Archivio mensile:agosto 2004

il genio di sempre

Ci vuole del genio ad essere cristiani. La frase é stata detta in un convegno, probabilmente quello che si é chiuso a Rimini oggi, protagonisti i comunicati e liberati di sempre e ha solleticato la mia attenzione. Davvero ci vuole del genio ad essere cristiani? Genio é parola che definisce una particolare intensità dell’intelligere, capire, i cristiani ne sono particolarmente dotati? tutti? Ognuno dia la risposta che crede, secondo la sua esperienza e intuizione. Nella storia vi é chi ha scritto ‘il genio del cristianesimo’, l’espressione non é nuova, quindi, riproporla può voler significare che vi é necessità tra i nuovi adepti di un rinnovato impulso vitale, uno stimolo a crescere, per quanto il linguaggio sia lo stesso da sempre e gli aggiornamenti rispetto alla modernità sovente mostrino la corda sfilacciata della Verità assoluta. Il genio del cristianesimo stava nel suo messaggio d’amore originario: amatevi l’un l’altro e perdonate sette volte sette, non ne é rimasto molto, in verità, lo svolgersi della storia ecclesiale é un resoconto di opposizioni, scissioni, scismi, eresie, persecuzioni di una fazione contro l’altra; l’astrazione di un regno di Dio in terra, un Regno d’amore, se é geniale, lo é per la pervicacia con cui si ripropone uguale nei secoli, ma non vi é genialità nella riproposizione tout court, bensì nell’intuizione che vi sarà un tempo in cui l’astrazione si farà carne e sangue di uomini redenti, fatti convinti di un vivere migliore sotto l’egida dell’amore divino. Bisognerà innovare i riti e rinsanguare i miti prima che ciò avvenga. Il cristianesimo dovrà depurarsi della noia della ripetizione ad infinitum di orazioni e litanie che già trovarono stigmatizzazione ai tempi del Cristo: non chi dice ‘Signore, Signore! entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che é nei cieli’. Il tempo della storia é trascorso e molte e diverse tra loro sono state le interpretazioni di ciò che é la volontà del Padre relativamente agli uomini sue creature. Il genio del cristianesimo sarà quello di proporne una di particolare? Delle altre, quelle di religioni diverse di uomini nati sotto altre culture e latitudini che si dice? Il genio del cristianesimo si limita a rimirare se stesso, é autoreferenziale, passa oltre con noncuranza davanti al fatto che le religioni, come le leggende e le culture diverse, sono figlie di un luogo e di un tempo particolari ed é più interessante, più geniale, lo studio delle comunicazioni possibili tra le culture e le storie piuttosto che la ripetizione compiaciuta delle formule di sempre. Il cozzo tra l’Islam e l’occidente cristiano, oggi tornato fragoroso, violento, ci dice che se non si percorrono le vie della comunicazione fra culture diverse, il prezzo che si paga é quello della violenza, dell’odio, non vi é genio nel’affermazione di sé, bensì nella comprensione della diversità che dà forma alla nostra umanità sofferente.

una bella persona

Era una bella persona il giornalista ucciso in Iraq da un sedicente Esercito islamico, un creativo, capace di saltare da una professione all’altra con la leggerezza di un uomo comunque vocato al successo, un uomo adatto ai nostri tempi di globalizzazione imperante, di flessibilità imperativa nelle professioni che registra il disagio e la fatica dei più, un uomo che amava la vita e la gente, tutta la gente, ma di più quella che fa la storia di malessere del mondo, che impugna le armi in ogni dove del pianeta: guerriglieri del Chiapas e lì, in Iraq, i militanti islamici di Najaf, dov’era diretto e dove la sua storia di curiosità intellettuale si é conclusa tragicamente. Enzo Baldoni, nella ricostruzione biografica che ne fanno i giornali, mi ricorda la felicità di vivere di quel professore canadese protagonista del film intitolato ‘Le Invasioni barbariche’, ma qui, nella realtà che scrive la storia del terzo millennio, i barbari hanno avuto la meglio, la barbarie del mondo ha imposto il suo tragico trofeo, uno dei tanti, per la verità, da che é iniziata la sporca-guerra 2 degli americani di Bush che pretendono di governare il caos planetario con evidente insuccesso. Non gli é riuscito neanche di controllare il prezzo del greggio, com’era nelle intenzioni dei guerrafondai, ma per il petroliere Bush, figlio di petrolieri, questo é un insuccesso che si é trasformato in successo privato poiché ha gonfiato a dismisura i conti bancari della famiglia.Enzo Baldoni non mi somiglia per niente, per questo mi incuriosisce. Ha fatto cose che a me non sarebbe riuscito di fare neanche a sforzarmi, anche cose che non mi piacciono, come quella pubblicità penosa della particella di sodio in acqua minerale che più sola, poverina, non si può, ma ha avuto successo e a chi ha successo la gente -quella che gli piaceva, che lo incuriosiva- perdona un sacco di cose, anche quella gioia di vivere esplosiva che lo portava a saltabeccare quà e là nel mondo, nelle aree di crisi che l’attraevano come le falene la luce fino al punto di bruciarsi. Un italiano positivo come Quattrocchi, con la differenza che quest’ultimo in Iraq c’é andato per la storica pagnotta, si é detto, Baldoni, invece, per un micidiale impulso a guardare, osservare il mondo e i suoi conflitti, dare una mano, che ricorda come dietro a ogni impulso vitale incontrollato, esplosivo, si celi, a volte, il virus di una depressione rovesciata, l’andare e accorrere dove la morte ti attende, sfidarla, forse per quell’ultima, estrema curiosità di incontrare il nulla o quello che dietro al nulla apparente della morte nostra corporale si nasconde.Fate festa, diceva Baldoni di un suo funerale prefigurato per gioco o per sfida incosciente, bevete champagne in mio onore e fate all’amore perché é un inno alla vita e una sfida alla morte. La sua l’ha persa ieri o l’altroieri nel modo barbaro che sappiamo, chissà che pensieri ha nutrito nell’ultimo istante, se non avrebbe preferito rimandare l’incontro fatale e sottrarsi all’abbraccio mortale con la gente che tanto l’incuriosiva: i terroristi assassini, come li chiamiamo qui. La sfida del vivere l’hanno vinta, per il momento, i barbari che lo incuriosivano, -é accaduto tante volte agli esploratori e viaggiatori dell’altro secolo- lo hanno ucciso e il resto é un’altra storia, una storia che non lo riguarda dove hanno torto gli assenti, una storia di nuovi barbari che irrompono nel presente nostro di occidentali e ci ricordano che la storia dei popoli é una perenne, delicata costruzione e gli incontri nuovi comportano lutti assieme alle meraviglie. Io credo che Enzo Baldoni, persona incredibilmente solare, preferirebbe tornare a raccontarcela di persona, come ha provato a fare fino all’altroieri forse con qualche imprudenza di troppo.

una sferza di energia

La barriera dei monti é una massicciata color bronzo cesellata di merletti irregolari sulla sommità, dietro il rifugio un grandissimo Sasso incombe sulla casuola come un gigante di roccia compatta, variegata, rassicurante, c’é chi va sù sulla parete con le dita delle mani e dei piedi artigliate lungo le fenditure come i ragni, se cadono, però, non saprebbero filare la loro salvezza. La ragazza dice che il terremoto recente lì non l’hanno sentito, ha l’aria sbarazzina, di tanto in tanto va a farsi una passeggiata di sei-otto ore e torna con notizie fresche sullo stato dei sentieri, sulle forcelle ancora piene di neve, sulle frane e i tratti di sentiero attrezzato non più affidabili. E’ il suo mestiere, gestisce un rifugio a quota mille e settecento, d’inverno lavora d’invenzione, quel che passa il convento, dice, l’economia montana non é florida, a parte alcune isole baciate dal turismo di massa, lei dice di non curarsene troppo degli assenti di quest’anno piovoso, lo sguardo che spazia sui monti la appaga, ha visto l’erba dalla parte delle radici e ogni giorno che si tinge della luce del sole nascente é un nuovo inizio, una sferza di energia vitale.Il cane che si aggira tutt’intorno al rifugio abbaia contro un’invisibile presenza che si rivelerà di lì a poco: una famiglia di quattro persone, toscani, si fermano a pranzo, anche oggi un po’ di lavoro, evviva! La giornata di sole si oscura a tratti di grosse nuvole bianche che riflettono e rilanciano sull’erba intorno la luce del sole chiaro; dei vasi a lato del rifugio ospitano alcune specie di piante selezionate dai ricercatori di una facoltà universitaria per speciali catteristiche officinali; l’interno della sala-ospiti é curato, si vede il tocco femminile, anche le aiutanti sono due donne, giovani, allegre.L’erba vista dalla parte delle radici ha un colore straordinario, dice la ragazza, il colore del mondo é tutto, sono stata in India, a Poona, l’ashram, si, era una mia intuizione, volevo ritrovarmi, ma non é stata una cosa rivoluzionaria, dei suonati si trovano anche lì, le lingue sono sempre confuse, eredità di Bebele, e anche i desideri degli uomini e delle donne, mi é capitato di trovare gente che voleva solo trombare, che cosa ridicola, io cercavo il colore della vita, me l’ero perso, la diagnosi era infausta, speranza di vivere poca, però mi sono salvata, altri che erano con me non ce l’hanno fatta e qualche volta ho la sensazione di esserci per caso, un prestito, una vita rubata, la malattia oncologica é così, spegne la vita, ma accende i singoli giorni che concede di una luce speciale, i colori della montagna sono un acquerello a tinte forti e anche il sorriso di questa ragazza dolcissima che abbraccio prima di scendere a valle, i colori del vivere nostro sono davvero tutto, che strano, l’ho guardata così a lungo e intensamente, ma non ricordo il colore dei suoi occhi, verdi, forse?

le storie, la Storia

Le storie sono come i limoni, si spremono finché hanno succo, poi si butta la scorza vuota. Così é della mia con A. con C., con F., così delle vostre, metteteci le lettere di chi vi pare. Le storie hanno di bello -o di brutto- che, quando iniziano, mettono la sordina alle altre che sono scorse o scorrono parallele nei giorni delle nostre vite o addirittura le cancellano, si vive una storia importante alla volta, ogni momento vitale rubato a una storia alimenta la vitalità di un’altra, in natura non esiste il vuoto, bensì vige una legge di compensazione, qualcosa di simile ai vasi comunicanti.Mia sorella ha una storia con B.; l’altra sera il poveretto quasi se la faceva sotto per l’improvviso irrompere nella balera della moglie mentre ballava con l’amante, l’hanno salvato gli amici di vedetta nei pressi dell’ingresso, anche a questo servono gli amici. Quando ascolto storie come queste mi viene da ridere, é naturale, la letteratura e la realtà sono piene di queste situazioni che ci muovono il riso, diverso é se càpitano a noi, se ne siamo protagonisti, il comico si muta in tragico, fare i conti con il/la cornuta/o é un po’ come pigliare il toro (o la vacca) per le corna, si rischia di restare infilzati. Non si può scherzare troppo a lungo con le storie, non tutte le storie consentono lo scherzo, l’allegria, la leggerezza; le storie d’amore si mutano inopinatamente in tragedia, portiamo il peso delle nostre parzialità, bisognerebbe non innamorarsi mai, bensì giocare a fare gli innamorati, ma più spesso le storie ci prendono la mano e ci ritroviamo invischiati in quel senso di vuoto, di assenza intollerabile, di desiderio di vivere altro e con l’altro che intanto se n’é andato/a, aprendo un capitolo nuovo, una storia parallela alla quale tributiamo l’omaggio rabbioso di storia maggiore, ubi maior minor cessat, cessiamo di vivere anche noi, così ci pare, niente ha più senso fino a un nuovo inizio, un’altra storia, altri occhi e voci e odori e carezze, il cuore, questo nostro muscoletto così elastico. Le storie, tutte, sono iscritte nell’album di una Storia maggiore, la nostra umanità, sono storie d’amore o di morte, di gioco, di noia e crudeltà, ci piace cesellarle, vorremmo che fossero simili a quelle che scrivono i drammaturghi famosi, i romanzieri, storie che strappano lacrime, muovono il riso, diventano esemplari tanto sono belle, sofferte, partecipate, invece, quando le abbiamo scritte nella realtà, le buttiamo, presto immemori di tutto, come le scorze dei limoni dopo averne spremuto tutto il succo.