Archivio mensile:novembre 2005

stiamo tutti bene

'Sto bene, piccola', stava scritto su un muro di Venezia. Qualcuno voleva farlo sapere alla donna di cui era o era stato innamorato, forse era impossibilitato a dirglielo a voce, chissà, oggi i muri intonacati di fresco sono lavagne su cui si scrive di tutto, anche cose irripetibili per chi é stato educato al senso del limite e a un naturale pudore che protegge dalla volgarità.
'Sto bene, grazie, tu stai bene?' é la frase più comune durante gli incontri e gli inviti, al telefono e al cellulare, seconda solo all'ansioso 'dove sei?', come se tutti fossimo fuggiti altrove e quell'invasivo strumento di comunicazione servisse solo a ridare effimera certezza su un luogo comune, un luogo dove trovarsi di nuovo, esserci, tornare insieme.
'Stiamo tutti bene.' era il titolo di un noto film, stare bene come epitema, medicamento, consolazione, garanzia di durata, esistenza in vita. Se si sta bene il mondo é al suo posto, gira come sempre intorno al suo asse, il giorno e la notte sono garantiti, le albe e i tramonti si faranno trovare in un qualche luogo dagli innamorati che ri-creano il mondo finché dura la passione, poi si vedrà.
Non sta bene Adriano Sofri. Dal fondo della sua cella ci scriveva gli articoli densi di umanità che gli ammiravamo, oggi é in ospedale, una ragione in più per restituirgli l'umanità che ha dispensato. Era colpevole? Di otto sentenze due gli erano a favore, sei contrarie, la verità é la cosa più difficile da stabilire nel mondo degli uomini.
Io credo che abbia pagato a sufficienza per quello che, forse, ha fatto; in ogni caso gli vanno riconosciuti onore e dignità per come ha affrontato il suo destino di pena.
Dovremmo rileggerci 'Dei delitti e delle pene', dovremmo farlo leggere e rileggere nelle scuole; una democrazia riflessiva, pensosa, ri-umanizzata ad ogni volgere di alba e tramonto dovrebbe sempre avere sotto mano i testi-base del suo esistere. Liberiamo Sofri dalla sua pena, merita, ha meritato la compassione che si deve a ognuno, ma più a chi ha dato testimonianza positiva del suo essere in vita, esserci stato fratello. Laicamente.

dal sud al nord

Non so molto di quelle cinquecento e passa persone che, a ridosso di una guerra terribile e delle stragi nazifasciste che la chiusero, si riunirono nel Parlamento della Repubblica in seduta congiunta e scrissero la Carta fondamentale della neonata Repubblica, ma immagino che avessero piena coscienza degli orrori da cui eravamo scampati e della necessità di dar vita a una creatura forte, sana, uno Stato e un'identità nazionale capaci di sfidare il futuro.
Il resto lo sappiamo, possiamo rivedere il film del nostro sviluppo caotico: il sud che trasmigrava al nord dove c'era lavoro, la classe operaia che andava in paradiso, le lotte operaie sporcate dalle stragi di stato, le bombe fasciste sui treni, nelle banche e nelle piazze, il passato che non finiva, che proiettava un'ombra cupa sul futuro, gli egoismi di classe, i borghesi piccoli piccoli che evadevano le tasse con la complicità dei governi e delle opposizioni.
Infine, dalle osterie fumose della bassa bergamasca, ecco fuoriuscire rauche le parole d'ordine della secessione: l'invenzione da ubriachi di una patria nuova, l'Eridania, ma poi la Padania, i miti stupidi delle ampolle d'acqua riempite alle sorgenti del Po', il tricolore da buttare nel cesso, come gridava ebbro delle sue folle beote l'ubriaco di Pontida a una signora di Venezia che lo faceva sventolare sul balcone. I soldati morti nelle trincee sulle Alpi e sul Piave per un'idea di Patria si rivoltano nelle loro tombe.
E' un incubo che dura da quindici anni, culminato nella stagione all'inferno del governo Berlusconi supportato dalla 'Casa delle liberta' (sic) di cui é signore e padrone.
Ecco cosa dobbiamo ricordare quando ri-guarderemo il blob televisivo del governo Berlusconi che applaude l'omaggio a Bossi sulla tribuna reale del parlamento. Uno sfregio terribile all'idea di Stato e nazione, alla dignità delle istituzioni e degli uomini che le hanno rappresentate, i beoti al potere fatti ministri della Repubblica da un corrotto/re che ha fatto approvare da un Parlamento addomesticato e succube di cento ricatti le leggi necessarie per sfuggire ai processi in cui é imputato di reati gravissimi.
La scena finale di questo blob di vergogna ci rimanda alle osterie della bassa bergamasca da cui tutto nasce: il plebeo miliardario che deve tutto a Tangentopoli balla il 'chi non salta comunista é' sulle ceneri della Carta costituzionale nata dalla resistenza al nazifascismo insieme a coloro che l'hanno salvato dai processi e oggi incassano i denari di Giuda dello Stato che vogliono morto.
Torniamo alla realtà, cittadini, svegliamoci e facciamo finire finalmente quest'incubo.
Toccherà a noi, col referendum abrogativo, cancellare queste pagine di vergogna e restituire la dignità perduta all'Italia.

le verita nascoste

Dunque la guerra sporca continua, col di più di vergogna delle rivelazioni sull'uso del fosforo bianco per incenerire i nemici a Falluja. E' di ieri la conferma di un colonnello americano che sbugiarda i vertici dell'Amministrazione Bush; la congiura del silenzio non dura, per nostra fortuna, e una parte della verità emerge dalle nebbie dell'informazione 'embedded' imposta fin dall'inizio del conflitto.
Embedded sta per imbavagliata (con libera traduzione), ma non cé barba di bavaglio che impedisca a potenti teleobiettivi di mostrare le caratteristiche esplosioni delle bombe al fosforo sull'abitato di Falluja, quali sono state mostrate da rainews24.
La vocazione a incenerire i nemici invisibili, maledetti, nascosti nelle giungle vietnamite o dentro le basse case del deserto iracheno é tipica di chi si crede potente in virtù degli arsenali, dei congegni ultrasofisticati e delle truppe aviotrasportate, ma, una volta a terra, é vittima degli agguati della resistenza armata. La guerra di guerriglia é una guerra che non si vince se non con l'annientamento totale del nemico, l'incinerazione appunto, la terra bruciata.
Cambiano i generali, ma non gli ordini che ricevono da Washington, per questo la storia si ripete, dal Vietnam a oggi e muoiono bruciati i terroristi della auto-bombe, ma, con essi, le donne, i vecchi, i bambini.
Gli americani hanno fretta di andarsene, per questo usano i sistemi sbrigativi dell'annientamento.
Sono sotto gli occhi attenti del mondo che li accusa per una guerra sbagliata e per le bugie colossali che hanno raccontato i loro (e i nostri) servizi segreti al fine di mettere in mano a Saddam Hussein la 'pistola fumante' che forniva l'alibi per l'invasione. Pagano oggi gli errori e le pretese di impunità da grande potenza che può quel che vuole, per questo G.W.Bush si adira quando gli ricordano l'errore madornale della guerra e gli orrori che ne sono seguiti.
Bush-occhio-vanesio pretende che si accetti il fatto compiuto, che si lavori per la democrazia imposta col ferro e col fuoco e si taccia sui troppi civili morti e sull'uso del fosforo .
E' una guerra perduta la sua, una guerra sporca; l'unica cosa sensata che si può fare laggiù é andarsene, tutti, alla svelta, e lasciare che il germoglio della democrazia piantato a forza fiorisca, se é destino che fiorisca, o muoia perché inadatto a quelle latitudini e a quelle storie.
Il Vietnam di oggi ci dice che la storia cicatrizza le ferite, anche le più gravi, cicatrizzerà anche quelle dell'Irak. Il rischio é di restare impantanati per un tempo infinito e regalare altri morti alla follia di Bush e della sua Amministrazione di cialtroni o di imbecilli, fate voi.

il sopra e il sotto

C'é il sopra e c'é il sotto. Sotto sono le scarpe gigantesche, orribilmente sformate e a punta stretta, di una persona che si indovina di grande statura, sopra c'é il viso di uno slavo, alto, si, ma non troppo, una faccia scolorita e improbabile, eppure latore di una storia, certo di emozioni di un qualche tipo, non sapremo mai di che tipo se non ci infiliamo in quelle orribili scarpe e proviamo a camminarci, come recita una metafora dei seminole, popolo pellerossa estinto nella sostanza, le riserve indiane in cui sono confinati i bisnipoti non fanno testo di sopravvivenza di un popolo.
C'é il sopra e il sotto di tutto. Di un bosco c'é il sotto degli arbusti di latifoglia, il sambuco, il biancospino coi suoi fiori bianchi e tremuli, i ciclamini e i funghi, l'immensa popolazione dei miceti dai lunghissimi tentacoli sotterranei, vita umorale (da humus), profumi di terra bagnata e fragranze di resina che allargano i polmoni, sopra c'é lo stormire lento, elegante, degli abeti e dei larici e le chiazze azzurre del cielo e delle nuvole di panna, non si dà il sotto senza il sopra, non si danno le emozioni violente delle visioni di cielo chiaro, alto, aereo, se non si dà l'oppressione dell'ombra e del folto quando annotta e si teme di restare prigionieri del bosco e delle sue ombre inquietanti, leggendarie.
Lo slavo dalle scarpe lunghe e sformate scende dall'autobus, sale un giovane indiano dal viso curiosamente femmineo, la sua bocca piena e turgida mi causa imbarazzo, disagio, certe bocche e i visi che le disegnano sono scherzi di natura, c'é il sopra e il sotto anche degli uomini e delle donne: le nature saturnine, ombrose, misteriose di alcuni e quelle solari, aperte, dove tutto sembra dato senza equivoci, senza l'ambiguità del volto di quell'indiano, maschile o femminile?
Su questo mistero dell'incerta appartenenza virile o femminile certune culture e popoli hanno elaborato miti che esorcizzano il dramma possibile dell'appartenenza incerta, avvertita come pericolo, deviazione dalla norma foriera di eventi imprevedibili.
Ciò che é incomprensibile si ascriveva al divino. Anche la follia é segno di vicinanza agli dei, anche l'irrazionalità della parte femminile dell'umanità che, nell'antica Grecia trovava rappresentazione nelle danze delle Baccanti e nei riti dionisiaci e orfici.
C'é il sopra e il sotto delle emozioni nostre che talora dormono, braci silenti che producono scintille capaci di riaccendere il fuoco.
L'autobus scivola sul lungo ponte che taglia a metà la laguna, Venezia é in fondo, visione di cielo-mare nebbiosa e saturnina, nessuno, a bordo, sembra prestarle attenzione. Presto sarà buio. Sopra, il cielo fiammeggia per un tramonto parzialmente nascosto dalle nuvole, sotto siamo noi, formiche che vanno per ogni dove, apparentemente senza un senso e uno scopo.
Il formicaio degli uomini é il regno del caos, non sappiamo la verità sotto al cielo, nè la giustizia, per questo lottiamo per falsi obbiettivi e muoriamo per cause indegne. Chi si ricorda più delle crudeltà di Nabucodonosor o dei caduti della prima guerra mondiale? Domani é un altro giorno, chissà che storie diverse ci racconterà. Buonanotte, mondo.

di là delle pupille

L'acqua del canale scorre lenta e densa, color caffelatte. A chi é morto dentro importa poco di che colore é l'acqua che gli riempirà i polmoni. La guarda scorrere con occhi vitrei di tristezza, di là delle pupille scorre il film della spaventosa sofferenza che l'ha spinta sulla riva, un punto della riva dove nessuno passa e, se anche chiami, gridi, nessuno ti può sentire.
Il corpo della donna é pesante, grosso, non sa nuotare e gli abiti bagnati fanno da zavorra.
Ha poco più di sessantacinque anni, ma i capelli bagnati, appiccicati alla nuca che appare e scompare tra le righe dell'acqua, la mostrano più giovane. Il volto dell'adulto e del vecchio contiene il bambino che siamo stati e lo mostra quando siamo prossimi al morire.
Giulia (si chiamava così?) va sù e giù annaspando con il respiro affannoso e l'ansimo e il rantolo. Non grida, ma le braccia mulinano invano verso riva. L'acqua fa il suo sporco lavoro di morte liquida, trascina sotto il corpo e lo rilancia a galla.
Un piccolo gorgo l'avvita, la restituisce al cielo chiaro e la richiama sotto. Dura fatica reprimere il maledetto istinto di sopravvivenza che ci spinge verso l'alto e rivedere il cielo a cui agogniamo, quello delle speranze e dei sogni.
Aiutami, Signore, aiutami a morire.
Non si dovrebbe dire, é blasfemo, ma si dice; chi sta per morire lo dice, non importa se muore perché non ce la fa più.
Perdona, Signore, la sua debolezza, chiamala a te e perdonala.
L'acqua é tornata a scorrere regolare, il corpo della donna non si vede più, sarà restituito molte ore più tardi più a valle, é livido e gonfio, lo vede un pescatore che attende un suo pesce improbabile, chiama la polizia col cellulare.
Giulia é il nome della donna, non aveva con sè i documenti, ma lo accertano in poco più di ventiquattr'ore.
A casa ha lasciato il figlio minorato che gridava fuori dalla finestra parole oscene ai passanti.
Un veloce controllo ha messo in relazione quel povero cristo e la madre suicida.
Le rendeva la vita impossibile da molti anni, l'assistenza domiciliare a volte non basta, era violento, la picchiava, gridava che voleva una puttana per sfogare l'impeto del sesso. Si masturbava ferocemente davanti a lei senza pudore, i pazzi non sanno che cos'é il pudore e cosa é lecito o illecito. Non voleva che fosse rinchiuso, che lo riempissero di farmaci o di elettroshock.
Non ce la faccio più, aveva confessato a un'amica e alla figlia maggiore.
Andava in chiesa a pregare, ma é un dialogo muto, alimentato solo dalla speranza e dalla disperazione.
Non ce la faccio più: lo dicono in molti, ma dura mesi, anni, decenni, la vita é un miracolo che dura, finché dura.
Giulia quel giorno era uscita di casa, aveva lasciato l'auto due chilometri più in là, si era addentrata nella campagna deserta dove le piantine di soia maturavano indifferenti sotto al sole e, senza una parola, si era lasciata cadere nell'acqua sporca del canale.
Perdonaci, Signore, per la nostra pochezza. Chiamaci a te e perdonaci, Signore del buono e del bello che sarà.

orchi, maghi, folletti

La legge di Murphy predice che tutto ciò che é possibile che accada prima o poi accadrà. Anche le cose peggiori della nostra immaginazione, anche gli incubi e ciò che li supera perché enorme e spaventoso, com'é stata spaventosa l'epopea tragica del nazionalsocialismo tedesco del caporale Hitler e lo scoppio delle atomiche su Hiroshima e Nagasaki, sganciate per piegare la folle resistenza del Giappone già sconfitto sui mari e nei cieli.
Non sorpende, dunque, questa piccola cosa delle periferie francesi che bruciano per mano di teppistelli che agiscono col favore del buio e fanno a gara, tra quartiere e quartiere e città e città, tra chi brucia più macchine e scuole. Il coprifuoco imposto dai prefetti prima o poi otterrà il suo scopo, la rivolta, forse, si estinguerà per una sua naturale curva discendente, come accade per ogni cosa di questo mondo denso di orrori, ma resta l'allarme nei pensieri per quella predizione di Murphy che ci indica altri e diversi orrori, direzioni dello sviluppo del nostro mondo imprevedibili, arcane, inquietanti.
Forse é perché il nostro é un mondo di mali che inventiamo orchi, maghi, folletti, streghe e li facciamo agire come interpreti del male inestirpabile dalla storia, il male necessario che nessun dio sa far scomparire dai nostri orizzonti mentali.
Il mistero filosofico del male non é stato mai risolto.
Perché mi hai fatto questo, Signore? chiede l'uomo pio al colmo della sopportazione dei mali dai cui é afflitto. Nessuna risposta viene dall'alto. Forse il male é l'immagine speculare di quell'altro sentimento che scalda le vite: la felicità per un obbiettivo raggiunto, un amore che si realizza, i figli nostri che vanno in salute verso un futuro che speriamo migliore.
Il male é la definizione del bene che altrimenti non sapremmo perimetrare, ma, francamente, se certi incubi atroci non si realizzassero, forse vivremmo meglio, avremmo più fiducia nella nostra umanità e affretteremmo il passo verso l'alto, in direzione delle stelle cui siamo vocati.
Scrive il poeta: 'Forse s'avessi io l'ale per volar tra le stelle e noverarle una ad una, più felice sarei, candida Luna.'

se brucia l’occidente

'Parigi brucia', ma anche 'Parigi val bene una messa'. Su queste opposte polarità che ci consegnano la storia e la letteratura si consuma il dramma di questi giorni della Francia e dei francesi, ma la rivolta a mano armata dilaga oltre le frontiere, se é vero, come scrivevano ieri i giornali che anche a Bremen si sono avuti scontri con la polizia ed episodi di danneggiamenti teppistici.
Chissà come reagiranno i tedeschi, se col pugno di ferro o con le colpevoli cautele dei francesi, incapaci di imporre l'ordine democratico che non dovrebbe essere mai in discussione, né a destra, né a sinistra degli schieramenti politici.
La legalità é l'ombrello che tutti ci protegge dalle intemperie della postmodernità foriera di eventi luttuosi e dal luddismo dei nuovi barbari a cui abbiamo aperto le frontiere un po' per necessità, un po' per scelte sconsiderate che dovremmo riconsiderare.
Se é vero che l'immigrazione rialza i tassi di natalità e copre i buchi delle occupazioni faticose che i nostri figli non vogliono più fare, é anche vero che i prezzi che paghiamo in termini di disordine importato e scintille infuocate che sprigionano dallo scontro di culture e religioni sorde e mute davanti al futuro é così alto da imporci una riflessione approfondita sì, ma, subito, misure urgentissime: leggi e divieti che impediscano ad altri immigrati, presenti o futuri, di 'fare come in Francia'.
Se brucia l'Occidente, schiavo delle sue contraddizioni e delle sue cautele e paure, allora la storia é davvero finita: quella di questa parte di mondo che mette insieme in una visione unitaria le vittorie di Carlo Magno sui confini del sacro romano impero e, secoli più tardi, quelle degli austriaci e dei fratelli slavi coalizzati alle porte di Vienna contro gli arabi trionfanti nel sud dell'Europa e in tutta l'area mediterranea.
Alcuni storici dicono un gran bene della civiltà araba che ha importato la matematica e l'architettura moresca ed ha saputo ben governare in taluni stati occupati militarmente per un certo numero di decenni, ma la storia non si dovrebbe leggere a pezzetti. Quegli stessi governatori oculati facevano impalare sulle pubbliche piazze gli oppositori manifesti e solo il pugno di ferro garantiva la convivenza pacifica tra gli occupanti e i sudditi. I soprusi e gli stupri accadevano ogni giorno, ma, nella maggior parte dei casi, si taceva e si deglutiva la rabbia per paura.
Governare la diversità e la complessità sempre maggiore del nostro futuro si può fare solo sotto l'ombrello di una Carta della convivenza possibile che dovremmo stilare, fare riconoscere alle associazioni degli immigrati e poi difendere con le unghie e con i denti. I teppisti di Parigi che usano il fuoco per bruciare le scuole e i municipi sono i soldati di una guerra che le forze dell'ordine combattono con le mani legate. Chi brucia le macchine e le case dovrebbe sapere che 'chi di spada ferisce, di spada perisce', ma la democrazia tarda a imporre le sue regole e solo oggi, dopo molte distruzioni e agenti feriti e un pesionato morto, si proietta l'ombra cupa del coprifuoco e dei militari che puntano i fucili contro le ombre sfuggenti dei guerrieri della notte. Dovremmo blindare le democrazie se non vogliamo che bruci l'Occidente.
Le scene di violenza di Parigi e delle altre grandi città francesi ci dicono che gli scenari di 'Blade runner' non erano fantascienza, ma una pallida rappresentazione di ciò che potrebbe riservarci il futuro.

siamo tutti ebrei?

Siamo tutti americani, scriveva a suo tempo Ferrara, e oggi rincara: 'Siamo tutti israeliani.' Lo afferma beato del successo di immagine che ha ottenuto lanciando l'idea di una fiaccolata sotto le finestre della ambasciata iraniana.
Ci saranno tutti, pare, belli e brutti, bi-partigiani di destra e di sinistra, ma noi non ci saremo e non é un plurale maiestatis.
Credo siano numerosi coloro a cui fa schifo riconoscere leggittimità politica all'uomo che ha retto le code della marsina del Pifferaio magico a palazzo Chigi e oggi scrive sul giornale di famiglia le cose canagliesche che gli riconosciamo.
Un uomo che, dal comunismo della gioventù, é arrivato ai nefasti di governo di un'Italia malata con goffi passi da minuetto elefantiaco danzato dentro a un pantano: prima fedele seguace di Craxi Bettino, poi con la livrea di casa Berlusconi, l'uomo che si é comprato la politica per salvarsi il culo dai processi che lo imputavano di fatti gravissimi.
Negare tutto anche l'evidenza e affermare l'inverosimile delle cose che riguardano il datore di lavoro é il suo motto.
Non mi sono sentito americano al tempo degli aerei che infuocavano le torri gemelli, pur vivendo come tutti le sgomento di un evento spaventoso che dava il segno al secolo nuovo; non mi sento israeliano oggi.
Ritengo che offrire solidarietà non petita a uno stato che si é affermato da sé, manu militari, in barba alle sessanta e passa risoluzioni dell'Onu mai rispettate sia il massimo del ridicolo. Per essere intellettualmente onesti, é necessario ricordare i passaggi fondativi dello stato di Israele e la ferocia dello scontro che lo ha opposto alle popolazioni che vivevano in quelle terre prima della sua nascita.
Israele é uno stato nato a tavolino per offrire tardiva e insufficiente riparazione ai movimenti sionisti sorti dopo la fine della seconda guerra mondiale. Nasceva in Palestina fondato sui presupposti millenaristici dei militanti sionisti e noncurava l'esistenza delle popolazioni storicamente residenti. Riparare al torto enorme dell'Olocausto degli ebrei con un maldestro atto di imperio dell'Onu delle origini, -un organismo ristretto, dominato dalle superpotenze vincitrici della guerra- poneva i presupposti del conflitto cinquantennale che ha avvelenato la vita dei popoli e delle nazioni fino ai giorni nostri.
Non c'é barba di solidarietà che possa riparare quei torti speculari. E' il male dell'umanità: homo homini lupus, mors tua vita mea.
La vittoria di Israele, la sua affermazione nel novero delle nazioni e dei popoli é stata una vittoria militare; ha imposto il suo dominio con la potenza guerriera. E' uno stato che ha sviluppato la tecnologia nucleare e l' atomica da molti anni, in barba alle proibizioni che la vietano ai cosidetti stati-canaglia, che ha risposto colpo su colpo alle aggressioni che ha subito.
Non ho simpatia per i mullah e gli ayatollah iraniani, non posso nutrire simpatie per le demenze senili dei nazionalismi che oggi si dicono, per somma d'ingiuria, religiosi, ma in Iran gli israeliani non sono amati nè riconosciuti, punto.
Manifestare contro questa evidenza é una coglionata, un non-senso, una mozione degli affetti e delle buone intenzioni di anime belle e si sa che di queste cose sono lastricate le strade dell'inferno.
Fiaccole o non fiaccole, l'Iran del nazionalismo religioso resterà fermo sulle sue posizioni e il faticoso processo di pace tra palestinesi e israeliani conoscerà, a intermittenza, momenti di relativa quiete e ricorrenti aggressioni a suon di bombe e kamikaze armati da fanatici che non dimenticano i torti subiti, punto.
Giuliano Ferrara si bei del suo successo mediatico, sovente si basa sul nulla degli eventi e questo della fiaccolata di Roma é un non evento, tutto italiano nei passi da minuetto e dei risibili distinguo. Sipario.