi, capaci di sconfiggere la noia di queste nostre nuvolose giornate di agosto.

nondam matura est

Dovremmo imparare dallo sport, da quella parte degli sportivi che vanno a sostenere le loro squadre in trasferta e vengono accettati dagli indigeni del posto col sorriso di chi riconosce una regola comune: quella che si può essere fieri sostenitori di un luogo, un popolo e di una squadra che li rappresenta senza pretendere di schiacciare l'avversario, annichilirlo, distruggerlo.
Certo, vi sono anche quelli delle curve sud, quelli dei palmi levati nel saluto romano e degli slogans razzisti, ma la riprovazione generale, di solito, li confina in manipoli tenuti a bada dalla forza pubblica. Gli Hezbollah nello sport ci sono, come in Libano, ma, per fortuna, non dispongono dei razzi katyuscha e non li sparano nelle tribune degli avversari, salvo rare eccezioni -per lo più mortaretti o petardi- subito stigmatizzate nei telegiornali e perseguiti dalle autorità competenti.
La metafora sportiva dovrebbe potersi applicare alla guerra in corso in Libano, se non fosse che Hezbollah siede nel parlamento libanese con voce autorevole e ad esso, colpevolmente, é stato concesso di installare le piattaforme di lancio dei razzi nel sud del paese, nei villaggi e nelle città oggi bombardate.
Quella di spedire l'esercito libanese come forza di interposizione é una buona idea, lo stesso Israele lo ha riconosciuto, ma Siniora, il primo ministro libanese, avrebbe dovuto farlo qualche anno fa, rivendicando il buon diritto di uno stato ad avere una sola forza armata, quella del paese unito e che si riconosce nelle regole del rispetto dovuto ai paesi confinanti.
Così non é stato e siamo alla guerra, l'ennesima, di tutti contro tutti, perché riconoscersi e rispettarsi é la cosa più difficile nel mondo degli uomini; più spesso si erigono dei muri per isolare il nemico e cingerlo d'assedio; così hanno fatto a Padova nel ghetto degli extracomunitari che spacciano droga, ma la politica dei ghetti denuncia le difficoltà, l'affanno di una convivenza al limite e, talora, anche al di là del limite di una convivenza civile.
La ricerca del dialogo ad ogni costo é una necessità per gli uomini che aspirano a un futuro di riconoscimento reciproco, di culture dialoganti e religioni tolleranti nei confronti dei diversi di fede, ma 'nondam matura est', diceva la volpe a chi la interrogava a proposito dell'uva che non le riusciva di raggiungere.

più condoni per tutti

L'estate si é rotta, dice il mio amico di queste piogge intense e ripetute. Forse il sole tornerà a splendere e l'estate continuerà più godibile e fresca, ma é certo che, al ritorno dalle ferie ne ascolteremo e, forse, vivremo delle belle. Ce le hanno annunciate in seduta parlamentare i due massimi rappresentanti degli evasori fiscali: Berlusconi e Fini. Duri e tetragoni, mascella volitiva e toni da eversori istituzionali, hanno detto: l'Un(t)o che viviamo in uno stato di polizia tributaria, l'altro che scatenerà le piazze degli evasori per affermare il loro buon diritto a non pagare le tasse o pagarle come meglio piace alle associazioni di categoria.
L'idea é buona. Potremmo raccoglierla anche noi, che le tasse le paghiamo forzosamente in busta paga, tutte, fino all'ultima lira e neanche la soddisfazione di poterne evadere, che so, il cinque o il dieci per cento del totale o scaricare il costo della macchina nuova o il conto della cena con gli amici sul bilancio dell'azienda.
Tutti in piazza a settembre per rivendicare l'abrogazione della legge che ha istituito il sostituto d'imposta.
Manifestazioni oceaniche di popolo per poter concordare al modo degli artigiani e dei commercianti la cifra minima imponibile sotto la quale scatta l'accertamento.
Il pizzicagnolo sottocasa che ha la villa al mare dice che non guadagna più di un pensionato al minimo? Al pensionato al minimo sia consentito di dire che vive come un barbone di pubblica carità; a ognuno il suo quantum di evasione garantita.
La legge, é noto, deve essere uguale per tutti: evasione minima garantita per pensionati, dipendenti statali, operai e impiegati.
A Berlusconi e Fini garantiamo fin d'ora una larga partecipazione di popolo sotto le insegne di 'Abbasso Vanoni e tutti i suoi stramaledetti seguaci' e 'Più condoni per tutti'.
Appuntamento a settembre su tutte le piazze d'Italia.