Archivio mensile:giugno 2005

il treno, che comodità!

Certune linee del treno non sono male. Quella che porta a Calalzo la mattina presto ha l'aria un po' retro': famigliole pulite anni sessanta, pochi soldi a disposizione (c'é la crisi dei consumi, siamo nel 2005: annus horribilis berlusconianus) e il Cadore é la meta conseguente, non importa se gli hanno detto che la Pusteria ha un migliore rapporto qualità-prezzo, quelli, si sa, sono tedeschi e coi tedeschi é meglio mantenere una certa distanza, non si sa mai.
Viaggio a piedi, solo; dalla stazione me ne vado piegando a sinistra, le famigliole prendono il taxi, qualche lusso dà meglio l'idea della vacanza che incomincia. Aveva ragione Bruce Chatwin, il viaggio migliore é un viaggio fatto a piedi, si notano le cose che hanno fatto i cittadini negli ultimi decenni, case nuove, piccole fabbriche di occhiali già in crisi (ci sono i cinesi pigliatutto; anche questo é un bel problema), passaggi pedonali allato alla statale -segno di civiltà o di troppi morti ammazzati- si parla con la gente chiedendo informazioni, sono gentili e stupiti di chi va a piedi, anche questo é retro, non se ne vedeva uno da tempo.
Vado per prati giù verso il lago, é in secca, forse posso attraversarlo lungo il perimetro degli argini, ma é una pia intenzione, devo risalire. Piego in direzione di Vallesella, vado bene?, si va bene, attraversi il ponte, quello, lo vede? e poi su a sinistra.
A piedi, anche un piccolo viaggio diventa grande, riempie la giornata, é necessario un calcolo a risparmio della fatica.
Il rifugio Padova é a tre ore di cammino, per gran parte in mezzo ai boschi, fa fresco, un'arietta aromatica di resine di monte va e viene, sono scappato dalla città afosa anche per questo, la vita é bella perdavvero: si inforca lo zaino e si va.
Lo spettacolo dell'anfiteatro dolomitico offerto dagli Spalti di Toro é superbo, si dice sempre così, la letteratura di viaggio difetta di aggettivi o li congela; potremmo dire commovente (abusato) oppure eccitante, per la verità il mio sguardo a centottanta gradi é catturato dal merletto delle torri sommitali, dalle infinite fissurazioni delle pareti rocciose, dal colore freddo, argenteo della dolomia, la roccia dolomitica.
Più in là, ai confini col Tirolo, la dolomia si colora di rosa e rosso, tramonti folgoranti di ascetica bellezza, ma anche l'argento di queste montagne é religioso, rimanda a una Creazione fatta di esplosioni vulcaniche, di immani schianti sottomarini: la Terra che flette i muscoli e si fa bella in superficie colle montagne che la uniscono al cielo.
Gli Spalti di Toro sono montagne ardue, dure, che impressionano quando sei in quota e ti addentri nelle vene fredde di roccia che salgono sulle forcelle, me ne accorgerò domani, adesso é il momento della quiete, della lettura rilassata di un libro, tuoni sordi salgono dalla valle, Calalzo é sotto il diluvio di un temporale, piove solo sull'arco alpino, la pianura piange siccità e afa, la protezione civile si allerta per gli anziani che soffrono, la varietà del mondo ha aspetti belli e brutti, talvolta sordidi.
Verso le sette lampi e tuoni occupano l'anfiteatro, gli scoppi hanno eco e rimbalzano negli anfratti del monte, chissà chi é stato a dare questo nome importante, bello, agli Spalti di Toro, chissà come fanno alcune espressioni degli avi a fissarsi nella memoria delle generazioni e a dare nome alle cose, ai paesaggi: Busa Fonda, Col Nudo, Col delle Stelle, Pianaz…

salviamo l’Occidente!

Il mio amico Mario sembra davvero convinto di quel che dice mentre recita il De profundis della cultura occidentale. Dice che siamo destinati a scomparire, noi occidentali, come i romani dell'impero decaduto sotto l'assalto dei barbari.
E' davvero così, davvero si perde qualcosa o tutto nel melting pot di culture e civiltà cui siamo destinati?
La sua compagna mormora affranta: 'Almeno frenare, rallentare questo processo, cercare di governarlo.'
Si passa per comunisti se si sostiene, con un dialogo piano, in una sera afosa di giugno, che nessuna civiltà muore se lascia abbondanti allumacature sue nel cammino dei secoli. Cosa c'entri il comunismo con lo scontro-incontro delle culture non so, ma la predicazione furiosa della destra al governo, degli sbraitanti leghisti e della folle solipsista Oriana Fallaci coi suoi libri gridati rendono vano ogni sforzo di trovare argomenti e toni pacati.
Io non credo che Mozart non sarà più suonato nella società multietnica o Beethoven e Brahms e Feuerbach e Schonberg, né che ci dimenticheremo di Dante, Petrarca, Foscolo e Leopardi; perfino gli odi più atavici covano sotto la cenere, figli delle culture nazionaliste che -quelle si- dovremo dimenticare. Ricordate Sebrenicza, la ex Jugoslavia, i fratelli slavi governati da Tito per un quarantennio? Beh, nel "92 serbi e croati si sono ricordati le loro diversità, il loro mai essere stati veri fratelli generosi; hanno rispolverato la loro storia di sangue e rabbia e i bisnipoti hanno impugnato le armi, cantato gli inni alle culture sepolte, salvo, poi, dopo le stragi e i massacri dei civili, tornare a sognare un sogno sovranazionale, il sogno europeo di nuova e più efficace pacificazione.
La cultura occidentale é stata ed é largamente egemonica nel mondo, le ondate di nuova immigrazione non riusciranno a cancellarla, i bisnipoti nostri riceveranno il testimone e lo passeranno ai loro bisnipoti, solo dovremo meglio considerare la biodiversità, l'esistenza di altre culture e civiltà, coniugarci con quelle per costruire un'umanità più sapiente e tollerante, dovremo imparare a dialogare e non a dettare le leggi, le norme, i codici, i valori, come abbiamo fatto da colonialisti e schiavisti fino a ieri. Il futuro é cominciato ed é di tutti gli uomini di ogni razza, cultura e religione, ognuno rispettoso dell'altro, salvo le vituperate eccezioni di chi delinque e per il suo delitto viene, giustamente, perseguito e sanzionato.
Nessuna cultura si perderà sul pianeta Terra. Qualcuno, dalle parti di Internet, sta già predisponendo gli archivi del nuovo sapere virtuale, la nuova biblioteca di Alessandria che conterrà ogni sapienza vecchia e nuova prodotta sotto tutte le latitudini in ogni tempo. Il futuro é appena cominciato e va verso le stelle, lontano dalle caverne della paura atavica dei primati.

gente che viene, che va, che sta…

Gente che viene, che va, che sta e non si capisce bene cosa fa. Non parlo della gente comune, di quelli che hanno un lavoro e riempiono gli autobus e la metropolitana la mattina di ogni giorno feriale, gente motivata, piena di aspirazioni, come quella di cambiare lavoro, trovare o cambiare marito o moglie, gente che stabilisce il suo ufficio dovunque, grazie alla provvidenziale invenzione dei cellulari, pronto, si, sto arrivando, la pratica Molinari la trovi sullo scaffale in basso a destra, vedi se ti riesce di fissare un appuntamento con Giorgio…
No, io parlo di quelli che staccano la spina e vanno altrove, un qualunque altrove del pianeta, a est, sud, ovest, al nord non ci va quasi nessuno, chissà perchè, forse la meterologia ha il suo peso, i paesaggi sono diversi, si va dove il sole sorge o dove tramonta o dove é forte il suo raggio, bruciante sulla pelle pallida e smorta.
Parlo di quelli che si sono persi o ritrovati o che pensano che sia possibile ritrovarsi una volta che ci si é persi, come se fosse possibile lasciare l'ombra che ci tiriamo dietro, ma forse si, i miracoli si danno, non li fanno i santi, li facciamo noi che abbiamo fede nelle rinascite.
A Goa, qualche anno fa, incontravo gente che stava con i piedi all'insù sulla spiaggia, alla mattina, al sorgere del sole, cominciavano i loro esercizi sul far dell'alba col buio e li interrompevano quando il sole cominciava a scaldare, esercizi yoga, s' intende, chi li fa ne dice un gran bene, ritemprano, restaurano il corretto rapporto tra mente e corpo e tra l'io e l'insieme del creato, per la verità sono pochi quelli che sortono risultati tangibili, la maggior parte appartiene al numero di coloro che Corto Maltese raggruppa nel fulmine di una sua frase icastica: 'Viaggiar descanta, però chi parte mona torna mona.'
Era interessante osservare nel chiarore delle prime, magiche luci ragazze magrissime di ogni nazionalità (uomini pochi, chissà perché) che svettavano coi piedi all'insù senza sforzo apparente, tenendosi la testa colle mani. Sembravano divinità indù di un tempo perduto, simboli dell'illogicità dell'esistere, del ristare e guardare quel che ci sta intorno.
Loro guardavano il mondo al rovescio, mare e cielo si scambiano di posto, azzurro chiaro di sotto, blu di sopra; il primo che l'ha fatto deve avere avuto una illuminazione religiosa, tramandata per generazioni di paese in paese, io sono uno scettico blu, un san Tommaso: ritengo che, se siamo bilanciati come siamo tra testa e piedi, é bene che manteniamo le posizioni acquisite, la stazione eretta é una conquista che gli ortopedici definiscono tuttora un pericolosissimo azzardo, non capisco perché si debbano improvvisare variazioni esoteriche, mistico-ginniche; riconosco, tuttavia, agli acrobati dei circhi e agli yogi in pectore lo status di sperimentatori di nuove frontiere dell'umano.
C'era anche gente che si muoveva da un posto all'altro di quella regione indiana come anime in pena, gente che parlava di tutto con chi gli capitava a tiro, ascoltavo dialoghi stranissimi, alcuni sembravano ubriachi di apparenza sobria, celavano una pena di esistere che non riuscivano a confessare neanche a se stessi. Li guardavo arrivare con le vecchie motociclette Ensor, (si comprano per poche migliaia di rupie), bevevano birre su birre seduti nei ristorantini frontemare, leggevano un giornale vecchio di settimane e guardavano il mare oceano vuoto e silente, mare di naufraghi occidentali alla ricerca del sé perduto.
Uno mi fissava gli scarponi e, a un tratto, mi ha apostrofato in inglese con voce impastata: 'Perché indossi scarponi così chiusi con questo caldo?'. 'Ci sto comodo.' gli ho risposto 'mi riparano dai sassi e dagli escrementi delle capre e dei cani randagi e dagli sputi degli uomini.' Gli deve essere sembrata una risposta incongrua perché mi ha guardato con commiserazione o disprezzo, non so dire.
In un tempio molto grande, ombroso, bello di decorazioni litiche e statue di animali e dei e Shiva danzanti la Creazione, ho parlato lungamente con una giovane lombarda prepensionata, ex dirigente delle Ferrovie. Mi ha raccontato il perché del suo esilio volontario, della sua scelta di militare tra i brahmini del tempio in quel paese dagli enormi problemi sociali e sofferenze così visibili ad ogni passo.
Non mi ha convinto, ma sembrava serena, illuminata. Tutta la luce del mondo sta in un occhio, scriveva Lorca, il suo rifletteva la nettezza della luce indiana che trascolora in mille ombre diverse, la sera.
Col far del buio, la vedevo sfilare vestita di un sari immacolato, Madonna pellegrina in coda alla processione dei sacerdoti seminudi che entravano nel tempio. Cantava i loro mantra e si faceva incensare davanti alle statue di Ganesha e Shiva insieme ai miserabili del luogo. Mille e mille sono le storie e i percorsi……

la Cina é vicina

I paradossi della storia dispiegano la loro potenza rivoluzionaria, questa si, più e meglio di quanto lo sia stata nelle intenzioni degli uomini che hanno provato a determinarne il corso. La rivoluzione cinese faceva paura ai tempi de 'la Cina é vicina' -vecchio film che dava titolo alla spaventosa diversità di quel comunismo anomalo e singolare- ma, paragonata alla minaccia economica della Cina di oggi, sbiadisce in piccola cosa, evento lontano di un passato infruttuoso, onda di follia di cui oggi i cinesi un poco si vergognano, non foss'altro che per il numero di cadaveri che ha lasciato dietro di sé.
Scarpe, occhiali, articoli tessili, automobili, perfino frutta e verdura: tutto minaccia l'onda produttiva cinese coi suoi costi bassissimi; il suo dumping sociale é garantito da ciò che resta della struttura autoritaria del partito comunista, nessuno in Europa può competere con una forza-lavoro di milioni di formiche lanciate verso una colonizzazione economica che fa rivoltare nella tomba il presidente Mao-dse-dong e i suoi fidi che intrapresero la lunga marcia verso il potere.
Che ne é stato di quel lungo lavoro infruttuoso, che senso ha avuto, che senso daranno gli storici del futuro alle lacrime e sangue sparse dal popolo comunista per costruire una Cina oggi irriconoscibile?
E di noi, poveri europei già stanchi di Unione, che ne sarà, come riusciremo a mantenere il nostro stato-sociale se l'economia va a rotoli, le imprese delocalizzano, il lavoro é poco e viene offerto agli extra comunitari che accettano i contratti a termine e salari da fame?
Gli evasori di sempre gridano al vento i loro lamenti contro la Cina troppo vicina e L'Europa sorda e nemica, ma il governo che hanno votato non sa a che santo votarsi; il disastro lo hanno creato con le loro mani, credendosi furbi: hanno cambiato la lira con l'euro in un rapporto di uno a due: le mille lire sono diventare un euro, un'inflazione spaventosa che ha mandato in crisi i ceti medi non più capaci di risparmiare e di consumare come prima.
Agisce una giusta Nemesi negli eventi umani, anche in quelli economici, chi semina raccoglie, si diceva un tempo, ma anche 'chi semina vento raccoglie tempesta', questo di cui parliamo é un tornado, di solito gli si dà un nome di donna, Cina, appunto, vortica già sulle nostre coste, la protezione civile si allerti, si salvi chi può.

illuminazioni

Barboni
Mi é capitato di osservare attentamente un barbone che frugava all'interno di un cassonetto per l'immondizia. Si sporgeva all'interno e tirava fuori, usando un suo strumento di ferro piegato a gancio, i sacchetti di plastica chiusi, li apriva, ne analizzava il contenuto con rara meticolosità, poi li richiudeva e li rimetteva a posto, stivandoli coscienziosamente.
Se una tal cosa facessero gli operatori ecologici incaricati di svuotare quotidianamente i cassonetti, ne deriverebbero osservazioni tutt'affatto particolari sui comportamenti dei concittadini, le abitudini alimentari e igieniche e le cattive abitudini di non operare la raccolta differenziata, insomma un lavoro di detective che potrebbe avere interessanti sviluppi per un futuro di impatti ambientali sempre più onerosi per il territorio che abitiamo.
Suggerisco ai responsabili dell'azienda incaricata della raccolta di stipendiare quel barbone e di acquisire le sue informazioni. Lo indirizzino su cassonetti diversi in zone diverse della città e gli facciano stilare un rapporto sul modo di gestione di quei preziosi contenitori che ordinano la nostra vita pubblica e ci sgravano del peso della produzione personale di rifiuti.
Quanto a lui, il barbone, finito il censimento dei sacchetti e recuperato un suo piccolo tesoro, si é allontanato trotterellando di buon passo, incurante degli sguardi di riprovazione di due signore delle villette a schiera che lo tenevano sotto mira, sedute all'interno dei loro piccoli giardini. Fastidio per la personalissima opera di raccolta e riciclo operata dal barbone o per i segreti degli abitanti del quartiere che egli aveva impudicamente indagato?
A EGREGIE COSE
Ho un amica che, di tanto in tanto, si reca in cimitero, a parlare con il marito defunto e piangere sulla sua tomba.
E' un dialogo, il suo, il nostro -chi di noi non ha un congiunto con cui intrattiene una sua speciale forma di dialogo?- che non ha bisogno di supporti metafisici genere aldilà, vita dopo la morte, resurrezione dei corpi, come predicano i preti nei loro offizi attizzando speranze misteriose; semplicemente gli parla di sé, lo rimprovera di averla lasciata sola, di essersene andato senza di lei, é di questo che si sostanzia l'eternità dei sogni nostri, di una vita che dura oltre la morte ed é così dura da reggere quando il preziosissimo filo degli affetti si spezza irrimediabilmente.
A egregie cose il forte animo accendono le urne dei forti, o Pindemonte, scrive il Foscolo che abbiamo studiato a scuola e mandato a memoria. Non so se le nostre urne postmoderne sortono effetti uguali a quelli descritti dal poeta, ne dubito, sono così brutte, tutte uguali, lucide dei marmi bruniti, le foto a colori di chi é stato tirate fuori dai cassetti degli anni lontani perchè ambiamo tutti a un'eterna gioventù.
Sono desolantemente uguali anche le frasi del compianto e del dolore, chissà che idea di noi si faranno i posteri se di questa nostra civiltà resteranno solo le lapidi e poco altro -com'é accaduto a quella degli etruschi.
Sapranno distinguere gli archeologi del quarto millennio il commerciante dall'industriale, il proletario dall'artigiano abile delle sue arti dimenticate, riconosceranno dalle effigi sbiadite i segni distintivi delle dolci amanti appassionate che diedero la vita per amore? Ci sono ancora, mi dicono, ancora si soffre e si muore per amore; Eros e Thanatos ancora si scambiano i doni alle soglie del terzo millennio.
La mia amica é una donna bella e di rara dolcezza, dice di recarsi in cimitero quando vuole farsi del male, per piangere la sua disperazione; siamo così malati da voler farci del male, ma perché mai il dialogo che intratteniamo con cui ha condiviso un po' del nostro tempo e le storie ci causa dolore? Disperiamo, forse, di traghettare il Lete leggendario e di entrare nella terra delle ombre dove il tempo si spezza e mille e mille vite diverse ci attendono?
Non sono un profeta, non ho messaggi di salvezza religiosa da offrire, non ho neanche la fede che consola e smuove le montagne, come dicono, e tuttavia mi sento di poter affermare che gli incontri con chi se ne é andato prima di noi sono possibili, una qualche eternità ci sarà offerta dove le storie sbagliate avranno esiti altri e diversi, dove il male non sarà più necessario e misterioso e se ci capiterà di piangere sarà per una qualche irresistibile ebbrezza che si muterà repentinamente in riso e gioia incontenibile…