Archivio mensile:agosto 2005

chi siamo e cosa vogliamo

Si parlava dello sviluppo diseguale, ierisera, a una festa di compleanno (si fa, si può fare, é utile, a volte divertente, é più noioso il pettegolezzo o le rituali barzellette del ridanciano di turno); se ne parlava comparativamente, mostrando i diversi esiti delle valli del Cadore e di quelle del Tirolo, due popoli diversi, due storie diverse, i cadorini oggi stretti intorno alle fabbriche di occhiali che chiudono e un po' di turismo estivo e invernale senza troppa convinzione.
Hanno lasciato morire la storica economia dell'alpeggio, i cadorini, un'economia di miseria o di idillio eremitico, e regalato le odiate malghe e i fienili dei nonni e dei padri alla moda cittadina della seconda o terza casa.
Quegli altri, invece, i tirolesi, sono ancora legati al territorio da un patto di sangue e tradizione, favorita nelle scuole con una sorta di apartheid per tutta la durata delle elementari, bevuta col latte delle madri, resa più forte dalla fiera opposizione al governo dello stato italiano usurpatore col quale sono riusciti a patteggiare una quantità incredibile di denaro in cambio del confine al Brennero, come diceva in un'intervista l'attuale leader della Volkspartei.
E' palese a chi viaggia nelle nostre Alpi la differenza tra il Cadore ruspante, incolto -eppure bellissimo nei suoi paesaggi di crode e cime di straordinaria suggestione- e il Tirolo dei masi perfettamente restaurati e i prati rasati ad arte, perfetti, alcuni popolati di mucche floride e tranquille -certo non pazze per i mangimi animali propinati da sedicenti allevatori nelle stalle-prigione da cui un qualsiasi animale non può che uscire pazzo o rincoglionito, come diceva Benigni in un suo spettacolo lontano nel tempo.
Allora, merito dei tirolesi o demerito dei cadorini, oggi puniti dalla scelta monoindustriale per la concorrenza spietata della Cina?
E' ben vero che l'enorme quantità di denaro sborsato dall'Italia per sedare il terrorismo irredentista é confluito nei masi trasformati in alberghi e agriturismo -gioco di sviluppo facile e a nostre spese, sostenevano i più facinorosi- ma non si può negare che quella ricchezza è stata investita nel territorio, producendo sviluppo coniugato a salvaguardia.
Il Cadore ha dovuto rischiare del suo perdendo il territorio, relegando nell'abbandono paesetti storici, sempre afflitto dal problema di una viabilità fragile, paesi di transito piuttosto che di permanenza turistica, oggi a rischio di nuova emigrazione per la chiusura delle fabbriche che dislocano la produzione al fine di reggere ai costi nuovi della globalizzazione.
Non so se ha senso parlare di merito e demerito di questi e di quelli, come facevano alcuni ierisera; lo sviluppo diseguale é un uno sviluppo caotico, come ben sappiamo per il rapporto che intratteniamo coi paesi del terzo e quarto mondo -alcuni dei quali oggi emergenti e capaci di consumare, vedi la Cina e l'India, storiche vendette sull'Occidente delle tecnologie sofisticate mettendoci in difficoltà.
Non siamo dei o semidei capaci di creare dal nulla economie floride e che durino nel tempo.
L'agire umano si fonda sull'azzardo, ci sono colpe e colpevoli, certo, corrotti e corruttori, popoli che lavorano sodo non premiati dalla sorte, altri che tardano a prendere l'abbrivio della storia. Così é.
Veniamo dalla miseria dei nonni e dei padri e oggi amministriamo una discreta ricchezza, precaria, insidiata dalle novità che ci rivela il futuro. Diciamo di sapere chi siamo e cosa vogliamo, ma é lecito sorridere di queste granitiche certezze di imprenditori e uomini politici. Ancora misterioso é, in buona parte, il nostro transito sul pianeta Terra. Le civiltà sorgono e decadono, diceva Erodoto, le città sono fiorenti, ma poi saccheggiate, sconfitte dai popoli barbari e dimenticate. Non é cambiato troppo da allora.

due trombe, un secolo fa


Riordina i pensieri, una via di uscita c'é, come queste due trombe che non c'erano un attimo fa e sono apparse sulla scena di questo luogo solitario a suonare una melodia che esorcizza la tristezza, non vedo i suonatori, sono annidati dietro il muro, forse seduti, non devono essere troppo vecchi a giudicare del repertorio, nè giovani, quell'età di mezzo che dice tutto: dove sei arrivato e da dove e, forse, dove vuoi arrivare: più in là, ancora più in là, ma non é certo, non sono molti coloro che sanno dove vogliono arrivare; l'arrivare é la fine di un percorso e io non so che genere di strada é questa che sto seguendo, dove mena, non so da dove mi sono mosso, nella mia mente é una nebbia che non so disperdere, i ricordi che ho sembrano uscire da un geyser che riscalda l'atmosfera, le trombe creano un'altra atmosfera, interiore, se sei, esisti, é per loro, per questa musica che ti rallenta il passo fino a farti fermare.

Si alza un vento malandrino che raffredda i bollori di un sole caldo, la nebbia svanisce é una primavera incerta, aria fredda da nord e sole d'estate, un sacco di gente, mi dicono, si é ammalata di recente, per la verità i sani non esistono, sono un'astrazione della medicina, quell'arte che qualcuno spaccia come scienza; riordina i pensieri, é necessario dare la risposta giusta, questo genere di problemi non si risolvono in un giorno o due, prima o poi quei ricordi che aleggiano per l'aria siginificheranno qualcosa per te, non devi disperare, questa musica già li costringe ad allinearsi in una sequenza, una storia si dipana che può essere letta….

il mito e la caricatura

Peloponneso 23/7
La Grecia ha dimenticato i suoi miti? O ne vive immersa a tal punto da restituirli intatti nel solo modo che hanno per durare in età postmoderna: caricaturati, ridotti a spot pubblicitario, a memoria insignificante e ludica? Che senso hanno le immagini di antichi pastori e quella del mare immoto, mare Egeo di fantastiche navigazioni, specchio delle mille Odissee, ventre di mostri, onda alta di dei irosi, dei e maghe innamorate che complottano per spegnere il sogno di ritorno del marinaio per antonomasia, marinaio e soldato stanco di guerra? Per anni Ulisse é maritato a Circe, dea-maga dagli incanti sempiterni, dea dell'amore che miracolosamente dura e si rinnova, mito sempre verde della nostra tristezza per l'amore che, invece, muore, svanisce, si muta in altro da sé e assume il volto di Penelope, il volto di un ritorno allo stato umano, l'accettazione della senilità incombente e della inevitabile nostra morte corporale.
Lesbo 28/7
Saffo é il mito caricaturato del luogo. Caricaturato a tal punto da averne fatto l'emblema dei postmoderni amori 'saffici' di penose creature che qui approdano per celebrare i piccoli riti della loro insignificanza quotidiana.
In realtà Saffo era una persona di tutto rispetto, donna politicamente impegnata a dire di un ruolo femminile che la Grecia dell'età classica sembra trascurare, impegnata com'é a guerreggiare, erigere templi e consacrare statue alle divinità-simbolo della potenza e gloria militare delle città-stato.
Saffo amava gli uomini e per amore di uno di loro viaggia, emigra, lo insegue vanamente e soffre per la noncuranza di lui.
Se Saffo ama le donne é per sodalizio intellettuale, per dare scandalo, ma il sesso -etero, gay o saffico- é una assoluta banalità in una società aperta, non sessuofoba qual'é quella dell'Ellade dell'età di Pericle e a seguire.
Niente a che spartire colle società odierne -postgiudaiche e cristiane solo per ricordo, ma condannate a patire la sessuofobia degli avi ipocriti ancora per qualche generazione. Di Saffo tramandiamo il mito stiracchiato, celebrazione di immagini e parole esorcistiche nei confronti di qualcosa che sta per svanire.
Al greco postmoderno che caricatura i miti resta intatto quello di Bacco -caricaturato già in antico- divinità obesa, guadente che ama il presente delle cose come stanno e non impone ai fedeli precetti di cambiamento, vacui esercizi di virtù.
Bacco é patrono della vita che riluce nel suo tramonto, nell'obnubilamento che dà la bevanda divina, é divinità che anticipa la decadenza delle città-stato, ne indica il destino ultimo ridendo.

fermate il mondo, voglio scendere

I tre salgono sull'autobus con un salto, un grumo di vita, settant'anni tutti insieme, parlano dei viaggi da cui sono reduci, Londra, il Belgio, Parigi, l'Europa é tra le loro dita, uno di loro é seduto di traverso sul sedile doppio, poggia le scarpe sul sedile vuoto, forse lo faceva anche sulla metropolitana londinese, l'assoluta libertà dei comportamenti si coniuga con il vuoto di controlli, tutto é naturale, anche i pantaloni a vita bassa delle ragazze e l'inguine e le mutandine a portata di sguardo, chissà lo shock neuronale per chi viene da altri paesi dove vigono veli e divieti severi, noi siamo passati per la minigonna e il topless, quale sarà il prossimo traguardo della moda che scopre e ricopre i corpi femminili?
Provo un certo disagio nell'ascoltare i dialoghi dei tre che mi siedono accanto, vanno a una festa su un ferry boat, sù e giù per la laguna tutta la notte, si beve e si balla, si amoreggia, forse é divertente, é un genere di cose che non ho mai fatto, non appartengono alla mia storia, il mondo é molto cambiato dai tempi dei primi sguardi attenti di quand'ero bambino e prendevo coscienza delle cose.
Il problema del futuro é che riesca a farti innamorare di sè, del nuovo che promette o del vecchio che ripropone con qualche variante. E' questo che condiziona il mio sguardo: é rivolto al passato. Gli antichi greci dicevano che il passato ci sta davanti e il futuro é alle spalle, buio da rischiarare, luogo del tempo da colonizzare.
Una diversa vita di là della morte io la immagino percorsa sui sentieri del passato, solo una pallida curiosità mi spingerà ad affacciarmi sul quarto o quinto millennio prossimi venturi. Forse ho torto a coltivare questo pregiudizio, forse il futuro sarà emendato del male atroce che segna le cronache dei nostri giorni, forse i pronipoti governeranno il cosmo e il labirinto nostro neuronale non sarà così misterioso e pauroso, a volte.
Forse, come scriveva B.Brecht, 'tempo verrà che l'uomo un aiuto sia all'uomo' e i pronipoti guarderanno alla nostra preistoria con l'indulgenza che noi riserviamo ai primati che siamo stati.

ferragosto, io lo perchè tanto di sole nell’aria tranquilla…

Certi giorni non siamo come vorremmo, come ci piacerebbe essere, il tono dell'umore va per suo conto, risultiamo antipatici a noi stessi, il mistero della chimica che presiede ai processi neurologici ci é sconosciuto, pazienza, non c'é che impostare la giornata al meno peggio e attendere un giorno nuovo, segnato da un equilibrio diverso, si spera.
Eppure c'é un sommovimento di emozioni che premono dentro, intuisco che un torrente sotterraneo disegnerebbe il paesaggio interiore diversamente, se solo facessi tanto di farlo emergere, se gli tracciassi un letto di coscienza che si affretterebbe a riempire col proprio gorgoglio.
Così come sono tendo a farmi del male, eppure ho risorse per piegare il momento futuro a un esito diverso.
Il nostro io é un parlamento, scriveva un noto giornalista, é vero, molti deputati prendono la parola nell'agone della nostra mente e dicono cose diverse, secondo l'umore e l'angolazione da cui vediamo le cose in quel momento.
E' sorprendente che da tanto caos interiore venga una vita associativa tutto sommato decente, che riusciamo a 'relazionarci' cogli altri senza che ne scaturiscano scintille di rabbia e violenza.
Il Ferragosto é giornata che, tradizionalmente, passiamo fuori di casa. E' una buona idea. Alla luce forte del sole certi umori illanguidiscono, la razionalità prende il sopravvento e la nave va, senza troppi scossoni nella sala macchine.

la sola igiene del mondo

Confesso di provare un sentimento misto di rabbia e rivolta interiore quando mi aggiro nel museo all'aperto della Grande Guerra o mi capita di leggere le lapidi della retorica patriottica riferita ai caduti di questa o quella guerra. La guerra é un momento di buio nella storia dei popoli, ricorrente come le eclissi di sole o, meglio, come le notti cui fanno seguito i giorni, data la frequenza.
Parlo di tutte le guerre, di quelle civili come quella che é infuriata nella ex Jugoslavia e di quelle tra stati che dilagano poi in guerre 'mondiali'.
L'idea che mi informa é rivoluzionaria, di chi vorrebbe cambiare il corso della storia: é possibile oggi -e sarebbe stata possibile anche allora- una risposta diversa dei governi e dei popoli al conflitto che si delineava, una risposta non di ridicola potenza, di arroganza nazionalista, come quella nutrita dal cervello malato di Hitler e Mussolini, una risposta di buon senso o anche solo di puro calcolo dei costi umani rispetto ai benefici di nuovi territori conquistati.
E' un'idea astratta, lo intendo, perché prescinde dalla qualità umana dei protagonisti, dalle loro follie e, di contro, dalle pavidità o incertezze di chi doveva, se lo poteva, contrastare certi esiti al loro inizio ma, insomma, qualsiasi altra risposta politica e diplomatica e di nuovo assetto e relazione tra stati diversa dalla guerra é e sarebbe stata migliore di quella che ha lasciato sui campi di battaglia migliaia o milioni di morti.
Una argomentazione mi avvilisce più delle altre ed é la tragica inutilità delle morti dei soldati nella Grande Guerra, quelli del 'chi per la patria muor vissuto é assai', raffrontata colle canagliesche dichiarazioni secessioniste della Lega di Bossi e compagnia cialtrona -gente disposta a buttare a mare l'unità di un paese costata sangue e dolore e lacrime per la asfittica patria del proprio portafoglio e della villa con piscina in periferia.
Quei morti, quei caduti per la patria si rivolterebbero nelle tombe, se assistessero al brutto teatro a cui noi tocca di assistere.
La guerra é la continuazione della politica con altri mezzi, scrive un cinico osservatore delle relazioni tra stati e folli sostenitori dell'intervento armato nella Grande guerra erano quei 'futuristi' che deliravano di 'la guerra come sola igiene del mondo', un repulisti necessario per le malattie di cui soffriamo come genere umano.
Guardavo il bel film 'L'ultimo Samurai' ieri sera e riflettevo sull'idea di una mistica della guerra che consegue all'accettazione dello status quo, dell'esistenza, cioé, di una malattia della politica che arriva ineluttabilmente al momento chirurgico, la guerra, appunto, continuazione della politica sui campi di battaglia.
Solo in questa logica, pensavo, nella logica perversa di chi accetta di soccombere alle malattie della politica, si dà e trova un senso la mistica guerriera di chi cerca onore nella valentia delle armi e patisce morte onorevole sui campi di battaglia.
Tutto il resto é follia, sfociata, sessant'anni fa, nello scoppio terribile delle atomiche su Hiroshima e Nagasaki.

il dito e luna

'Quando il dito indica la luna, gli sciocchi guardano il dito', che bella espressione di antica saggezza ci viene dalla Cina! Che aereo moto di un animo leggero crea quest'immagine che é specchio della quotidianità del nostro vivere associati!
Avviene oggi anche da noi a proposito delle intercettazioni telefoniche che rivelano di quale squallore clientelare e corruttivo (nonché intellettuale) si nutre il mondo dell'alta finanza -alta solo per le quantità di milioni di euro che si scambiano per comprare pacchi di azioni o che si versano nei conti correnti con nomi fittizzi per pagare i favori ottenuti.
C'é chi indica le intercettazioni come il male assoluto del paese, una cancro da estirpare -é il caso del nostro beneamato presidente del consiglio dei ministri e della consorteria dei suoi fedelissimi seduti in parlamento o nelle redazioni dei giornali di famiglia- e gli sciocchi guardano il dito teso di costoro piuttosto che la luna del malaffare impunito che pretende di sottrarsi ai controlli di legalità e di garanzia democratica.
La stagione all'inferno di un paese che ha votato un Barabba al governo della nazione continua e, per fede democratica, tocca tollerare quest'ennesimo attacco alla magistratura inquirente con aperta minaccia di decreti leggi che sterilizzeranno il poco che é rimasto dei poteri di interdetto al crimine e al malaffare affidato alla magistratura.
A tutte le magistrature di tutti i paesi europei dove nessuno si stupisce del giusto operare dei giudici contro i furbi o i corrotti, ma questo che ci ospita é il paese del re Travicello; un paese che guarda come ipnotizzato il dito teso dai Bondi e dagli Schifani di turno verso la luna che illumina di una luce livida la notte italica.

prigionieri della storia

Siamo prigionieri delle nostre storie, prigionieri della storia. Possiamo agire e immaginare e provare a costruire il nostro destino contro gli eventi e magari plasmandoli, ma la cosa riesce solo in casi eccezionali, per questo ricordiamo le vite straordinarie di Alessandro il grande, Giulio Cesare, Ignazio di Loyola, fermo restando che anche per loro uscire dai binari tracciati dal fato sarebbe stato impossibile.
I congiurati delle idi di marzo per l'uno e i confini dell'impero toccati da Alessandro prima di morire, ormai prossimo all'India, ne costituiscono i limiti temporali e geografici.
Ma é dell'Africa, continente immenso e dimenticato, che intendo parlare, dei popoli che laggiù sono vissuti, della loro storia di schiavi e di tribalità refrattarie allo sviluppo. I popoli africani sono prigionieri delle loro storie e della storia dei popoli quanto altri mai.
Il termine 'negro' -il 'nigger' nell'America dello schiavismo- li fotografa nell'anomalia di una storia di brutalità e dipendenza dalla storia dell'Occidente colonizzatore e schiavista e missionario, mai rispettoso della loro cultura -delle molte culture diverse condannate dall'appellativo 'tribale' e dalla perversa logica del 'buon selvaggio' degli illuministi.
Pensate al 'Pianeta delle scimmie', un film dove si racconta della storia degli uomini rovesciata da uno scatto bizzarro dell'evoluzione delle specie.
A dominare in qualità di esseri intelligenti e brutali con le altre specie viventi sono le scimmie e gli uomini sono i loro antagonisti vittime di soprusi. Non diversamente é avvenuto per i negri, i neri del politicamente corretto di oggi.
Le scimmie evolute del film che uso quale mio riferimento sono i bianchi della cultura occidentale, i primi viaggiatori, i mercanti, i colonizzatori, i missionari convinti della superiorità del verbo del dio unico di importazione giudaica.
Cultura e natura si sono scontrate nel continente africano con esiti così perversi da fare accaponare la pelle, tanto che oggi discutiamo di aiuti allo sviluppo e bambini che muoiono di fame e diarrea e delle vittime dell'aids in numeri altissimi come di una catastrofe di cui non ci capacitiamo, alla luce delle nuove teorie egualitaristiche che hanno riscattato l'uomo nero ponendolo su un piano di parità col bianco però all'interno della sua cultura, della sua storia, dello sviluppo economico che ha prodotto e imposto ai paesi terzi.

una vita da cozza

La cozza se ne sta abbarbicata sulle rocce a pelo d'acqua in prossimità delle rive o sulle strutture in ferro delle piattaforme in mare aperto e si nutre dei microelementi che filtra dall'acqua. E' una vita relativamente serena la sua, mollusco di grande resistenza, incurante degli inquinamenti sempre più spinti dei nostri mari, forte delle fibre vegetali che lo legano al suo supporto lasciandogli piena libertà di aprire e chiudere le nere valve secondo il ciclo del nutrimento.
Pensavo al governatore della Banca d'Italia mentre pulivo le mie cozze e le preparavo per la cottura, a come se ne sta abbarbicato alla scrivania nel suo ufficio mentre infuria la tempesta mediatica e i venti impazziti della politica gridano il suo nome. La sua é la strategia di sopravvivenza della cozza: resistenza passiva alle onde sempre più forti che lo investono.
Fazio non risponde alle accuse infamanti che vengono dalle intercettazioni telefoniche, tace e si comporta come se niente fosse stato; se verranno danni di immagine all'istituzione che rappresenta e al paese Italia poco gli importa, l'importante é durare contro tutto e tutti.
Hic manebimus optime, si diceva dei democristiani d'antan, quelli della vituperata prima repubblica.
Fazio é di buona scuola: ben ancorato alla sua scrivania apre chiude le sue valve assorbendo elasticamente l'impeto delle onde successive. L'elemento liquido della politica nazionale non produrrà troppi guasti, come al solito. Grande rumore dei venti e della tempesta, ma poi la maretta e la quiete progressiva dell'onda di risacca. Elastica e resistente é la fibra della cozza.

le nuvole e l’Occidente

Il cielo é nuvoloso stamattina, plumbeo dalla parte dell'occidente e se fosse metafora della parte geografica del pianeta in cui ci é toccato di vivere, beh, non sarebbe fuori luogo, nere sono le notizie che vengono dall'Iraq, prima linea dell'Occidente esportatore di democrazie un tanto al chilo, giusto per tenere il passo delle colonizzazioni d'antan sotto altro nome.
Venti marines sono morti negli ultimi giorni, c'é crisi delle vocazioni nel corpo dei marines come c'é in quello dei preti cattolici, militare sotto bandiere esauste non piace più a nessuno con buona pace di Fallaci Oriana, guerriera da 'armiamoci e partite' che farnetica di rabbia e orgoglio chiusa nell'ultimo piano di un grattacielo di Manhattan.
Per la verità di farneticazioni se ne ascoltano parecchie stamattina, alla radio. C'é quella di Vittorio Feltri sul suo giornale, lo dicono 'giornalista di razza', sarà razza padana o padrona perché di altra razza non saprei dire. I suoi colleghi devono avere una buffa idea di quel che é essere giornalisti di razza, io lo direi una antipatica canaglia, ma se lo dice da solo perciò lasciamolo cuocere nel suo brodo di dubbi sui poteri forti, salotti e tinelli, yacht e altri luoghi convenuti -a suo avviso metafore di persone potenti che fanno e disfano e hanno a guinzaglio i magistrati che fanno le intercettazioni, tutti i magistrati che mettano sotto inchiesta gli amici degli amici dell'azionista di riferimento, il molto onorevole cav. gr uff. megagalattico pres. del cons. Silvio Berlusconi, giù il cappello e via con gli osanna.
In questo caso a essere sotto inchiesta sono i parvenu della finanza padana giunti a un passo dall'istituzione Banca d'Italia che ci rappresenta in Europa per le abituali vie italiche del 'io fo un piacere a te, tu fai un piacere a me.'
Al bravo Feltri poco importa che nelle intercettazioni si senta Fiorani dire alla moglie di Fazio che ha già fatto il versamento nel conto intestato a terzi, a lui non importa la verità delle cose, ciò che si evidenzia nei controlli di legalità e costituisce prova del maneggio di bassa, bassissima lega; a lui basta suggerire l'idea che persone senza nome e senza volto facciano e disfino, minaccino e mostrino il bastone e usino della magistratura secondo necessità politica e di potere, incurante dell'evidenza che il potere é tutto nelle mani del suo azionista di riferimento da lunga fiata ormai.
Feltri e gli altri giornalisti della stampa amica del presidente del consiglio sfidano il ridicolo mostrando il petto.
Farneticano di 'poteri forti' e di 'grande fratello' senza fare nomi mentre nome e cognome e voce di minacce ai vertici della Consob hanno Fiorani e Fazio e la di lui moglie -che indossa i pantaloni in casa, a sentire come parla e si intromette nelle faccende di 'alta' finanza e creativa.
Chissà come si deve sentire stamattina la signora Fazio, mentre aiuta il marito a indossare la giacca e uscire di casa.
Forse gli sussurra all'orecchio 'resisti'; la famiglia, si sa, é la sola istituzione che conti nel paese Italia.
Evocare i poteri forti da parte di chi ha in mano il governo del paese ed é il più ricco su piazza e forse il mandante del rastrellamento delle azioni del 'Corriere della sera', fa ridere i polli, ma a Feltri non importa, deve soddisfare il suo azionista di riferimento e se serve arrampicarsi sugli specchi, si fa, il dovere é dovere, siamo pagati per questo