Archivio mensile:aprile 2004

penso positivo

Mi capita di pensare positivo ultimamente. Ho occhieggiato un titolo di giornale, passando davanti a un edicola, diceva di 5 abusivi pizzicati in flagranza di esercizio abusivo della professione, non so di chi e di cosa si trattasse, non é importante, importante è il pensiero tangenziale che ne è scaturito, la metafora che si è dipinta nella mia mente. Ho immaginato la realtà di noi cittadini, il nostro vivere associato come il crescere rigoglioso di una selva: alberi di alto fusto dalle larghe chiome, alberi più piccoli che riescono a vivere grazie all’ombra degli altri, liane parassite che discendono fino a terra, arbusti, grovigli di rovi che danno nascondiglio a una fauna di roditori, cercate voi di immaginare chi delle nostre imprese, del nostro prossimo che lavora e produce possa equipararsi all’alto albero, al medio, alla liana, all’arbusto, alla tribù dei roditori nascosti. Il pensiero positivo diceva che le leggi regolatrici del nostro vivere civile sono come quei tali che, vivendo ai margini della selva primaria, ne arginano la crescita impetuosa, definiscono i confini della sua crescita, selezionano le specie dimodoché sia salvaguardata la biodiversità. L’uomo e il suo raziocinio governano l’insieme dei fenomeni, così è stato per le antiche città che hanno definito un loro impero e una civiltà, così è oggi. Abbiamo bisogno di regole, la nostra selva sociale è in salute, cresce rigogliosa, ma rischierebbe l’anarchia e la sopraffazione di una specie sull’altra se venissero meno le regole e il sistema di controlli e intervento punitivo quando si rende necessario. Un pensiero laterale, il mio, di positivo c’era che mi ha incuriosito il chi è di coloro che erano incorsi nella sanzione, così ho comprato il giornale e ho letto la loro storia, cinque storie tra tante, un’altra, quella dei titoli principali, racconta dei tre ostaggi in mano agli iracheni ‘resistenti’ o ‘terroristi’, secondo l’interpretazione e la scuola di pensiero cui si appartiene, non avrebbero dovuto lasciarsi attrarre dallo specchietto delle allodole di un facile guadagno che implicava il rischio di uccidere e farsi uccidere, migliaia di persone li rivogliono a casa, va bene, ma che non si ripeta più, mi dico, ci serva di lezione, serva di lezione a tutti coloro che, noncuranti dell’armonica crescita dell’insieme, badano solo al loro particolare, al loro interesse privato. Non si mobilita un paese e le coscienze di un popolo impunemente.

i padri e i nonni

Il dibattito é su toni alti, concitato, c’é chi si spinge a dire che sbagliamo tutti, non capiamo quello che stiamo vivendo, qui é una guerra mondiale contro il terrorismo, guai a cedere, che mondo sarebbe, che mondo era quello dei padri e dei nonni, usi obbedir tacendo e tacendo morir? Morirono a milioni, sui fronti delle battaglie più folli, europei contro europei oggi si direbbe e poi quella cosa spaventosa, l’Olocausto, i forni crematori, da che cervello putrefatto ha potuto uscire, chissà cosa ne avrebbe scritto Giuliano Ferrara se avesse vissuto quella parte di storia, da che parte si sarebbe schierato, se avrebbe invocato il silenzio stampa (non ce n’era bisogno), la potenza dell’agire politico, non disturbate il conducente. Quelli de ‘il Foglio’ ne hanno fatto una campagna disperata: vorrebbero che lo ‘strapotere mediatico’ si zittisse sull’Iraq e dovunque gli americani e i loro alleati combattono le loro pasticciate ‘guerre preventive’, il silenzio, capite? proprio loro che sono nati e cresciuti all’ombra del padrone delle televisioni che tutto mostrano, di tutto sbraitano, che giravolte, che salti della quaglia!Non c’é più religione, santo cielo, é ben vero: le religioni sono l’una armata contro l’altra, ma no, sono gli uomini irrigiditi nei falsi dogmi che lo sono, gli integralisti dell’una e dell’altra sponda e tra quelli ci sono i Bush, i Blair, i Berlusconi e il codazzo dei servi sciocchi che li osannano e ne supportano le scelte malate con ridicoli evviva. Va bene la fermezza, una fermezza pacata, il terrorismo é ragionevolmente respinto nei nostri cuori e nelle menti, le polizie indaghino, i servizi segreti facciano il dover loro, le democrazie restino blindate finché dura questa guerra, ma l’Iraq c’entrava come i cavoli a merenda, le armi di distruzione di massa erano un’invenzione della Cia, Cheney e Bush hanno voluto questa follia e non sanno più come fermare i diavoli che hanno scatenato, é giusto dirlo a gran voce che hanno sbagliato, che devono mettere il coperchio al vaso di Pandora iracheno senza più uccidere civili innocenti, altro che le coglionate de: ‘zitti! il nemico vi ascolta’ di quelli de ‘il Foglio’.

l’arte del possibile

A che punto siamo dello psicodramma? Ah si! siamo al video che mostra i tre prigionieri italiani in mano alle brigate verdi (cambieranno di nome a quelle padane, dopo questi tragici eventi?) mentre mangiano e uno di loro ripete a comando le frasi dettate dai carcerieri. Ma la faremo perdavvero quella manifestazione che salverebbe le tre vite? Forse. La politica, si dice, é l’arte del possibile, intanto ci ha pensato il sindaco di un paesino dove ha famiglia uno degli ostaggi a dare il ‘la’ al canto di pace avverso a chi ci governa; qualcuno lo dice canto di morte, morte della politica, della democrazia forte delle sue libertà e istituzioni, ma tre vite sono tre vite e la loro sorte commuove il popolo tutto, quello delle televisioni e quello delle piazze dove sono risuonati fino a ieri gli slogans -autonomi da ogni imbeccata- che dovrebbero risuonare nuovamente in quella a comando, quella organizzata dai terroristi assassini. Sarà interessante vedere chi c’é e con quali sottili distinguo quei tali proveranno a salvare le apparenze e la sostanza delle cose. Una manifestazione che non s’ha da fare, a detta dei ‘bravi’ nostrani, si farà, invece, forse, chissà, non so, non ho visto, se c’ero dormivo. In Giappone molti manifestanti hanno accolto i loro ostaggi (liberati con molto esborso di denaro e capriole diplomatiche uguali alle nostre) mostrando cartelli con su scritto ‘vergogna’, ‘le vostre scelte private hanno danneggiato il nostro paese, il governo e il popolo tutto’. Per gli ostaggi liberati é stato un trauma peggiore dell’arresto e della detenzione, succederà anche da noi? Credo di no, qui da noi vige un diverso senso del cosidetto ‘civismo’, si tira a campare e il perdono non si nega neanche ai serial killers che, anzi, vengono intervistati dai conduttori televisivi nelle ore di massimo ascolto, comprese donne e bambini. Siamo uno strano paese di guerrieri dichiarati e immaginari. Imponiamo la pace con la guerra degli altri, ma ci diciamo diversi, come si diceva nella Grecia occupata dei nostri fascisti che si facevano benvolere. Qualcuno lo chiama trasformismo, brutta parola, altri dicono che ci piace piacere, siamo un popolo di seduttori nati, guardate il nostro presidente del consiglio; forse dovremmo guardare di più agli esiti nefasti delle scelte politiche dei seduttori (lo era anche il cavalier Benito) che alla nomea fragile che ci lasciamo alle spalle dopo le occupazioni.

voi che potete

Si comincia col dimenticare un numero della sequenza, poi due, poi tutto si imbroglia, non c’é possibilità di tornare indietro, di fare leva sulla memoria, tutto é perduto, dalla rubrica quel numero era stato cancellato mesi fa sotto l’urto di quel dolore intollerabile che ti oscura gli occhi, ti dici poco male, una dipendenza che finisce, ma con essa é finito anche quella cosa speciale che dava senso e gusto alle cose, ogni cosa che si faceva. Sto parlando d’amore? O di quel disturbo compulsivo-ossessivo del comportamento per il quale un pensiero fisso ruota lungo le sue orbite, cieli stellati, mondi, figurazioni d’eterno, ‘il dolce viso ch’é specchio d’ogne luce’ come stella fissa, dispensatrice del calore necessario alla vita? Beh, non c’é più, tutto é spento, finito l’universo rotante dei mondi, gli acini d’uva rigonfi dei suoi seni, la bocca che cerca instancabile l’altra bocca, il mugolio dei pensieri estatici, lei é morta, son morto io, di qualcosa si deve pur morire, che volete che siano un uomo e una donna e il loro cercarsi, trovarsi, stringersi, amarsi come tutti e nessuno? Gli amori sono mille, milioni, ognuno diverso, ognuno nuovo e antico, io vi guardo amarvi, guardo i vostri baci pubblici, nelle piazze di questa città d’incanti, negli autobus, dentro i locali, non provo invidia, mi limito a guardarvi e cerco di capire chi é che guarda, chi sono, se sono ancora, se non é un altro, se non sto vivendo la vita di un altro, voi che potete, che ancora lo cercate speranzosi, ditemi che cosa vi muove, che cosa significa quella cosa che cerchiamo affannosamente ogni giorno che Dio manda in terra, quella cosa che ricordo così limpidamente in queste calde giornate di una primavera lontana, é accaduto, abbiamo vissuto la gioia estatica che milioni di altri esseri ci invidiano, dovrebbe bastare a riempire il vuoto che verrà, non basta, ma forse basterà invocarlo di notte e di giorno come una preghiera silente rivolta al Dio degli amanti che si sono perduti e ancora si cercano: ‘ritorna spesso e prendimi o sensazione amata, ritorna spesso e prendimi, la notte, poiché le labbra e la pelle trasalgono…’.

viaggio in India (6)

viaggio in India (6)L’immagine di ieri al tramonto é la stessa all’alba: sari colorati stesi sulla spiaggia al primo sole perché asciughino in fretta. Hanno visi strani le persone che si alzano presto e vanno a camminare sulla spiaggia, si direbbe che abbiano appena confessato pene segrete al mare che si muove piano sulla battigia ad onta del vento forte di bassa quota gonfio di umidità. Una colazione miserella in un ristorante dove fumano e subito via verso Chidambaram, capitale dell’impero dei Chola. E’ un pellegrinaggio tra templi, architetture ed epoche storiche diverse questo mio viaggio, l’India moderna é in controluce, scorre dietro i finestrini, le sue figure sono comparse di un film storico che si gira in città davvero poco diverse per struttura urbanistica e popolazione residente da quello che erano sette secoli fa, quando fu eretto il complesso templare più antico dell’India meridionale, 13 ettari di superficie, sale con centinaia di pilastri scolpiti colle figurazioni divine e gli animali-veicolo, quattro gopuram, due dei quali scolpiti colle 108 posizioni di Shiva nella sua danza cosmica che ha dato figura ai mondi. Bisogna immaginarle in movimento simultaneo quelle figure, incastrate una sull’altra nel groviglio serpentiforme che scioglieva ad ogni nuovo movimento di danza, sciogliere il caos dei mondi in formazione é impresa titanica, ma la danza, arte divina, può governare il sibilo delle galassie che si espandono ruotando e riempiono il vuoto del nulla primigenio. Shiva, ad onta dello sforzo, ha un sorriso fermo, dolcissimo, amorevole, é l’amore che guida la danza, dopo la Creazione sarà un grosso lingam nero -il fallo sacro- a simboleggiare la presenza del dio nei luoghi a lui dedicati. Ho fatto una deviazione verso Auroville, prima di arrivare a Chidambaram, volevo vedere quella strana cosa utopica che é la città di Aurobindo, il fondatore. Non so chi fosse, in realtà; nella mia mente il suo nome si confonde con quello di Osho e Sai Baba, leaders spirituali di un’ India che esporta questa merce strana dai tempi dei tempi, schiere di viaggiatori si sono messi in viaggio per riempire i vuoti delle loro vite di ‘meditazioni’ parola per me vuota di senso, non so meditare, i miei pensieri fluiscono anarchici, divagano, si accentrano nei lobi temporali di pertinenza e partono all’indirizzo di ciò che é, esiste, agisce e si rappresenta nell’occhio dove si raccoglie tutta la luce del mondo. Ho natura e cultura individualista, non so piegarmi a logiche, utopie comunitarie come quella che ha portato alla creazione di Auroville. La mia guida dice che la cittadina fu concepita come un’esperienza di convivenza internazionale, un luogo dove vivere in pace, che bello, la maggior parte della gente abborre la guerra, un luogo di armonia che coniugava tutti i diversi credo, pensiero politico e nazionalità. I nomi degli insediamenti sono Certitude (sport), Discipline (agricoltura), Fertile, Nine Palms, Meadow (rimboschimento); Fraternity é una comunità di artigiani di diverse nazionalità che lavora in stretta collaborazione con i villaggi tamil, Aspiration un centro sanitario. Nel febbraio “68, nel corso di una suggestiva cerimonia, i rappresentanti di 121 stati versarono in un urna la terra dei loro paesi per simboleggiare l’unione internazionale. Alla morte del capo carismatico della comunità, una donna chiamata The Mother, la comunità é entrata in crisi, le relazioni internazionali si sono impastate, i governanti indiani si sono sovrapposti agli organismi di gestione autonoma della cittadina, l’hanno nazionalizzata, l’utopia di governo della città internazionale é entrata in crisi, gravi conflitti hanno opposto le diverse fazioni, la pace é sogno davvero difficile da realizzare, anche nelle città che l’hanno assunta a fondamento comunitario. Oggi un equilibrio precario sostiene la comunità, ma resta un luogo dove vivere é bello, finché dura… (segue)

l’amore che si rappresenta

E’ un popolo quello che si raccoglie nelle milonghe cittadine, generalmente palestre di scuole e androni di antichi palazzi dalle cui finestre si osserva il distendersi dei tetti della città, i campanili, le cupole. Il popolo del tango ha molte età, schiera le diverse generazioni a difesa di una tradizione, un modo di allacciarsi a danza che rappresenta l’andare, il semplice andare di coloro che attraversano i luoghi del mondo e i suoi/nostri sogni. Nel tango argentino si cammina appaiati, in avanti, all’indietro, di lato, scarti improvvisi, ricerca di un baricentro pericolosamente in bilico, ma poi subito il lancio del passo nuovo, uno dietro l’altro, una giravolta, un gancio, una parada e la mimesi dello strusciare delle serpi, gli scuotimenti e gli intrecci dei loro coiti lenti, elaborati, l’abbraccio rinnovato con mani leggere, ancora nuovi passi, giri eseguiti con accortezza ed eleganza che é modo dell’attenzione, stile, pensiero della seduzione, fraseggio felice, sospensione e ritorno al canto comune dell’amore sempre evocato ma tenuto a bada, rappresentato, stilizzato, esorcismo dell’altro, quello vero che ferisce, tradisce, viene a mancare, uccide a volte, annichila. La caminada é metafora del vivere, dell’andare, a volte avanti, più spesso indietro, é il procedere del gambero che deve esserci lontano parente se ha coniato quel modo di muoversi prudente, incerto, sospettoso, apparentemente stupido. Si rincula per nuovamente avanzare, succede anche sui campi di battaglia, il nemico si distrae, lo si inganna con una finta ritirata, ma poi ecco la corsa rinnovata della fanteria, le grida dell’eccitazione guerriera, lo sfondamento al centro dello schieramento avversario, la strage, la vittoria. Il mio amico Mario dice che il tango é binario, terrestre, lui ne sa di musica, é un giovane direttore d’orchestra, mentre parla lo guardo negli occhi, occhi scuri, mediterranei, eloquio elegante, distaccato, professorale. Anche lui é un tanghéro, accento tonico sulla e, é importante precisarlo, sta scrivendo dei tanghi, gli cerco negli occhi la fiamma dell’ispirazione, la febbre e lo struggimento di quella musica avvolgente, ma é persona serena, i suoi tanghi suoneranno leggeri, lievi, credo, ad onta del loro essere terrestri. L’andamento binario imita il nostro andare, pausato, accelerato secondo le necessità e i bisogni, il valzer, invece, é ternario, movimento di tre passi in avvitamento, giro perpetuo che simula l’involo, é girando che siamo riusciti a conquistare l’aria: il girare vorticoso delle eliche che si avvitano tra gli atomi dell’aria, così i corpi dei walsers, illusi di ascendere, felici della loro illusione. Venezia é stranamente deserta stasera, dalla porta aperta del bar si vedono i rari passanti affrettare il passo sotto alle gocce di pioggia che scendono più fitte men fitte, é una primavera piovosa, fredda, la mia compagna di tango mastica piano la sua piadina farcita di prosciutto e verdure, un languore dell’essere accende i miei occhi, ho ballato con lei tutta la sera, l’ascolto parlare di amici comuni, di allegrie trascorse, di equivoci risolti in risa, di impegni di lavoro, la vita é questa, loro sono i dialoghi leggeri di una commedia che si recita qui e ora, in questo scorcio di nuovo millennio confuso, domani é un altro giorno…

morire da italiani

La frase é stata detta, é registrata su video, é un fatto e si discute, morire da italiano dovrebbe fare la differenza dal morire da americano, iracheno, israeliano, palestinese? E averlo detto nel momento supremo, provando a gettar via la kefiah che nasconde agli occhi spaventati la mano assassina, é da eroe? Morire é un’angoscia profonda, l’abisso del buio, l’improvviso, acutissimo dolore che spalanca le porte del mondo dei morti che ci impaura, l’Ade delle ombre silenti, il gemito della non vita dove Achille, l’impavido l’eroe, dice a Ulisse che é meglio trascinare una vita di stenti nel fulgore della luce che aggirarsi colà in un eterno sussurro di apparenze dubitose. Morire da italiani davvero non fa la differenza, non l’ha fatta a Cefalonia coi tedeschi assassini che presentivano la sconfitta, non la fa in Iraq per mano di nazionalisti islamici esasperati per l’occupazione americana e alleata. Ma Quattrocchi ha sollevato il velo della storia con quella sua frase che esorcizzava lo spavento del morire, ci ha ricordato l’inadeguatezza nostra di guerrieri, la batosta della campagna di Grecia, il disprezzo dei soldati teutoni intervenuti a salvarci, dobbiamo andare più in là nel tempo per ritrovare le canzoni felici della patria in armi e degli eroici fanti: la linea del Piave, Vittorio Veneto, la truppe austriache che risalivano umiliate quei passi montani che avevano varcato con iattanza di vincitori. Morire da ostaggio inerme é il peggiore degli eventi che possano capitare a nato da ventre di donna: non c’é senso del morire che ci conforti in quei frangenti semmai un senso si sia dato; chi per la patria muor vissuto é assai si diceva, ma Quattrocchi non era laggiù per un’idea di patria, bensì per la pagnotta, un ingaggio ben retribuito che avrebbe consentito il matrimonio e la casetta in campagna, é morto da italiano, é un pleonasmo, un esorcismo per il povero Quattrocchi, l’improvvisa folgorazione di una mancanza di senso di quella sua vita che un assassino stava per spegnere, poi la caduta in avanti, il rantolo sul limitare della fossa che gli avevano scavato.

i culi di sacco del mondo

Una mia amica mi ha chiesto se mi sembrava leggittimo che i genitori degli ostaggi in mano ai terroristi sciiti si facessero megafono doloroso delle richieste dei rapitori di ritiro delle nostre forze, l’idea di fondo era che se la sono andata a cercare, che chi fa un certo lavoro e va a ficcarsi volontariamente nei culi di sacco del mondo non ha diritto di condizionare le scelte politiche del governo di una nazione, la considerazione ha un fondamento, anche di un free climber si sa che ha scelto lo sport più a rischio di tutti, salire a mani nude su una parete ripidissima, le ho risposto che l’umana pietà tutto permea, siamo compassionevoli di ogni destino, il nostro e l’altrui, quanto al ritiro delle truppe: che lo chiedano i genitori degli ostaggi é comprensibile, il diktat degli assassini pende sulle teste dei prigionieri, che sia realistico é questione che attiene alla forza dei fatti, alla durezza di certe scorze che lo avvolgono, non ci ritireremo ripetono gli uomini del governo, moriranno uno a uno mandano a dire gli assassini, così sarà di là da noi, delle nostre attese pietose, la democrazia é una convenzione a escludere, esclude dalle scelte concrete i cittadini dopo che hanno votato una coalizione vincente, a me pare un sistema di governo deficitario ma non ne abbiamo inventati di migliori e tocca tenercela, quanto a esportarla altrove sarebbe meglio saper predire quanti morti e lacrime e sangue costerà l’operazione, questa dell’Iraq ha avuto un costo altissimo e altri costi si daranno in futuro, il mondo degli uomini é soggetto alle leggi dell’entropia, si procede per progressivi disordini, l’Ordine é utopia proiettata nei secoli futuri, molte disuguglianze dovranno appianarsi, le folli ricchezze in mano ai pochissimi dovranno giustificarsi col conto dei morti di Aids in Africa, colla fame e le carestie, vecchie questioni che da noi hanno alimentato le rivoluzioni sociali e oggi l’assedio degli immigrati clandestini che vogliono nutrirsi delle briciole del banchetto occidentale, tutto si tiene, dall’Iraq al resto del mondo il percorso é circolare, a spirale, porta al cuore del problema: le catene da perdere dei miliardi di proletari del mondo, riusciremo noi eroi del postmoderno a giustificare le insensatezze del nostro vivere agli occhi dei posteri? Ogni tempo ha le tragedie che gli appartengono, le nostre non sembrano minori di quelle dei progenitori lontani e lontanissimi, per certi aspetti vien da dire che si stava meglio quando si stava peggio.

aprrendisti stregoni

I fatti, i crudi, maledetti fatti accadono, contro tutti noi che ne vorremmo vivere altri, vorremmo dare un corso diverso alla storia. Ecco, origina da qui la tragedia nostra di uomini, dalla impossibilità a determinare la nostra e l’altrui storia e un bel mattino ci ritroviamo ad ascoltare con la testa fra le mani il resoconto di un assassinio efferato accaduto nelle antiche terre della Mesopotamia, oggi Iraq: un uomo è morto ammazzato, uno tra tanti, ucciso nel modo odioso che appartiene alla tragedia irresolvibile alla quale qualcuno, un dissennato di là dell’Atlantico, ha dato origine, ignorante della lezione che ci viene dalla storia dei padri: non evocate i demoni della guerra perché per loro natura si sottraggono al nostro volere di apprendisti stregoni. E’ stato ucciso uno degli ostaggi italiani catturati dai terroristi sciiti iracheni, ucciso barbaramente mentre da noi la canea politica discettava di fermezza e di istituzioni democratiche che non si piegano, le ha piegate l’evidenza di quella morte e l’annuncio delle altre che seguiranno inevitabilmente perché i nostri soldati non si ritireranno, non accadrà nulla di buono in quel paese e in questo finché le menti di chi ci governa resteranno chiuse all’evidenza di una sconfitta. La tragedia annunciata dell’Iraq ha dispiegato le sue grandi ali di morte e volteggia sinistramente sopra le nostre teste, ma nelle terre ad occidente si ascolta solo il noioso chiacchiericcio di gente vacua nei salotti televisivi.

siamo tutti ‘minchioni’

Così la pensano gli allegri avanguardisti che scrivono su ‘il Foglio’, il giornale nato in era berlusconiana per arginare lo ‘strapotere mediatico’ che avverserebbe il loro patron, il molto onorevole pres. del cons. cav. Silvio Berlusconi, proprietario di tre reti televisive nazionali e ‘azionista di riferimento’ delle rimanenti tre nonché proprietario di giornali e riviste in proprio e foraggiatore generoso di altri fogli ‘indipendenti’ in campagna elettorale.Come i ragazzi di G. Ferrara riescano a scovare certe tesi arditissime non so, forse ci pensano incessantemente la notte o ne discutono animosamente nei ‘briefings’ fumosi del pomeriggio in redazione. L’intelligenza umana per certi suoi aspetti dà i brividi perché tutt’intorno alle cime più alte che raggiunge si aprono i baratri di vertiginose cadute. Ma ecco la ‘cima’ che viene descritta in un articolo di oggi: si imputa allo strapotere mediatico internazionale il condizionamento delle politiche dei governi, nella fattispecie del governo americano e dei suoi alleati che hanno appoggiato e cogestito la guerra in Iraq. Saremmo ‘minchioni’, noi dello strapotere mediatico, perché siamo contro la Storia e la cronografia nel nostro sostenere che la guerra in Iraq é stata un errore, peggio: un’autentica coglionata nata nel cranio di qualche brain stormer dello staff presidenziale di Bush e da questi assunta a sua politica, ma poi divenuta l’evidenza tragica di oggi con lo stillicidio quotidiano dei morti, i feriti, e i civili rapiti come ostaggi. La Storia sono loro, evidentemente, é la redazione degli avanguardisti, é la somma delle loro intelligenze brillanti che ritiene leggittima ogni guerra preventiva e le politiche di potenza, indipendentemente dagli esiti che ottengono, dalle premesse vergognose e bugiarde da cui si muovono e dagli inevitabili esiti a cui sono destinate. Perchè, secondo Ferrara e compagnia, se lo strapotere mediatico pacifista e ‘minchione’ tacesse, tutto andrebbe per il meglio, i morti sarebbero morti, certo, i feriti feriti, gli ostaggi ostaggi, ma non se ne parlerebbe, il governo americano veleggierebbe a gonfie vele nei sondaggi e le politiche di potenza continuerebbero a fare il loro storico dovere di dare indirizzo al mondo. Forse non stabilità, buongoverno ai sottoposti, autentiche garanzie democratiche, ma via! che sottigliezze da strapotere mediatico! che ridicoli distinguo, che negatività! Non parlare al conducente é il motto di Ferrara e compagni, zitti il nemico ci ascolta, la guerra lasciatela fare a chi la sa fare e occupatevi d’altro. Noi minchioni ‘obbediamo’, cari Ferrara e compagni, usi come siamo a ‘obbedir tacendo e tacendo morir.’