Archivio mensile:aprile 2005

dei trascorsi eventi

Mi capita, di quando in quando, di ri-leggere i giornali vecchi, accantonati in un qualche angolo della casa per non avere avuto il tempo di leggerli il giorno della loro pubblicazione. E' una lettura quasi sempre interessante, si scovano notizie che non avevano peso per noi in quel momento, che ci sorprendono, comparate agli eventi successivi che le hanno modificate, integrate, smentite, sbugiardate.
Un tale esercizio é altamente creativo, fornisce spunto per elaborazioni di fantasia o di iperrealtà, del genere, cosa sarebbe successo se Bossi fosse rimasto fedele al suo primitivo assunto che non c'era uomo peggiore sulla terra di Berlusconi, uomo da combattere, ospite di mafiosi (il Mangano delle sue scuderie, credo), iscritto alla P2.
Viene da ridere a comparare le affermazioni di un Bossi di annata con i suoi comportamenti odierni e il corso della cosidetta politica di governo. Cosa non si fa e si non si dice per restare aggrappati alla cadrega o per portare a casa il piatto di lenticchie di un federalismo pasticciato e costosissimo per le tasche dei cittadini.
Mi é capitato in mano anche il giornale del 13 settembre 2001: una miniera di approfondimenti di tutto ciò che é accaduto dopo la distruzione delle torri gemelle di New York. 'Spirano venti di guerra' titolavano all'unisono ed era vero, ma é stata la guerra perduta dell'intelligenza sugli eventi futuri di politici inadeguati al ruolo e al momento, id est G.W. Bush che si é inventato un nemico qualunque, raccontando menzogne colossali sulle armi di distruzioni di massa in Iraq.
E' finita con la balla dell'imposizione della democrazia contro la dittatura che gli stessi americani avevano favorito qualche lustro prima. In Iraq si continua e si continuerà a morire per bombe e attentati, ma gli americani e i loro alleati se ne andranno, prima o poi, accontentandosi della foglia di fico di un nuovo governo che cadrà quanto prima sotto l'urto delle nuove opposizioni.
La lotta al terrorismo proclamata all'indomani dell'11 settembre da tutti i capi di stato dell'occidente evoluto é stata un flop; a Madrid un attentato alla metropolitana ha causato decine di morti, l'unico vantaggio di tanto allarme é stato l'innalzamento della soglia di attenzione delle 'intelligences' dei paesi a rischio, ma durerà fino alla prossima esplosione, l'occidente delle libertà individuali é relativamente indifeso contro i guerrieri nascosti del terrorismo di ogni bandiera.
La storia non é quasi mai maestra di vita, é triste dirlo, ma i riflessi condizionati di Pavlov, chissà perché, funzionano poco con gli esseri umani. Troppe culture diverse e opposte tra loro, troppo sofisticate, forse, ottengono l'effetto perverso di annullare il poco di difese contro gli eventi prevedibili che opponiamo a un futuro incerto; procediamo a tentoni e rinculiamo come i gamberi, il cammino che ci distanzierà dalle caverne delle origini é ancora molto lungo e fitto di incognite.

ministro di sanità pubblica

Ironizzava a modo suo, il buon Storace, uomo impetuoso e di convinzioni salde, diceva che, se lo avessero fatto ministro della sanità, l'avrebbe riformata per la sua parte psichiatrica e avrebbe curato col metodo nuovo il suo datore si lavoro, il molto onorevole cavalier Silvio Berlusconi. Che male gli abbia fatto costui non é noto, la politica -così pretende chi la pratica- é l'arte del possibile e dell'impossibile e l'impossibile si é avverato, udite, udite, habemus nuovo ministro, personalità specchiata e nuova di zecca, uomo di evoluzioni della specie (postfascista) e di rivoluzioni governative in un governo davvero nuovo e preoccupato per la salute dei suoi sudditi, per questo l'hanno scelto, sostituendo il pacioso Sirchia -uomo mite e senza apparati di partito alle spalle. Pare che anche il nome del ministero subirà un cambiamento: da ministero della Sanità a ministero della Salute pubblica; per una svolta così epocale ci voleva, nomen omen, l'ottimo Storace, buona salute a tutti.

è morto il re, viva il re.

Habemus papam. Finalmente. Non se ne poteva più di quell'assenza che angosciava milioni di persone, dicono, malgrado la saggezza popolare abbia, da lunga fiata, banalizzato i passaggi reali da una sponda all'altra della vita e la vacanza di autorità. 'Morto un papa se ne fa un'altro' dicevano i sudditi del papa-re, non sempre bendisposti nei confronti del loro sovrano; 'é morto il re, viva il re', annunciavano i banditori reali per sottolineare la continuità dell'istituzione.
E' finita la monocultura vaticana dell'informazione, la terrorizzante reductio ad unum della bella e varia complessità del mondo, exultamus fratres! Lunga, lunghissima vita al nuovo papa! perché l'idea di incappare a breve termine in un nuovo black out dell'informazione italiana, tutta senza eccezioni, per oltre dieci giorni di fila mi fa tremar le vene ai polsi.
Dalla Spagna viene la prima notizia che mostra come il mondo, pur rispettoso di quanto avviene Oltretevere, va in direzioni opposte ai desiderata dei monsignori e del loro sovrano nuovo di zecca. Si potranno sposare i diversi da noi, i cosidetti 'gay' e potranno perfino adottare un figlio, udite, udite.
Il cardinal Truijllo grida alla bestemmia, invita i cattolici a disobbedire le leggi, alla faccia del dettato evangelico che impone di dare a Cesare quel che é di Cesare. Toni così alti ed eversivi dei disposti legislativi di una repubblica sovrana, sia pure ex cattolicissima, non si udivano da tempo. Forse la caduta dai tetti dell'audience televisiva del papa morto ai nefasti del relativismo che avanza incurante del lutto ha sconvolto le sinapsi di molti porporati.
Le guerre di religione non hanno mai fatto del bene agli abitanti del pianeta e questa che Truijllo annuncia tra i fedeli della rivelazione divina e il laicismo forte delle sue bandiere di tolleranza tra diversi si aggiunge ai fondamentalismi tragici (e ridicoli) che infettano i popoli e le (in)culture. Dalle manifestazioni fuori dell'ospedale dove moriva Terry Schiavo a quelle contro il matrimonio dei diversi, il cattolicesimo e varie sette aggregate mostra il suo volto osceno, quello dell'intolleranza, dei toni esasperati e delle menti prigioniere di una pretesa verità che si vorrebbe imporre erga omnes. Come nei tempi oscuri dei quali il papa morto si scusava pubblicamente, perseverando la contraddizione tra la modernità e le 'verità' rivelate a lontani popoli pastori da un profeta che monologava con un cespuglio ardente.

il radicchio e la scarola

Oggi la benzina é rincarata, é l'estate del ''46, un litro vale un chilo di insalata, ma chi ci rinuncia, a piedi chi va? L'auto, che comodità! Nella Topolino amaranto si va che é uno schianto nel 46
Nel 2005 un litro di benzina costa molto meno di un chilo di insalata, anche di quella più a buon mercato, che so, il radicchio di Chioggia o la scarola e tuttavia percepiamo i prezzi in aumento della benzina come un attentato al nostro livello di vita, un furto perpetrato senza troppa destrezza nei nostri conti della spesa.
Forse la canzone di Paolo Conte non é troppo precisa nel restituire i valori economici dei primi anni della motorizzazione italiana, forse l'insalata, all'epoca, gliela la tiravano dietro a poche lire, nel 46 non ero ancora nato, ma so, dai racconti che me ne hanno fatto, che c'era una felicità di vita, una voglia di divertimento e di dimenticare gli orrori a cui erano scampati che rendevano le Topolino, -ma poi le Cinquecento, le Seicento e le Vespe 125- dei giocattoli memorabili e chi se ne importa se la benzina vale un chilo di insalata, per una macchina nuova o una televisione, di li a poco, i genitori avrebbero sottoscritto cambiali a nastro, si sarebbero indebitati allegramente, erano i tempi della grande industria che rinasceva, il lavoro c'era, il sud trasmigrava al nord, spesso i figli trovavano un posto fisso, il futuro che grande cosa era…
Allora, siamo noi, oggi, che la cantiamo triste, che ci siamo persi la gioia di vivere o é l'economia che va a rotoli, i denari scarseggiano, nessuno si fida più a firmare cambiali, i contratti di lavoro sono da qui a tre mesi, nove mesi, quando va bene?
C'é del vero in tutte queste proposizioni; vale il fatto che siamo passati attraverso l'epopea delle macchine vendute a milioni, le città cresciute troppo in fretta e male, l'aria piena di polveri sottili, l'ozono che se ne va, le giungle primarie in scomparsa, lo scioglimento dei ghiacci del polo, la globalizzazione e le delocalizzazioni (chissà se i posteri rintracceranno il significato che oggi attribuiamo a queste parole), insomma abbiamo vissuto ciò che i nostri genitori allora sognavano di vivere senza saper prevedere come quel sogno avrebbe lievitato.
Dire che il sogno si é trasformato in un incubo sarebbe troppo dire, milioni di extracomunitari sognano il sogno che noi, invece, normalmente viviamo e, dal loro punto di vista, questa é vita alla grande, bella, degna di essere vissuta, quando se ne tornano al paese -come i nostri emigranti d'antan- vengono omaggiati come persone arrivate, ricche, felici.
Dobbiamo darci una regolata, allora, tornare a prenderci le misure, ritrovare i valori antichi?
Fate voi, ciò che é certo é che la benzina é maledettamente rincarata e l'insalata lo é maledettamente di più.

due o tre cose che so di lei

Distendeva le gambe in un suo modo molto particolare, come le gatte quando si stirano dopo il sonno. Non era bella, però sexi, certi particolari del suo corpo attiravano una mia speciale attenzione, mi trascinavano in una zona del desiderio molto prossima ai sogni, le orecchie, ad esempio, così incredibilmente ben disegnate, piccole, mi accadeva di sfiorare i suoi lobi e di averne in risposta dei fremiti incontrollabili che faticavo a nascondere.
La voce, invece, era sgraziata, a volte. Usava i toni alti troppo spesso, la voce usciva fessa: portatrice di emozioni troppo forti per le corde incaricate di tradurle. Quando glielo dicevo s’azzittiva, scompariva in una sua nicchia di luce nera, rabbiosa, e quando tornava a parlare usava una voce non sua, teatrale, pareva sdoppiarsi e anche il portamento ne risentiva, come fosse entrata in un personaggio elaborato là per là. Una volta le dissi che, se fosse vissuta qualche decennio prima nel sud delle mie origini, l’avrebbero presa per indemoniata e chiamato l’esorcista.
Facevamo all’amore di notte, svegliandoci insieme, oppure la svegliavo io con piccole carezze intime. Non dicevamo una parola, solo ansimi trattenuti, sussulti dei corpi, poi avvinghiati come per la disperazione di un’ultima volta, uniti fino all’alba, quando un sonno ristoratore anneriva i lampi del desiderio. Durò un anno, forse più, poi, una mattina, lessi il biglietto che mi aveva lasciato in cucina, appoggiato alla caffettiera ancora calda. ‘Ti amerò sempre’ diceva ‘sei la cosa più preziosa che mi ha scaldato il cuore. Non cercarmi.’
Non l’ho fatto. Solo, di tanto in tanto, mi riguardo l’unica foto che abbiamo di noi. E’ una polaroid. Stiamo seduti su una panchina del parco adiacente alla stazione, il mio braccio destro la cinge alle spalle, ho l’aria impacciata, come se mi sentissi inadeguato o a disagio per qualcosa di inespresso, lei sorride alla sorella che, ricordo, faceva le smorfie e diceva ‘cheese’.
Ieri sera l’ho bruciata sopra alla cucina economica, la fiamma é esplosa alta a causa degli acidi dell’emulsione, ho guardato il suo viso distorcersi per l’azione del fuoco e il mio insieme. Si muore così, incinerendosi, nella speranza che anche il ricordo finisca in cenere.

un barbone sulla panchina

C'é un barbone seduto sulla panchina di fronte alla mia finestra. Sta facendo colazione, mangia uno yoghourt, credo, da dove sono non si può vedere un oggetto tanto piccolo; porta un cucchiaio alla bocca stringendo in mano un vasetto, mi viene in mente un'immagine del medioevo dei pellegrini, i veri viaggiatori, quelli che un viaggio lo fanno a piedi, come faceva Chatwin, lo scrittore. Chissà dove ha passato la notte quell'uomo anziano e male in arnese, mi chiedo, qui da noi le notti sono ancora fredde, chissà che pensieri gli attraversano la mente, dove muoverà i passi quando si alzerà dalla panchina.
Volevo scrivere del papa morto, in verità, dire dello sconcerto che mi ha provocato l'attesa surreale dei corvacci televisivi in piazza san Pietro e il profluvio di cose dette e ridette, molte sciocche, inutili, e i palinsesti cambiati per tre giorni di fila: un omaggio non petito, certo non da Woytila, forse dalla curia vaticana, una piaggeria giornalistica invereconda che si é nutrita di parole in libertà, ripetendo concetti leggendari, irrispettosi delle verità storiche, come quella del papa che ha sconfitto il comunismo.
Il comunismo, in verità, é crollato di suo, era decotto da tempo per le ragioni della dittatura cieca e sorda, dell'insufficienza economica, della ridicola sfida nucleare e di grande potenza planetaria; i sogni di gloria, tutti i sogni, si sgonfiano quando la luce dell'alba illumina il giorno entrante. Gorbaciov ereditò un pallone pieno d'aria e lasciò che si sgonfiasse tra le sue mani di uomo onesto, non poteva fare altro, gli subentrò un pirata della politica, un ubriacone, la Russia galleggiò nella crisi più nera per un decennio poi subentrò quest'altro, Putin, ex kgb, zar freddo dall'anima di ghiaccio, forse stavano meglio quando stavano peggio.
Anche il muro di Berlino é caduto di suo, si é poi saputo. Fu a causa di una dichiarazione imprudente di un funzionario; disse, in un intervista televisiva, che gli accessi e le uscite sarebbero stati liberalizzati, una folla si radunò davanti alle porte; alle sentinelle impaurite, nervose, dissero che era stato detto in televisione, sconcerto, indecisione, poi tutto avvenne come sappiamo.
Le fiabe che vengono dall'Olanda ci informano che, se togli il dito dal foro in basso, presto verrà giù l'intera diga, le tonnellate d'acqua che gravano sopra hanno una loro forza spaventosa.
Le cose accadono di loro, per le ragioni intrinseche del loro accadere, a poco servono i papi, le omelie, le invettive, gli auspici.
Woytila, ricordo, era papa rabbioso della sua impotenza, papa di invettive, contro la guerra di Bush, ma anche contro il mondo che assisteva inerte al massacro in Ruanda e alle prepotenze dei serbi ex jugoslavi in Kossovo. Mi colpiva quella sua disperazione esibita, brandita come una clava, menava fendenti nell'aria senza colpire mai nessuno.
Quante divisioni ha il papa, chiedeva sardonico Stalin.
Forse abbiamo sognato Dio per difenderci da quella disperazione, dalla rabbia che discende dall'impotenza, nessun papa fermerà lo sterminio e la violenza, ma il nostro sogno di semidei é di tutto controllare, tutto ordinare.
Il disegno degli empirei celesti é tutto nostro, fantasia di poeti, ci siamo detti figli di Dio, abbiamo incaricato un Cristo lontano di salire sul Golgota per perdonare i peccati del mondo, esorcizzare il male necessario, sognamo l'eternità della reincarnazione, coloro che si dicono custodi del rito di un tale sogno governano le anime e le menti, tutti quei pellegrini in fila, confusamente, esprimono brandelli di quel sogno lontano e presente.
Il barbone sulla panchina si é tolto il berretto di lana, é una donna, parla tra sé e sé, dice cose strane, sembra spagnola, a tratti porta entrambe le mani alle orecchie e le tiene strette, forse ha delle voci che le corrono impazzite nella testa e non le vuole sentire, la sua sofferenza é quella di tutti noi, presente o lontana, Woytila si faceva carico delle sofferenze del mondo, Nazareno che porta la croce, forse anche per questo lo omaggiano nei giorni dell'agonia e della prossima morte, le pacifiche divisioni del papa si radunano sempre più numerose, incuranti dell'appello dei generali, poi, dopo il funerale, si disperderanno, come le nubi che si sfilacciano, come i sogni nostri di salvezza che lanciamo in alto, nel vuoto azzurro dei cieli.