Archivio mensile:maggio 2004

amor ch’a nullo amato

E’ ben vero, é con la speranza che facciamo i nostri conti giorno dopo giorno, senza speranza non si vive, dovunque direzionata, la speranza é l’ultima a morire, perfino quando si muore la fiammella vitale se la mangia lei: la speranza di sopravvivere alla nostra morte corporale, addio a voi tutti che mi siete stati cari, m’involo, a Dio, l’inconoscibile, l’eterno, confido le mie ansie e le attese. Non dovremmo caricarci troppo di speranze e di illusioni, ma senza non si vive, l’amore é un altro di quei temi che si mangia le speranze nostre, l’amore che ‘a nullo amato amar perdona’; é una condanna questa che ci costringe a ricercarlo, a premiarlo di attenzione quando ci appare sotto vesti a volte strane, ridicole, grottesche, ci sono tanti amori quanti siamo e quanti ne concepiamo nei sogni che ci confondono il cervello, un pianeta sconosciuto alla ragione, quando ci poggiamo i piedi affondano nella sabbia fine che si mangia i corpi pesanti, é la leggerezza la regola della gravità amorosa, senza si affonda e non dovrebbe essere un bisogno assoluto, se lo é diventa una patologia, stabilire un equilibrio é difficile, per questo l’amore muta nei giorni col mutare delle nostre neurologie, la chimica dell’amore é mutevole al pari delle ombre che disegna nei giorni e che siamo costretti a inseguire.Ho scritto una poesia, dice: ‘non sappiamo dell’amore più / di quanto ci detta il cuore / quest’elastico muscoletto / che sobbalza e ci innalza / sull’onda alta del non detto / ma rallenta e si sospende / dietro a ciò che mal s’intende / se il futuro si nega ai sogni / e i giorni tornano uguali.’ Non é un gran che, non ha pretese di fare letteratura, é un’espressione diretta di un mio sentire, il mio privato inseguire delle ombre, un grande poeta diceva che siamo ombre dei sogni, questa grande commedia, farsa, tragedia che viviamo e che ci pare così tremendamente vera ad ogni nuovo risveglio é solo ombra. Certi poeti squarciano il futuro, lo definiscono, sono la nostra coscienza nascosta.

il bianco e il nero

Le fotografie sono l’altro aspetto della scrittura, una scrittura di luce, dice la parola, i volti sono descritti con precisione di volumi, chiaroscuri, impietosi vuoti nel sorriso che mostra i denti, espressioni del viso truci, ilari, serene, magari la fotografia fosse esistita al tempo dei faraoni, sapremmo come era realmente Ramses, il furbo ‘vincitore’ della battaglia di Kadesh contro gli ittiti, di certo più piccolo di come appare negli alto e bassorilievi che lo effigiano condottiero invincibile sui muri dei monumenti funebri imponenti, sfida al tempo, sogno di eternità della (non troppo) chiara fama. Ma la fotografia gioca brutti scherzi ad alcuni autori amati dai loro lettori, ne mostra l’espressione altezzosa, l’interna arroganza, si dice che il nostro viso sia l’esito di un ‘fare’, il ritratto del nostro essere e divenire e soffrire e amare, ma talora la fisiognomica toppa, mostra la corda, gli scherzi di natura ci consegnano ritratti che non corrispondono in niente al ritratto interiore che ne abbiamo fatto noi lettori, ascoltarne le voci, poi! rauche, impastate, sottili, in falsetto. Ci sono fotografie di tutto il nostro vivere recente, anche fotografie obitoriali, funerarie, una volta usava fotografare il morto disteso sul suo capezzale e i parenti addolorati a corona, oggi sulle lapidi nei cimiteri si vedono ottantenni con visi di quarantenni, forse la proiezione mentale di un’eternità di freschezza e giovinezza che si desidera dopo la morte. Le foto dal carcere irakeno di Abu Ghraib hanno fatto il giro del mondo, mostravano gli orrori della tortura, di seguito abbiamo visto quelle dei condannati a morte cinesi durante la guerra detta dei Boxer, un ufficiale medico italiano al seguito di un corpo di spedizione si applicò all’arte documentaria in bianco e in nero, altri colori non c’erano, nelle foto si vede un rivoltoso cinese, un ‘resistente’, un bandito, che guarda fiero e sprezzante dentro l’obiettivo, il corpo é atletico, muscoloso, dopo mutilato ne faranno scempio, mostreranno il trofeo della testa mozzata, che bella umanità é impressa nei geni della nostra storia. Mi é venuto in mente il povero Quattrocchi guardando il bel viso fiero del cinese rivoltoso, il suo gesto disperato di mostrare agli assassini come muore un italiano, ne hanno fatto un eroe, gli eroi sono come i santi e i beati, servono a consolidare un’identità collettiva, la Chiesa militante, continuo a ripetere che si muore come individui, poco importa la nazionalità, é un trapasso crudele, innaturale se violento, quel rivoltoso ha destato la mia ammirazione, la sua era una buona causa, qualcosa per cui dare la vita con fierezza e disprezzo per gli invasori cristiani che gli davano morte. Il concetto di ‘buona causa’ é elastico, ahinoi, vale per una fazione contro l’altra, talvolta la storia giudica e stigmatizza gli abbietti e la loro abiezione, talaltra tiene bordone agli oppressori, ai tiranni, ai demagoghi e ai pagliacci, che storia stiamo vivendo oggi non é chiaro, dei Bush e Berlusconi e Blair, si farebbe volentieri a meno, ma valeva anche per la Tatcher e Reagan, entrambi meglio, in ogni caso, di Franco e Mussolini e Hitler. Le foto sono scritture di luce, qualchevolta di una luce luciferina che ombreggia il buio infernale della nostra storia da cui promana.

grossi guai

Le notizie sono più d’una, é un pleonasmo, come i guai che non vengono mai soli e che si tratti di un grosso guaio é indubbio, dal momento che si parla di integrazione, anzi, mancata integrazione, episodi citati dai giornali come quel tale che é stato denunciato dalla moglie per violenze e si viene a sapere che ascoltava solo la televisione marocchina via satellite, andava nei bar frequentati da suoi connazionali, perfino le puttane le cercava (quante incredibili cose delle vite altrui si vengono a sapere da quei ficcanaso dei giornalisti!) con in mente quell’affinità di pelle e spirito che lo rassicurava. Che altro dire? che volete che cerchi uno cosi e quegli altri suoi confratelli che chiudono in casa le donne che non si sottomettono ai loro diktat parareligiosi, le brutalizzano, le violentano ? L’ultimo flash, in ordine di tempo, dice di una ragazza fidanzata a un italiano, picchiata perché vestiva all’occidentale, siamo alla tribù, il ritorno alla ribalta della cronaca della tribalità, per la verità non sono state mai dismesse, vi sono tribù etniche e politiche e di censo, forse anche noi e voi possiamo dirci tribali per qualche rispetto, pensiamoci bene.L’argomento é scottante, come si vede, si corre il rischio di incocciare nelle terribili accuse di razzismo, ma no, qui si tratta di culture che si scontrano o non si incontrano e mi viene in mente che in gioventù sono stato emigrato anch’io, mi ritrovavo anch’io nei bar frequentati dai miei connazionali, era una questione di lingua e di senso di isolamento, le donne no, se anche fossero state reperibili le italiane si andava con le tedesche o le svizzere, con loro era botta quasi sicura. Parlo di quei miei tempi e dico di popoli europei, ma allora non usava questa parola comune, comunitaria, parlavamo lingue diverse, la storia religiosa era diversa, loro luterani noi cattolici, cugini, se vogliamo, ma che hanno fatto la guerra dei cent’anni e scismi e anatemi e crociate sulle loro differenze di credo, vogliamo mettere le differenze con questi altri, gli arabi e compagnia affine, i moderni emigranti col loro Corano e gli integralismi da combattere, mamma li turchi! si diceva un tempo.Derubrichiamolo pure ad effetto isolamento questo delle tribalità di ritorno, é certo che non sono molti gli italiani che si sforzano di dare segno di accoglienza ai diversi da loro, che volete che pensino quei poveretti quando incontrano i duri e puri della Lega di Calderoni e Bossi e varia compagnia sbraitante? Ci avviamo anche noi a scrivere una storia parallela a quella delle ‘gangs of New York’? E’ possibile, il futuro é appena cominciato, il peggio non é mai morto, importante é fare fronte all’insensatezza, stigmatizzare ogni violenza rivolta contro chiunque, far valere con la legge delle democrazie e i giusti comportamenti individuali il rispetto tra diversi e tra uguali, avviarci a passo deciso verso le stelle cui siamo destinati e lontano dalle caverne della tribalità, come ben ci raccomandava quel tale.

umori impastati

Vi sono mattine che gli umori si impastano e ciò che vediamo intorno a noi é specchio di ciò che abbiamo dentro e non sono (non ci sembra che siano) i filamenti di sogni confusi che si protendono sulla realtà vigilata dalla coscienza, bensì segni, predizioni di qualcosa che si avvia ad accadere di là da noi, dalle nostre volontà di tutto governare, disegnare al meglio le nostre vite; mattine che una commozione inespressa, confusa, proietta in una dimensione atemporale: tutto é nella precarietà di pochi attimi, questa begonia dai grandi fiori le cui foglie sono macchiate di un secco assassino e niente che ci dica quale cura, quale medicina possa fermare ciò che accadrà, non siamo medici troppo abili delle cose e delle vite che ci sono care, vorremmo far accadere i miracoli che neanche quegli altri medici -quelli della mutua o gli specialisti bravissimi, costosissimi, luminari di non si sa che luce- riescono a regalarci, ma non é colpa loro, é colpa delle attese eccessive, non dovremmo chiedere troppo ai nostri giorni, ciò che accadrà é scritto da qualche parte, li chiamavano destini, un tempo, adesso non usa più, siamo convinti che molto, quasi tutto sia nelle nostre mani febbrili di artefici, la vita, il mondo, la storia siamo noi, noi i creatori di speranze e solo la morte, di tanto in tanto, arriva a dirci che si é trattato di un generosa illusione, che siamo comparse di un film che si monterà altrove sotto la regia di un tale di cui ci sfugge il nome e chi lo guarderà si sbellicherà dalle risa per quei creduloni che si muovono nei loro ambiti come formiche impazzite, così ci sembra: file ordinate di operaie che vanno in una direzione, ma le fila si scompaginano e le formiche corrono l’una addosso all’altra, sembrano combattersi, si misurano in tenzoni singolari, non é troppo diverso per gli uomini: l’ordine apparente di certi giorni e luoghi diventa fuga, grida di dolore, corrono tutti in una direzione, é scoppiata una bomba, un edificio é crollato, ci sono morti sotto le macerie, chi é stato? che importa, non ha troppo senso scavare per obbedienza all’ansia di una pretesa verità che ci scava dentro, siamo formiche, comparse di un film straniero, qualcuno in un altrove guarda le immagini del nostro film e taglia, incolla, monta il suo film secondo criteri tutti suoi, certe mattine sono come i sogni dove tutto é legato da connessioni simboliche che vanno lontano, vengono da lontano e non ci riesce di capirle, forse perché i simboli li abbiamo messi in soffitta, non sappiamo più bene che sono, però ci impastano gli occhi e i pensieri, certe mattine.

una città strana

Vivo in una città strana, una scenografia dell’antico che pure si é rinnovata, si rinnova, un suonatore di fisarmonica nascosto nell’angolo di un ponte storto suona una musica struggente, avverto echi di solitudini balcaniche, qui riproposte con un effetto straniante, la gente che passa non lo guarda eppure continua a suonare, questo é il compito che si é dato oggi, qualche ora quà, poi più avanti, sempre le stesse musiche di un suo repertorio lontano nel tempo, note antiche su antichi muri, facciate di chiese barocche, suono perché sono, un ruolo ce lo dobbiamo pur dare, qualunque sia la nostra condizione umana, si dice? ne sappiamo qualcosa della ‘condition humaine’ cui apparteniamo, che ci connota? non lo so, credo di essere fuori ruolo più di quanto non lo sia quel suonatore emarginato da tutto ciò che conta: il mondo del lavoro, i soldi, il successo, le donne, eppure navigo su Internet, sono inserito nell’universo virtuale dove tutti possono essere tutto, che delirio di onnipotenza e, insieme, senso del nulla, hanno aperto una nuova libreria da qualche mese, la Mondadori, i soldi fanno miracoli, per anni questo luogo é stato abbandonato, inutilizzato, era un cinema, prossimo a piazza san Marco, una delle piazze più rinomate e frequentate del pianeta, oggi ci vendono libri, l’idea é buona, anche leggere e scrivere libri é una cosa buona, dà contorno alla vita, talora le conferisce senso/i. Vivo in una strana città dove ogni luogo é un brandello di memoria privata e collettiva, cerco con lo sguardo sempre la stessa persona, so dove trovarla ma so che non la troverò mai più, non é importante, la vita continua, fluisce, muta anche nelle città più strane. Buona salute a tutti.

il secolo nuovo

Un senso di generale impazzimento mi viene dalla lettura dei giornali, eppure la giornata é chiara, la gente cammina per strada con espressioni assorte, ilari, serene, mamme con bambini che vanno a scuola, operai edili con le borse del cibo (ce ne sono ancora!), vecchietti lenti, sorridenti, malgrado il giornale sottobraccio, il secolo é quello che é, il primo del secondo millennio, non il migliore forse, ma certo non il peggiore tra quelli che l’umanità ha vissuto, dicono che il peggio non sia mai morto, ma davvero fatico a predire nel prossimo futuro le terribili cose dei nazionalfascismi che ci siamo lasciati alle spalle, le due guerre mondiali, le odissee dei comunismi col correlato di guerre fredde e le illusioni cocenti delle classi operaie che dovevano salvare il mondo.Beh, a leggere le cose che si scrivono su ‘il Foglio’ da qualche mese a questa parte, pare che il futuro ci riserverà cose più orribili ancora di quelle che cerchiamo di seppellire nella memoria: gli islamisti maledetti hanno saggiato il terreno dell’Occidente e lo hanno trovato molle, tenero, predabile, per questo ora vanno all’assalto a legioni, a sciami, spaventosi kamikaze che vogliono cancellarci dalla faccia della terra e con noi la memoria nobile delle democrazie. Non ho letto la Fallaci (non potrei), ma temo che cose simili alberghino sulle sue pagine irose, rabbiose. Che cosa mirabile é il gioco delle sinapsi dei diversi cervelli! che caleidoscopiche immagini sempre diverse producono, sia lode alla biodiversità e a quella sua parte più alta che é la neurologia.Anche a me é capitato di scrivere, in un mio racconto, di islamici assassini, era il 1989, tempi non sospetti, nessuno ancora parlava di scontri (cozzi?) di civiltà, la Cia elaborava pigramente i suoi piani geostrategici nella regione mesopotamica mettendo Saddam contro Komeini, il cerbero, l’indomabile, quello dell’anatema ‘il grande Satana’, rivolto all’America. Mi aveva molto colpito all’epoca quella cosa nuova, potenzialmente assassina che era la ‘fatwa’ di Komeini contro il buon Salman Rushdie e i suoi libri, chissà se ve la ricordate, mi pareva una intollerabile pretesa di mettere a tacere una libera voce, impedirle di dire le cose sgradite a lorsignori gli integralisti. Nel mio racconto quella pretesa si ingigantiva fino a diventare enorme, incontrollata, forza assassina, cercavo il paradosso, l’esagerazione, la realtà -come spesso accade- é andata oltre e tuttavia non mi sento di condividere le predizioni catastrofiste di quelli de ‘il Foglio’. Non condivido, nella fattispecie, la confusione di ruoli e di geografie che é stata fatta: nella lotta al terrorismo degli integralisti l’Iraq c’entrava come i cavoli a merenda; oggi, colle torture e la guerra idiota di Bush e compagnia impazzita, si sono scatenati i diavoli che si volevano combattere, si é regalato un territorio nuovo di proselitismo all’integralismo assassino, gli errori si pagano e il prezzo che sarà pagato in Iraq é ancora tutto da stabilire, ahinoi, malgrado le migliaia di morti già seppelliti.Stavano meglio quando stavano peggio, gli irakeni. E’ tristissimo doverlo dire, ma é realtà di tutta evidenza e ciò che non si vuol vedere é quello che ben sintetizza la frase ‘gli dei accecano chi vuol perdere’. Hanno perso su tutti i fronti di propaganda, gli americani, i britannici, gli italiani e gli altri della ‘coalizione dei volonterosi’, l’ostinarsi a non voler vedere un futuro ancor più nero é foriero di altri morti, molti, troppi, ritirarsi senza condizioni sarà la salvezza da una catastrofe largamente annunciata, ogni giorno nuovo laggiù é un giorno di dolore. L’Occidente sopravviverà alla guerra sbagliata dell’Iraq, abbiamo risorse intellettuali che ci permettono di capitalizzare gli errori, impareremo a combattere il terrorismo con mezzi adeguati, mettendo bene a fuoco gli obbiettivi, mandiamo a casa i pazzi guerrafondai che hanno aperto questa pagina di orrore e il mondo sarà un luogo meno triste e incanaglito.

prima di morire

Bisogna pensare che una qualche forma di stranezza governa i destini degli uomini e le loro fantasie, se si producono storie del genere che mi raccontava mia suocera. L’ambiente è quello lunare dell’Istria di mezzo, paesi intorno ad Albona, per dire della cittadina maggiore, poche centinaia di abitanti, ma un universo di immaginazioni febbrili che popolavano i silenzi assordanti dei sentieri e tratturi e isole di rocce raggrumate in tondo nell’ambiente carsico di laggiù, chi c’è stato mi conferma che un gigante disteso sta sospeso sul suo ombelico col piede di mezzo confitto sul terreno e, di là del tempo, per sotterranei percorsi fecondi, nascono sogni di vite paurose, streghe e stregoni, viaggi senza scope, maledizioni sussurrate, non dette, malattie mortali che nessun medico saprebbe descrivere e men che meno curare, perché, in quei luoghi lontani da tutto, la morte è destino dato una volta per sempre. La storia che mi sovviene parla di nove bruschi su una gamba di un ragazzo implume, otto anni ignari di tutto e già cosciente di dover coniugare una maledizione che gli è piombata addosso: claudicante, morirà di una malattia sconosciuta e chiederà, prima di morire, di coricarsi accanto alla sorella amatissima ammalata di febbre tifoidea, permesso negato; camminerà per la casa, dopo morto, per settimane, fantasma doloroso, prima che un prete indichi ai familiari il percorso che lo trasferirà nel mondo dei morti in cui si rifiuta di entrare: si diranno tante messe quanti sono coloro che gli hanno fatto il torto di morire solo e, alla fine, ognuno dei parenti avrà una sua visita notturna di gelo per le membra e terrore e sentore di quel che è la morte solitaria. Dalla loro paura mortale uscirà il calore necessario alla transizione dell’implume nel mondo dei morti e la pace abiterà nuovamente in quella casa. Paragonate questa storia alle vostre che raccontate e vi hanno raccontato, tanti quanti siamo e diversi, le stranezze dell’essere fanno la peculiarità di ogni vita e dei popoli cui apparteniamo, alla luce di ciò ditemi chi siamo, dove siamo e dove siamo diretti, per favore.

il male irreparabile

Il film ‘Canone inverso’ é tratto da una bella storia: musica e passioni amorose contenute nell’arco temporale di inizio secolo, c’é tutto quello che dà soddisfazione ai sensi e all’intelletto, bella gente le cui vite vibrano al canto interiore che hanno dentro:pianoforte e violini, concerti e omaggi alla bravura, tutto finito il giorno che le camicie brune fanno irruzione nel teatro e ‘catturano’ i protagonisti, due ebrei, é una storia finita nel ventre spaventoso dell’Olocausto e il tentativo che si fa di darcene consolazione e pietas non funziona: i protagonisti del film e con loro tutti quegli altri le cui storie non si sono dette sono stati spogliati della dignità oltreché della bellezza, uno sfregio irremediabile alla nostra umanità, un dolore intollerabile che il correre degli anni, dei decenni, non cancella, è accaduto il peggio che la nostra storia di uomini potesse produrre, ogni orrore successivo si misurerà col metro della follia nazista: il fondo ardente dell’inferno che neanche Dante sarebbe riuscito a immaginare, lo sfintere di Satana.

il monumento osceno

Tocca tornare sul tema del giorno, l’osceno monumento all’insensatezza che si mostra ogni giorno con facce poco diverse, le conosciamo tutti, sono le facce dell’orrore della guerra e il correlato che gli va dietro, il guerriero americano non è diverso da quelli che lo hanno preceduto nell’esercizio della professione di uccidere e stanare il nemico e catturarlo e torturarlo per averne le informazioni necessarie all’intelligence, se ne discute giusto per distinguere l’augusto principio del ‘soldato di una democrazia’, qualificazione che non funziona, a quanto pare, non ha funzionato nelle selve del Vietnam contro i comunisti, non funziona nel deserto irakeno contro il nemico islamico, chi la richiama nasconde dietro un dito penoso la sua nudità di servo, il re è nudo, la statua della libertà è stata impietosamente denudata, oggi l’America è uguale a tutti i sopraffattori che si sono inventati una guerra per le ragioni più abbiette, quella irakena è stata preceduta dalle bugie dei governi americano e inglese sulle armi di distruzione di massa e sul legame – inesistente- tra Saddam e Osama, balle spaziali che dovrebbero costare il posto a chi le ha pronunciate urbi et orbi chiamando alleati alla crociata, non basta, la cosa più tragica, l’oscenità del monumento anglo-americano in Irak è nella continuazione della guerra, nella sconfitta cocente che si mostra nei titoli di prima pagina dei giornali, la gogna mediatica, la chiamano quelli de ‘il Foglio’, hanno ragione, se la meritano tutta, dovevano vincere la guerra in un ‘fiat’ e imporre la pacificazione di un protettorato (lasciamo perdere l’imposizione della democrazia, quella è davvero un’altra cosa, un processo, lungo, complesso, tutto interno ai pesi e alle dinamiche relative delle etnie e fazioni irakene), non ci sono riusciti, la guerra è perduta, si muore e si morirà in Iraq come in Vietnam, la lotta al terrorismo non si vince con una guerra tradizionale in un luogo inventato dai furbi strateghi del Pentagono, occorre un pensiero strategico di lungo periodo e molto più lavoro tra le diplomazie e uscire al più presto dal pantano irakeno a costo di pagare lo scotto del disonore, più di così, d’altronde, ditemi voi…

sex and drug and rock and roll

Il dialogo post prandium evoca l’immagine di una persona che ha vissuto tanto tempo fa, almeno venticinque anni fa, forse più, di lui si ricorda una cosa sola che lo condanna, ne definisce un’identità negativa senza possibilità di appello: beveva. All’epoca era una parola cannibale, si mangiava le persone, altro che adesso, la discoteca, qualche bicchierino di troppo confinato nell’angolo del week end. Allora si cominciava la mattina e si finiva la sera e chi lo incontrava fuori dell’osteria faticava a tollerare le zaffate vinose che gli uscivano di bocca e quei suoi dialoghi impastati, quei concetti lenti, sibilati, avvolgenti, malati che interpretavano il mondo alla luce della divinità etilica che in un tempo troppo lontano si meritò nomea divina: Dioniso, dio del vino e dell’orgia, della liberazione degli istinti primigeni, fiero nume opposto alla razionalità di Minerva, dea della spada e della sapienza, sex and drug and rock and roll, avrebbero cantato qualche secolo più tardi, tutto banalizzando del soma, la sostanza che conferiva potere a chi era prossimo alla divinità.Eppure quel tale è stato padre di famiglia, ha dato seme a una donna che gli ha generato quattro figli, ha intrattenuto relazioni sociali appaganti, nei momenti di lucidità, ha lavorato, poco, è vero, io lo ricordo parcheggiato nel limbo della disoccupazione cronica, le poche volte che lo incontravo mi intimidiva la sua aggressività verbale, lo reputavo persona intelligente, Ginsberg scriveva, a un dipresso in quegli anni, ‘ho visto le più belle menti della mia generazione sconfitte dall’alcool e dalla droga’, un’identità di uomo non dovrebbe ridursi all’abisso della sua abiezione, dovremmo sforzarci di ricordare le tenerezze di cui è stato capace, le generosità, il desiderio di riscatto che certo gli si è offerto, ma ne è uscito sconfitto, la morte per cirrosi fu l’apoteosi del suo vizio, si vive e si muore dentro all’aura positiva o negativa che connota le nostre vite, oggi è prossima a morte sua moglie, mia zia, per questo ne parliamo, lo ricordiamo, era mio zio, beveva, chissà che cosa vuol dire.