Archivio mensile:febbraio 2005

come eravamo

Nessuno ne parla più, eppure solo pochi mesi sono trascorsi dalla fine dell'istituto della leva, il servizio militare obbligatorio, la famigerata 'naia' di decine di generazioni di italiani. Un servizio formativo del carattere e della coscienza civica, per alcuni, pochi, illuministi, molti dei quali quel servizio gli é riuscito di evitare. A me é toccato in sorte negli anni delle rivolte studentesche e delle contestazioni dell'autorità qual che sia, gli anni del 'vietato vietare'; le scintille vivicatrici che ne sono venute si sono spente nel calderone da casermaggio di un'umanità triviale, triste, avvilita, la cui sola arroganza era quella del 'nonnismo', stupida autorità convenuta in uscita dal servizio, vessazione e anarchismo volgare, tollerata dagli ufficiali conniventi colle odiose cose che gli imbecilli imponevano alle 'spine', ai 'baffi', i nuovi arrivati nel girone infernale degli idioti.
Pochi squarci di cronaca hanno illuminato quella vergogna nazionale da tutti conosciuta e taciuta e riguardavano i morti, coloro che hanno lasciato la loro giovane vita all'interno delle caserme dove sono stati costretti ad andare per un 'servizio alla patria', come recitava la retorica tronfia e ridicola degli uomini d'ordine, destra della destra.
Quelli che sono finiti nei reparti di neurologia e poi congedati, quelli che hanno riportato lesioni interne e ferite nell'animo non ancora cicatrizzate non fanno testo, fatti privati di morta gioventù celati dall'infingarda virtù pubblica del servizio militare obbligatorio attraversato il quale si diventava uomini.
Come cani ringhiosi i 'congedanti', i 'nonni', abbaiavano ai nuovi venuti dai vari centri di addestramento reclute il loro 'guai a voi anime prave, non isperate riveder lo cielo', mordendo ai polpacci le loro vittime allibite, avvilite, spaventate, rovesciando le brande di notte con grida belluine, lanciando gavettoni di piscio sui corpi addormentati delle loro vittime.
Svilire e umiliare i riottosi colla violenza taciuta perchè la pervasiva violenza dell'autorità ufficiale, quella delle gerarchie, affondasse come lama nel burro delle coscienze spaventate, diventasse -comparata a quella dei cani- nicchia protettiva, male minore.
Andate a rivedere le scene del film 'Marcia trionfale', di Bellocchio; all'epoca destò scandalo perché denudava l'infingardia nazionale, il silenzio colpevole, ma é tutto vero quel che si mostra e fin parziale nelle sue denunce.
Ho visto gente fortemente motivata, giovani capi di assemblee di istituto scolastico mettersi a urlare durante le adunate sotto il sole a picco, umiliati nei cessi delle caserme perché costretti a 'pompare' sopra i buchi aperti dei cessi alla turca.
La mia stessa vita é stata messa in pericolo dall'arroganza di due nonni che tentarono di imporre la loro volontà ridicola, sbracata, di figli di contadini veneti alla camerata dei baffi appena arrivati, in maggioranza studenti universitari.
Comandavano, i marrani, che andassimo a due a due nel cesso. Sguardi spaventati incrociarono sguardi rabbiosi. Prima che fosse manifesto il cedimento dei più deboli tra noi, li costrinsi a uscire gridando frasi sconnesse, stringendo in mano la baionetta d'ordinanza. Ero reduce da un dolore profondo, privato, ero fuori di me in quei giorni di tormento. Potevano denunciarmi all'ufficiale di giornata, ma preferirono agire da par loro.
Nelle prime ore della notte, una gavettone di piscio batté contro il ferro della mia branda e inondò il letto di chi mi dormiva sotto, il cocco del colonnello-comandante che svolgeva funzione di guida turistica agli ospiti e ai parenti che il colonnello invitava a visitare la bella città lagunare. La mattina dopo, all'adunata dell'alza-bandiera, il comandante della caserma denunciò l'episodio e invitò gli ufficiali con parole forti ad esercitare la massima vigilanza.
Nessun altro episodio di nonnismo si verificò in quella caserma per mesi e il contatto tra nonni e baffi si interruppe.
Così ci salvammo, noi del '49, caserma Cornoldi.
Ben poco di militare e di funzionale alla guerra si imparava nelle caserme. Due-tre mesi di addestramento approssimativo all'uso delle armi per poi essere assegnati ai servizi privati delle gerarchie superiori, chi di aiuto alle famiglie degli ufficiali, chi comandato in servizio alla mensa-ufficiali, sulla base dei curricola e delle abilità di ognuno.
Quelli che rimanevano nelle caserme maledivano chi se ne andava perché 'imboscati', 'raccomandati'.
In realtà l'esercito non sapeva che farsene di tutto quel personale in servizio di addestramento a una guerra improbabile che la Costituzione della Repubblica vietava e una qualche attività bisognava trovarla che occupasse i giorni vuoti della prigionia nelle caserme.
Come una malattia, anche quel periodo della mia vita passò, oggi ce siamo liberati, come dai mali antichi che i vaccini e gli antibiotici hanno debellato. A volte ritornano, dice qualcuno, come gli incubi, come i focolai di infezioni antiche nei paesi del terzo e quarto mondo, speriamo di no. Proviamo a cancellare le parole 'guerra' e 'milizia' dai vocabolari, le nostre menti si adegueranno, vedrete, é l'evoluzione della specie, il cammino dell'umanità verso le stelle.

gli uomini durano poco

Gli uomini durano poco? Riordinando i miei libri mi é capitata per le mani la cartolina-manifesto di uno spettacolo teatrale che si recitava a Barcellona or sono due anni fa. 'Por que los hombres duran poco' era il titolo. Negli stessi giorni, si replicava per la seicentesima volta 'los monologos de la vagina' di autrice tedesca. Ho cercato di vederne almeno uno, ricordo, ma il tutto pieno dei teatri della città catalana me lo ha impedito.
Immagino che la vagina monologante non dicesse cose troppo diverse da quelle delle attrici che si interrogavano sul perché gli uomini durano poco; l'atto d'accusa delle donne nei confronti degli uomini dura ormai da quattro decenni, poco se lo si misura sulla distanza dei secoli dell'oppressione maschile e tuttavia la domanda é: perché la burla, la gogna sessuale, l'umiliazione della virilità?
Non fa gioco all'altra metà del cielo l'aver messo il dito nella piaga della virilità, aver scoperchiato il vaso di Pandora delle debolezze del maschio. Ogni cosa é illuminata ora, nei giorni e anni della libertà totale, ogni cosa é leggibile, ma non pare che i vantaggi della libertà facciano aggio sull'altro piatto della bilancia che é -dovrebbe essere- l'armonia del rapporto tra i sessi, la piena e reciproca soddisfazione nei casi in cui si dia una relazione amorosa di un qualche tipo.
Gli uomini durano poco, d'accordo, la donna ha tempi lunghi di riscaldamento amoroso-sessuale, la sua é una sessualità avvolgente, piena, giocosa, dacché si é liberata dell'imperio medioevale del 'non lo lo fo per piacer mio, ma per dare figli a Dio'. Stiamo parlando di un'evoluzione della specie e dei generi, talvolta in questo incastro di pensieri e comportamenti nuovi si dà il dolore, coscienza dolorosa della propria inadeguatezza; dovremmo cercare di formulare altri pensieri evolutivi che inducano alla guarigione, a un nuovo stato di coscienza.
Le autrici delle due pieces teatrali, ne sono certo, avranno trattato l'argomento con verve comica e briosità, del sesso si parla da millenni, cruccio e piacere infiniti, da quel piacere e cruccio siamo nati alla vita e tramandiamo la vita, mi viene in mente il verso di una poesia di B.Brecht: 'verrà il tempo che l'uomo un aiuto sarà all'uomo'.
Si legge uomo e si deve aggiungere donna, un perverso potere maschile ha imposto alla lingua italiana un impero che la donna ha giustamente abbattuto; cambiamolo allora quel verso del poeta tedesco, diciamo: 'verrà il tempo che la donna un aiuto sarà all'uomo' (e a se stessa).
Forse, allora, in quel tempo futuro della speranza, si scriveranno altre pieces teatrali, si ascolteranno altri linguaggi nelle relazioni tra i sessi e, forse, i gemiti amorosi prolungati e appaganti nelle stanze da letto o in riva al mare sanciranno la pace e una felicità nuova tra gli uomini e le donne.

vil razza dannata

C'é un giornalismo gaglioffo, fatto da canaglie capaci di scrivere a destra e a sinistra secondo mercede, meglio a destra, perché i soldi stanno lì e pazienza se quello che scrivono certi direttori e 'editorialisti' ci fa un po' schifo dentro, dà il voltastomaco.
Dare servizio a un padrone é pulsione atavica, forte, per alcuni giornalisti e uomini politici irresistibile al punto da spingersi nella caricatura del ruolo e della propria persona. C'é, in questo paese, una rete televisiva che manda in onda una sorta di telegiornale-cabaret che spunta le armi della satira perché fa e dice cose che neanche il più tagliente comico saprebbe immaginare, lo passano senza tagli nel blob di rai-tre, la burletta e la barzelletta si commettono col materiale che dovrebbe costituire l'informazione con risultati grotteschi. Nani e ballerine, si diceva un tempo, ma qui siamo al peggio del peggio.
Vittorio Feltri é convinto che la gestione della trattativa per la liberazione di Giuliana Sgrena fatta dai servizi segreti e di 'intelligence' sia roba che appartiene al suo mentore Silvio Berlusconi, roba sua personale, non della repubblica italiana, del popolo che la abita. Dice il bravo giornalista che non si dovrebbe sputare sul piatto in cui si mangia, ma su quel piatto ci mangia lui, non chi si oppone alla guerra in Iraq, chi l'ha indicata da subito come una guerra idiota, falso bersaglio di G.W.Bush che disperava di poter pizzicare il solo, vero responsabile, Osama Bin Laden, la cui famiglia aveva ottimi rapporti d'affari con suo padre, Bush senior.
Come si possa condurre una campagna-stampa così spudorata senza provare vergogna della propria faccia é materia che farà scervellare gli storici futuri, incapaci di capire da quale culo di sacco delle storie possibili sia uscita questa nostra che dura da quattro anni, da quando la destra degli evasori cronici e recidivi ha preso il potere.
La storia dell'umanità é storia di male e di mali, d'accordo, ma, ogni tanto, si é data remissione della malattia, perché questa che ci affligge oggi dura così pervicace, ostinata, male assoluto proiettato nel terzo millennio?

la violenza che esorcizziamo

C'é nell'aria, nell'atmosfera sociale che ci nutre, uno strato di polveri sottili che avvelenano la memoria, disseminano virus nei software dei nostri cervelli e li costringono a funzionare scollegati dai pensieri comuni, quelli di una storia condivisa, accertata, storicamente definita.
Così é per le polveri ancora in sospensione degli anni settanta: le lotte e opposizioni al modo capitalistico di produrre, gli episodi di contrapposizione violenta, a volte cruenta, legalisti contro movimentisti, anarco-insurrezionalisti, destra e sinistra, anarchici che volano fuori delle finestre della questura e un commissario steso sul suo sangue in un marciapiede per vendicarlo.
Se ci pensassimo tribali non ci stupiremmo degli esiti anche violenti dei conflitti tra singoli e gruppi, diciamo clans, tribù, etnie contrapposte. In uno stato della penisola arabica gli uomini girano armati di fucili e scimitarre, ma, fino alle soglie del novecento, anche da noi ci si poteva sfidare a singolar tenzone per motivi di onore personale o politico.
Nella più evoluta America che esporta la democrazia e le dittature secondo l'interesse del momento c'é libera vendita di fucili e armi di ogni tipo. La società in cui viviamo contiene semi di violenza che, in condizione proprizie, attecchiscono e fanno insorgere la malapianta. Non mi stupirei, perciò, se dalle attuali situazione di compressione del mondo del lavoro -flessibilità spinta allo spasimo, difficoltà del sindacato a dare rappresentanza e tutela a fasce sempre più ampie di lavoratori precari- insorgessero i pensieri cattivi di un ribellismo violento, ogni effetto ha la sua causa, nel gioco caotico degli incastri sociali può entrare anche la critica delle armi di lontana memoria, così come si é data e si darà la violenza rivolta contro se stessi: operai licenziati che si suicidano per non saper reggere una diversa idea di futuro, un futuro di precarietà e incertezza.
Chi mena scandalo per la violenza che é nell'aria esorcizza uno spavento, possiamo operare per il meglio, incidere sui bubboni, ma la malattia é endemica e, a volte, si ha l'impressione che girino gli untori, gente benvestita e dall'eloquio forbito, gente che scrive sui giornali e semina il vento delle prossime tempeste.

sono tornati

Che le cose cambino, siano cambiate da un tempo a un altro, lo si vede da piccoli segni, apparizioni sorprendenti. Qui, in questa città di mare sono tornati i cormorani, buon segno, segno che gli equilibri idrogeologici dell'ecosistema lagunare sono cambiati dai tempi delle denunce di Greenpeace di metalli pesanti e cloruri dei più vari presenti in dosi massicci nei campioni volta a volta analizzati.
Il cormorano che mi guarda fisso come una statua posta a simbolo di rinnovamento sopra la poppa di un vaporetto é un esemplare incredibilmente grosso, ha il becco lungo e nero, adatto a infilarsi nel fango dei fondali, il petto é color grigio-ferro, le ali e il dorso marrone chiaro, sta crogiolandosi al sole, la giornata é chiara e sembra contenere gli annunci della prossima primavera.
Durante il giorno lui e gli altri cormorani, più piccoli, forse i figli o i nipoti, continueranno a immergersi nello specchio acqueo del canale della Giudecca incuranti del traffico e delle grandi navi che ad orari fissi sfilano maestose, grandi icebergs di acciaio diretti a sud nel mare nostrum, come dicevano gli antichi.
Non c'é disputa tra loro, i cormorani comparsi da pochi anni in laguna, e i grossi gabbiani dal becco giallo, adunco.
Di fatto, i gabbiani si sono trasferiti a terra, sono diventati i predatori dei sacchetti di plastica della raccolta quotidiana delle immondizie, camminano con relativa agilità, malgrado le zampe palmate, e nessun randagio o grossa pantegana osa disturbarli nella predazione furiosa che disperde i contenuti dei sacchetti sulle fondamente e nei campi.
In autunno e in primavera i gabbiani risalgono i fiumi; volano sopra le porche di terra rivoltate di fresco a predare lombrichi; differenziare l'approvvigionamento alimentare é garanzia di durata in vita, futuro per la specie.
Se c'é vita c'é speranza, si dice, e gli uccelli sono i segni più visibili che ancora la vita, un'apprezzabile idea della vita, ci sostiene in quest'angolo affascinante del pianeta terra in cui vivo. §
La persona che mi cammina accanto mi racconta delle mutazioni epocali del lavoro, parla dell'azienda che la occupa, un'azienda che ha futuro e che, tuttavia, attizza il conflitto tra capitale e lavoro peggio di quanto facciano le aziende che 'dislocano' la produzione. E' sorprendente quanto é avvenuto in questi anni.
La flessibilità del lavoro é diventata norma condivisa, niente ribellioni, scontri di piazza, proclami, parole d'ordine. La forza contrattuale dei sindacati é nulla in tempi in cui licenziare é diventato più facile e si assume a tempo indeterminato per interposta agenzia interinale.
Dicono che l'essere flessibili sia il solo assetto vincente per un azienda che intende competere sul mercato globalizzato.
Molti contratti di lavoro sono 'a rendere' rispetto a quelli stipulati negli anni delle vacche grasse, gli aumenti di salario a stento recuperano l'inflazione reale, quella concordata nei panieri dell'Istat fa ridere i polli, convince solo i 'portavoce' e i 'portaborse' che vanno davanti alle telecamere a recitare le cose concordate con i cialtroni che sgovernano la cosa pubblica.
La riforma del lavoro studiata dai professori nelle università sovente é carta bianca offerta ai 'managers', ai 'tagliatori di teste' per umiliare chi lavora, frustare legittime aspirazioni di carriera, frustrare le aspettative di un reddito certo per i giovani che mettono su casa, si sposano, fanno figli.
Ascolto le storie del lavoro che mi raccontano e penso che tempo verrà in cui il conflitto tra capitale e lavoro tornerà ad essere il fuoco rabbioso che é stato negli anni di piombo, cova sotto la cenere, basta rimestare lo strato superficiale delle ceneri che lo nascondono e la fiammata si leverà alta, rabbiosa

specchi deformanti

Chissà che impressione ha fatto alla gente dell'esodo, gli istriani fuoriusciti e quelli rimasti, guardarsi nello specchio deformante della fiction di raiuno 'il cuore nel pozzo', commozione, forse, ma anche, credo, un senso di estraniazione, di alterità rispetto a quei personaggi televisivi che provavano a dare voce alla tragedia dimenticata, l'orrore nascosto per così tanto tempo da sembrare incredibile. Succede anche ai siciliani, credo, che si guardano nello specchio altrettanto deformante delle fictions sulla mafia e ai figli e nipoti degli ebrei che hanno vissuto il martirio dell'Olocausto, cose di altri tempi, di un'altra storia diversa da quella che viviamo, dove i buoni e i cattivi hanno altri nomi e altre facce.


Lì, nella fiction di raiuno, i cattivi portavano la stella rossa dei comunisti panslavi di Tito sul berretto di soldati, quasi tutti uomini di origine slava maltrattati dal fascismo che aveva amministrato la terra in cui convivevano con gli italiani -poi accomunati, senza distinzione tra civili e combattenti, in un solo anatema di occupanti, oppressori.


Persa la guerra, disfatto l'esercito e in rotta, gli italiani divennero i vinti da scacciare, e/o uccidere. La conformazione carsica dei luoghi offrì ai carnefici dell'una e dell'altra parte il modo di occultare i cadaveri in fosse profonde, inaccessibili: le foibe.


L'armata titina dilagò irresistibile lungo la Dalmazia e poi l'Istria, cercando di annettere anche il Friuli; una corsa che gli Alleati avrebbero potuto fermare, ma Tito era pedina importante di una partita a scacchi con l'Unione sovietica e lo lasciarono fare.


I trattati di pace sancirono poi la restituzione di Trieste e della zona B all'Italia, ma tagliarono in due Gorizia.


Prezzi pagati per una guerra insensata voluta dal dittatore fascista Mussolini e perduta con ignominia.


E' successo in quasi tutti i territori di frontiera ad ogni volgere di evento bellico: ogni esercito invasore ha ucciso, stuprato, scacciato e preso possesso dei territori conquistati, imponendo uomini nuovi, nuove lingue, ideologie, religioni, amministrazioni.


Ai nostri profughi é mancato il conforto della memoria e della celebrazione del dolore sofferto, sono stati trattati da fascisti nella terra dei padri ma anche nei luoghi di ricovero, dove stabilirono nuova dimora. I ferrovieri comunisti scioperavano al passaggio delle tradotte che li portavano a Marina di Massa e negli altri luoghi di raccolta e di smistamento.


L'ideologia comunista, al pari di quella fascista, non conosceva mezze misure: chi non é con me é contro di me; ci sono voluti cinquant'anni di faticosa e confusa vita democratica perché si celebrasse il rito televisivo del lutto, lo si elaborasse in qualche modo e dispiace che a farlo, a spingere a fondo sul pedale, sia stata una parte politica, la destra di Alleanza nazionale, che su quella tragedia ha fondato un suo consenso interessato, malato, che non risarcisce e non restituisce l'onore politico a quegli italiani che, comunisti internazionalisti militanti con Tito, intesero troppo tardi (pagandone un alto prezzo personale) quale incontenibile ferocia si fosse scatenata in quelle terre dove il nazionalismo, l'identità slava negata dai fascisti, fece aggio sulla fratellanza internazionalista socialista e impose lo sterminio degli italiani e il loro allontanamento.

tutti via

In un bel film di Woody Allen, 'Anything else', il protagonista lamenta, in un passaggio, che la sottrazione del suo spazio privato -lo studio in cui scrive- é una privazione intollerabile di una parte di sé, il luogo dove accarezza le idee che gli affollano la mente, luogo dell'ozio e della creazione o del lavoro, se lavoro può dirsi quello del 'ponzare', dare voce e scrittura alle storie.
A Mumbai, la storica Bombay, di contro, cacciano la gente dalle case: uomini, donne, bambini e vecchi, sono privati delle loro case di cartone e lamiera per far spazio a nuovi centri commerciali, direzionali, tangenziali, quartieri residenziali; la città nuova mette le ali e sacrifica i suoi angeli sporchi, pidocchiosi, miserabili, cacciandoli chissà dove nelle periferie che si allargano, a ricreare uno spazio minimo di sopravvivenza oppure a morire, di dissenteria e stenti, a lato dei neri torrentelli fognari, vene che scolano il benessere della città ricca, vogliosa di futuro.
Nelle bidonville di Bombay e del terzo e quarto mondo, a est e a ovest del mondo, il cartone e la lamiera con cui si costruiscono le case fanno la differenza tra i nuovi arrivi e gli stanziali: miserabili storici che hanno saputo fare un salto di qualità (si fa per dire)e hanno perfino la televisione, recuperata nelle discariche e allacciata abusivamente alla rete elettrica cittadina.
Abbiamo davvero poca fantasia nell'elaborare i modi e i tempi e i mezzi dello sviluppo economico. Il denaro chiama le ruspe ad abbattere le case di cartone e paga i poliziotti con gli scudi che impediscono ai miserabili di ribellarsi. Non c'é un altro modo, un'altra storia possibile di crescita comune?
Procediamo per esclusioni, espulsioni, eliminazioni draconiane, incuranti del dolore e della perdita di quell'umanità marginale che si chiede ad ogni nuovo risveglio che ci sta a fare in terra, qual'é il senso misterioso della loro esistenza di miserabili, perché gli dei premino alcuni, pochi, uomini e una maggioranza di noi, invece, venga sacrificata sugli altari della disuguaglianza, dello sviluppo diseguale.
Il sale della terra é il senso delle vite nostre e di tutti, ciò che decidiamo di fare la mattina, se lo possiamo fare, se le cose e la fantasia del nostro prossimo ce ne offrono l'opportunità.
Kapuscinski, in un suo reportage, ci racconta di un villaggio africano immerso nella polvere della siccità e dell'arrivo improvviso di un documentarista, che mette al massimo il volume della radio della sua jeep e invita gli uomini, i bambini e le donne a ballare. Tutto il villaggio, si mette a ballare, uomini alti e magrissimi per le bacche e le radici che li nutrono, bambini dagli occhi troppo grandi per i loro visi smunti, madri dai seni vizzi. Lungo un'ora e mezza -tanto durano le riprese del documentarista- tutto prende vita, senso, allegria, partecipazione di tutti a un qualsiasi moto comune, poi l'uomo stringe la mani ai suoi attori improvvisati, saluta e se ne va e il villaggio polveroso ripiomba nell'abulia di prima, di sempre.
E' una metafora del nostro vivere associati, un inno alla fantasia delle cose e degli uomini, il miracolo di un accadere positivo.
A Bombay e nell'India dei villaggi allagati dalla costruzione delle dighe si racconta un'altra storia.
Non dovremmo essere indifferenti a quanto accade di là delle nostre finestre (metaforiche), ne va del senso della nostra umanità, del chi siamo e dove siamo diretti. Lo sviluppo diseguale afferma la prepotenza del qui e ora; noi, tutti, dovremo preoccuparci del senso delle storie che stiamo scrivendo collettivamente e provare a dire un perché. Ce lo chiede il futuro.

al servizio della città

Sarà perché, da sempre, concepisco l'agire politico come servizio alla città, lo stato -la polis dei greci- e non come strumento di potere personale o di piccolo gruppo e partito, ma davvero fatico a capire il senso delle polemiche che si sollevano intorno alla figura di Craxi Bettino, simbolo decaduto della prima repubblica morta di corruzione, malaffare, arrogante esercizio di potere oligarchico.
I difensori di Craxi (quelli in buonafede, non i pellegrini di Hammamet che lo dicono martire e ostentano la sua figura come sodale e complice di ascese politiche banditesche) ci ricordano il poco di buono che lo ha contraddistinto nel suo agire politico; io credo che non vi possa essere agire politico legittimato dai cittadini se chi è delegato a governare si mostra corrotto e/o corruttore.
I processi di Milano che hanno indicato Craxi Bettino come colpevole si sono conclusi con una condanna nei tre-gradi-tre di giudizio previsti da un sistema giudiziario ipergarantista; meglio sarebbe stato per lui espiare e dirsi pentito della gestione del malaffare piuttosto che darsi alla latitanza.
Non è necessario dirsi giacobini e/o giustizialisti per condividere questo elementare principio di buona politica, i cittadini, tutti, sono soggetti alle leggi e alle sentenze pronunciate in nome del popolo, il resto è puro verbo da osteria e quanto avviene oggi in questo paese è esattamente questo. Una classe politica di autentici cialtroni ha avvilito le istituzioni dello stato in nome e per conto di interessi particolari; gli evasori, gli antistato di sempre, quelli che vogliono le mani libere e il capitale di famiglia pure, hanno il governo della cosa pubblica e la amministrano da par loro.
Vi sono stati molti altri momenti bui nella storia della nostra e delle altre repubbliche, siamo, perciò, mentalmente attrezzati ad attraversare il deserto del male, dispiace che, quando si apre un modesto dibattito tra cittadini, l'evidenza dei fatti e delle cose sia sovente noncurata e una moltitudine ancora si dica favorevole ai Barabba di turno.
Davvero la storia non è maestra di vita.

sogni misteriosi

La notte é stata piena di sogni strani, imbarazzanti anche, ciò che sognamo sfugge al nostro controllo razionale, siamo misteriosi anche a noi stessi, quello di questa notte riguardava una mia nipote, sogni incestuosi di cui ci vergognamo, ma che hanno una loro ragion d'essere nella complessità che incarniamo, la letteratura ci fornisce numerose sponde a cui avvicinarsi: la vita é sogno dicono molti poeti e romanzieri, no non lo é, diceva Calderon de la Barca ai tempi suoi, la querelle é antica e i contendenti agguerriti, anche Shakespeare propendeva per un sogno da cui ci risveglia la morte, siamo attori di storie effimere, bastano due o tre generazioni a cancellare i nostri protagonismi dalla faccia del pianeta che abitiamo.
Uno psicologo mi diceva che dovremmo essere indulgenti coi nostri sogni, quali che siano, sono il filtro di una nostra umanità non propriamente chiara, definita una volta per tutte, personalmente credo che le pretese della psicologia di tutto interpretare della confusione dei sogni umani siano pretese, appunto, tutte da fondare, malgrado i laboriosi tomi che sono stati scritti sull'argomento; la mia tesi é che i nessi neurologici e le sinapsi durante il sonno si prendano una vacanza e qualche libertà di troppo che si fa beffe dei vincoli e delle convenzionali sociali e culturali su cui si fondano le civiltà e le società.
Qualche notte fa i miei sogni erano guidati da un pensiero quasi vigile, o così mi pareva, andavano dritti per la loro strada, fissata nella memoria. Erano insorti da pensieri vecchi, dolorosi, pensieri di un amore perduto, pensieri inutili, improduttivi, li guidava una frase latina, ripetuta in corso di svolgimento del/i sogno/i: 'homo homini lupus'.
Forse sbaglio la declinazione, non ho studiato latino, ma so che vuol dire che l'uomo é lupo nei confronti del suo prossimo o lo sono gli altri nei nostri confronti, c'é chi azzanna se può rubare una fetta più grossa della preda che il branco ha ucciso; di mezzo c'é la questione della dominanza, c'è un leader, un capobranco, cui le femmine si sottomettono, gli altri maschi girano al largo, se intendono copulare e figliare con una qualche femmina del branco devono approfittare di una distrazione del capo e prenderla con l'inganno.
Pare che la nostra sessualità e le storie d'amore siano segnate da questa verità dei tempi lontani, anche l'uomo é animale sociale, dicono gli etologi.
Il dolore che provavo nel corso del sogno era il dolore del lupo solitario, incapace di competizione e condannato a vagare in solitudine, mi tornavano a mente e si intrecciavano confusamente al mio sogno, le teorie di uno studioso dei comportamenti maschili, affermava in suo libro che Otello é un imbranato, si lascia ingannare dal suo assistente malvagio che gli inventa un rivale in Cassio, Otello impazzisce di gelosia, l'idea che la sua donna possa appartenere al concerto giocoso degli incontri e degli inviti della seduzione -norma equivoca del nostro vivere associati-, lo induce al gesto disperato del dare morte e darla a sé stesso. L'amore che si nutre di assoluti al fondo ha verità di questo tipo.
Otello, malgrado il suo ruolo di comandante di guarnigione, appartiene alla specie dei lupi solitari, fragili e ingenui, inadeguati a reggere il confronto con i suoi sottoposti, figurarsi i suoi pari.
E' la tragedia dell'inadeguatezza, la stessa che ha segnato la mia storia di amore perduto. Il mio sogno si concludeva in un cupio dissolvi che non ricordo, mi é tornato alla mente stamattina, incrociando lo sguardo con un giovane barbone.
Di lui si racconta che é impazzito per amore di una sua amica che lo ha tradito con un altro, gridava frasi incomprensibili, spernacchiava con la bocca, a cosa ci riduciamo per quel sentimento fragile che pure 'move il sole e l'altre stelle'.