Archivio mensile:marzo 2004

un monumento all’insensatezza

Sta diventando un monumento all’insensatezza questo stillicidio di morti, di attentati quotidiani, poliziotti iracheni e militari occidentali accomunati nella resistenza all’invasore, all’infedele, chi saranno mai gli assassini, chiamarli resistenti é sbagliato dicono gli editorialisti moderati, andrà bene ‘combattenti per la causa di un Iraq libero dagli occupanti’? Se non é zuppa é pan bagnato diceva il senso comune d’antan, restare in quella trappola mortale, nell’Iraq che non accetta la democrazia occidentale e che tira giù i cadaveri carbonizzati dalle camionette in fiamme per farne scempio, significa iscrivere altri morti futuri nel registro degli annunciati, gli insensati al governo che quella guerra hanno voluto contro tutti tengono duro, dicono ‘se ce ne andiamo il paese sarà in preda al caos’, non sembra che, presenti i nostri soldati, sia un caos migliore, forse solo un po’ più controllato:solo tre morti al giorno di media comprese le domeniche e i ramadan comandati. Anche del Vietnam prima della vergognosa ritirata dei valenti boys di Apocalypse now si diceva che sarebbe stato un caos, il peggiore, quello del comunismo; a leggere i reportages di Rumiz di oggi sembra un paradiso dimentico del suo tremendo passato di orrore e guerra, come la mettiamo? Sull’Iraq dei morti, un mostruoso monumento all’insensatezza collettiva occidentale, Bush jr. fonda la sua rielezione, la sua gente sembra aver accettato la logica dei morti un tanto al dì, questa é l’America diceva uno scrittore di laggiù, imporre la democrazia ha un costo davvero enorme, ne vale la pena?

viaggio in India (4)

Kanchipuram é la città dei mille templi, lo era, oggi ne restano poco più di cento e degni di attenzione ancora meno, il tempo é tiranno, distrugge e cancella le vestigia e le storie ad esse avviticchiate, oggi ci sono più case che templi ma l’impero religioso non é minore, solo più discreto, rispettoso delle vite miserabili come lo era in antico, ancora é servito un pasto rituale all’interno dei templi, un pugno di riso, la carità produce chissà come il cibo delle divinità, a servirlo sono i bramini sotto a un colonnato: impartiscono imperiosi l’ordine di mettersi in fila e attendere il proprio turno, una contadina mi avvicina e mi mostra il suo cibo fumante, fa cenno che ne mangi, no grazie sono un infedele, in realtà sono sazio della mia colazione un po’ più ricca della sua, rigorosamente vegetariana, speziata, il peperoncino fa miracoli in gola e nell’intestino, mi ha guarito dalla gastrite e da un fastidioso maldigola che durava da un mese. I templi dravidici sono uno stupore per gli occhi degli occidentali, bassi, ma non i gopuram, torri piramidali che si vedono di lontano, alcune fanno 69 metri di altezza, hanno una pelle fatta di statue coloratissime, divinità e umanità e animalità mescolate, commiste, copule divine colle danzatrici del tempio, un tempo si praticava la prostituzione rituale, chi se la poteva permettere suppongo, le offerte più ricche danno sempre qualche diritto in più agli offerenti generosi. Le colonne dei templi sono basse, tozze, intarsiate di danzatori cosmici e danzatrici, di dei-elefanti e avatara di Shiva, le camere templari sono avvolte nei fumi degli incensi, i bramini si avvicendano indaffarati davanti agli altari, ma hanno sempre occhi e tempo per richiamare il visitatore al dovere dell’offerta, il piccolo taglio delle banconote non basta più, l’offerta minima é cinquanta rupie, nel secondo e terzo tempio faccio cenno a chi mi avvicina di aver già dato all’ingresso, non é vero ma non é più finita con questa mungitura fastidiosa dei visitatori stranieri, tassa sulle foto e supertassa per i video, alcuni bramini o i loro emissari sono ostinati, arroganti, ti seguono e ti apostrofano e se fai lo gnorri ti invitano a uscire dal tempio come se fosse casa loro, io mi limito a ignorarli, contemplo le architetture e le sculture dando loro le spalle, dopo un po’ i cerberi si allontanano sdegnati o chiamano rinforzi, ma già sono altrove, trascorso in altra camera templare o sancta sanctorum di tempio annesso. Nei sancta sanctorum non potrebbero entrare gli infedeli, ma anche qui le ‘offerte’ producono il miracolo di un accesso di favore col di più del bramino beneficato che si tramuta in guida turistica e abbozza spiegazioni improbabili in una lingua che assomiglia solo lontanamente all’inglese. Coi fedeli il rapporto é diverso, vengono benedetti colla cenere sul capo e sulla fronte, si alzano i fumi degli incensi, si raccolgono le offerte in fiori e denaro, di tanto in tanto scoppia la musica delle trombe e dei tamburi, una buona offerta partorisce le ‘apparizioni’ divine, evento catartico, genuflessioni, folla che accorre e piega il capo, l’oppio dei popoli produce ritualità colorite, vivaci, affascinanti ma sostanzialmente uguali. La visita del terzo tempio, dedicato a Shiva-signore-dell’albero di mango, produce un senso di sazietà, un vecchio albero di mango effettivamente c’è dentro al recinto, si dice che abbia 3500 anni, un’ esagerazione, e che i suoi frutti abbiano gusti diversi secondo il ramo ‘vedico’ che li partorisce; il tempio ha cinque recinti, vi si cammina scalzi così come nelle camere templari, chissà perché il rispetto agli dei si mostra denudando i piedi, da noi usava togliere il cappello, ma le donne calzavano il velo, sono le stranezze delle culture, della storia diversa secondo le latitudini, i riti cambiano col tempo, ma alcuni no, un africano mi diceva degli islamici che si prostrano verso oriente mostrando il culo mentre loro agli dei levano i canti ritti in piedi e danzano, la differenza non é da poco, secondo che si consideri l’estetica della mistica o la sua essenza, per la quale la forma é accidente e non sostanza…..

viaggio in India (3)

Kanchipuram é ancora lontana, il traffico sull’unica strada allunga i tempi di percorrenza, dovrò rivedere il mio percorso, tagliar fuori Trichi, forse, e il suo immenso tempio dalle sette cinte di muri. Il rallentamento dà spago ai pensieri, sono rilassato, quella contadina con il figlio alla mammella é uscita di casa senza pettinarsi, ha i capelli neri come la notte, lunghi sopra le spalle, la mano del neonato li intreccia intorno alle dita e li tira a sé, la donna sembra non curarsene, guarda con desiderio il mucchio di banane verdi che una vecchia accucciata ha steso sopra un telo sudicio, la vecchia le fa cenno che si allontani, senza soldi non si compra nulla e non si mangia, la contadina si gira su se stessa, mi guarda, bussa al mio vetro, sorride pietosa e mostra il figlio e il seno acerbo, le allungo una manciata di rupie, la macchina riprende la sua corsa. Una storia e molte, ognuna degna di racconto, cono di luce dell’universo multistorie, presente e passato, forse anche il futuro é già scritto e attende di essere illuminato dalla luce in corsa del presente. Un grosso fungo di cemento incombe sopra a un gruppo di baracche, allato é un torrente che la strada in costruzione avrebbe dovuto valicare. Il grosso fungo é già sbrecciato in più punti, vento e pioggia l’hanno segnato con terra e semi negli interstizi, piante leggere con fiori azzurrini svettano all’insù e disperdono i petali maturi, é primavera, era una strada senza futuro, una prova di progresso dell’India che avanza, forse una promessa elettorale non mantenuta oppure la ribellione degli abitanti dello slum sottostante che avrebbero dovuto emigrare, costruire altrove le loro case; quel fungo e un altro cinquanta metri più avanti resteranno infissi nel terreno per anni, decenni, enormi e immobili, monumenti di un’intenzione, di un contrasto, di una carenza, paesaggio mutato che non sa mutare e l’acqua di sotto che scorre incessante, lei sì capace di erodere, scavare, conformare il paesaggio nei secoli del suo andare a rivoli com’è ora o gonfio delle prossime piogge monsoniche. Il mio autista, in una pausa per un thé e un pugno di riso, mi dirà che l’effigie elettorale che ci sovrasta é quella del primo ministro del Tamil Nadu, una donna di apparenti cinquant’anni, florida, brutta, piccola di statura. L’espressione del viso é anonima come quasi tutte quelle dei politici in lizza che si sottopongono al giudizio del popolo in ogni parte del mondo sedicente ‘democratico’, una pena personale che ripagheranno governando a modo loro, incuranti delle promesse, forse per punirci dell’ardire. ‘E’ come Saddam Hussein.’, aggiunge il mio autista sbocconcellando il suo puri, che espressione forte, una dittatrice in sari ancora non rientra nelle categorie del mio giudizio; fatico a immaginarmi le torture ordinate contro gli oppositori, i furti del denaro pubblico, l’interesse privato in atti di ufficio come raccontano i detrattori di Hussein, eppure altrove é successo, succederà, anche una donna é corrompibile, in Pachistan una donna é stata cacciata dal governo ed esiliata per questo, la politica é il luogo del possibile, lo si dice a fini elogiativi, alti, ma vale anche per il basso, per il quanto di male ci viene comminato da chi sta al potere, una iattura forse fatale, iscritta nelle nemesi della Storia che non é mai maestra di vita….

il salario della strage

Che la vita di un ragazzo di 14 anni valga l’equivalente di 18 euro può stupire soltanto le nostre pigre coscienze di occidentali che non hanno mai avuto la ventura di andare a vedere come e di cosa si vive a Gaza e dintorni. Nutriamo le nostre emozioni di fatti clamorosi e questo del misero salario di morte che é toccato a un ragazzo palestinese incaricato dell’ennesima strage annunciata ha tutti i sapori forti di cui abbiamo bisogno per emozionarci. Beh, con l’equivalente di 18 euro una famiglia di quattro anime laggiù ci campa un mese, forse più, ma il problema é un altro, é quello del senso che si dà alle vite, alla quotidianità vuota di chi é senza lavoro e trova nelle moschee dove si inneggia al martirio il senso della cultura della morte che tanto spaventa noi occidentali -salvo i depressi che sanno bene cosa significa avere il vuoto dentro, non significare più nulla per il prossimo, per chi si é amato o avremmo voluto che ci amasse. Nell’abberrante cultura della morte i proletari arabi, i manovali delle stragi, scaricano il vuoto di sé, le vane attese di futuro dei vinti soggetti al terrore di stato, dello stato di Israele che indirizza razzi mortali sulle macchine degli ‘sceicchi del terrore’, una catena di morte che non trova il suo anello debole, il punto dove spezzarsi, essere spezzata da qualcuno che sappia dire ai due popoli contrapposti che significhino le parole armistizio, pace, convivenza operosa. Non dovrebbe stupire più nessuno ormai che violenza chiami violenza, il terrore terrore. I giornalisti inviati laggiù raccontano che in Israele ormai si convive con l’idea di strage, che cosa spaventosa, eppure il sessanta per cento degli israeliani ancora si dice d’accordo colle azioni di morte di Sharon, col terrore che chiama il terrore. L’idea, forse, é che ci sia un fondo all’inferno, che lo si possa toccare un giorno o l’altro, che i terroristi siano in numero limitato e si possano uccidere tutti, prima o poi, vince chi ne elimina di più e prima dell’altro, l’ultimo sopravissuto mostrerà le dita a V e avrà intorno un immenso cimitero.Perché lo ha fatto, quel ragazzo, di mettersi intorno al petto una cintura imbottita di esplosivo, di bruciare così i suoi 14 anni? Mi viene in mente la frase di un noto filosofo dell’ottocento: ‘non avete da perdere che le vostre catene’; che cultura era quella del comunismo delle origini, di vita o di morte? Non persero le catene, ma la vita si alcuni di loro, offerta sull’altare dell’ideale maggiore: la società senza classi, la libertà dal bisogno, ma vi é anche chi ha speso parole di morte per la patria genericamente intesa, ha inneggiato da par suo alla cultura della morte; ricordate il verso ‘chi per la patria muor vissuto é assai’ di un nostro oscuro poeta? Niente é troppo nuovo sotto al sole.

fuori e dentro la comunità

E’ la colonna sonora che fa la differenza con altre mattine e altre corse: l’autobus é pieno di giovani scolare che parlano incessantemente tra di loro e con la professoressa che le accompagna, é una gita a Venezia, città d’incanti sempre rinnovati, bei visi di ragazze, future belle donne, risate, ‘piacere pesante’, dice una, é il rovesciamento ironico di una pubblicità un po’ stupida, i nostri ‘caroselli’ lontani nel tempo non erano meno sciocchi, ricordate quella del ‘e mo’ e mo’ moplen’ con la faccia stralunata di Gino Bramieri buonanima? Pochi extracomunitari questa mattina, che brutta parola, significa fuori della comunità, in realtà ci sono, sono una moltitudine, operano tra di noi, lavorano nelle nostre fabbriche, negli ospedali, assistono i nostri anziani, aprono negozi che visitiamo, importiamo il loro cibo nelle nostre case, stasera si mangia cinese domani indiano o arabo, chissà perché li indichiamo come extracomunitari, forse perché una comunità é definita da valori condivisi? Se é per questo ci ritroviamo a parlare sempre più spesso del velo delle donne islamiche; di quello delle nostre madonne (palestinesi) sugli altari e nelle effigi sacre ce ne siamo dimenticati. Pochi decenni fa il velo lo imponevamo alle nostre donne nelle chiese, donne a capo coperto ma giù il cappello degli uomini per rispetto del luogo sacro. Quanto a valori condivisi che comunità é quella che si divide tra destra e sinistra sociale e politica, l’una fazione armata contro l’altra, quelli gli alieni del libero mercato e dell’affarismo senza scrupoli -gli affaracci loro, l’interesse privato nella cosa pubblica- questi costretti a pagare le tasse in busta paga e sulla bolletta del gas domestico senza poter godere dei condoni tombali: fiscali, edilizi, contributivi? Come si vede comunità é una strana parola, così come ‘extracomunitario’. E questi irlandesi dal bel viso aperto, due coppie giovani -una con un bambino in braccio di pochi mesi che finalmente ottiene un posto a sedere ceduto da una delle ragazze ciarliere- come li definiamo? Comunitari per certo, l’Irlanda é a pieno titolo uno dei paesi membri della Cee, addirittura ne detiene la presidenza di turno. I due ragazzi biondi indossano le magliette proletarie dei mercati rionali di Londonderry, i films di Ken Loach ci hanno resi edotti del loro modo di vivere, vestire, ubriacarsi e combattere l’arroganza della ‘comunità’ protestante che sfilava (sfila ancora?) nei quartieri cattolici con le insegne dell’esercito che nel sedicesimo secolo conquistò e sottomise il popolo indomito, fiero. Hanno dei bei sorrisi questi ragazzi e ragazze irlandesi, sorrisi che si illuminano vieppiù quando sullo sfondo del ponte della libertà appare la linea d’ombra della città lagunare, le case, i campanili, le chiese. Il cicaleccio delle nostre ragazze in gita continua, assorda l’intero autobus ma trasmette energia, felicità di vivere, la professoressa comincia a dare gli ordini per l’intruppamento, gli irlandesi con bambino si apprestano a scendere, un raggio di sole colpisce il vetro di un abbaino lontano, tutta la luce del mondo sta in un occhio, chissà che luce aveva negli occhi quel ragazzo palestinese kamikaze che si apprestava a innescare una bomba prossimo ad un check-point israeliano, gli hanno dato l’equivalente di diciotto euro per la bisogna, li avrà devoluti ai fratelli superstiti, é salvo e prigioniero, le ‘comunità’ palestinese e israeliana si combattono all’ultimo morto, all’ultimo razzo e bomba kamikaze, ieri toccava agli irlandesi e ai protestanti, oggi all’Europa delle democrazie contro gli assassini di Al Qaeda, a Madrid ieri sfilavano a milioni per commemorare i morti, pioveva, ma gridavano che non era pioggia, bensì lacrime di pena…..

Dall’Iraq con amore (futuro)

C’è un punto della discussione planetaria che si è andata sviluppando dopo l’11 settembre (e la guerra in Iraq spacciata per lotta contro il terrorismo) che non viene sottolineato abbastanza dagli osservatori e notisti sui giornali e nelle tivù, eppure é centrale: quanta parte del disordine planetario indotto dall’azione militare di Bush e Blair é controllabile dai due capi di stato e dai loro fedeli alleati, quanto del loro progetto ‘pacificatore’ produce effetti visibili di pacificazione? Insomma, avremo democrazia in Iraq in tempi ragionevoli e concreti benefici sui piani intersecanti della lotta globale al terrorismo? La risposta, ahinoi, é negativa, nessuna garanzia si dà di futuri rendimenti nel futuro prossimo, come si postilla in calce agli investimenti finanziari e la ragione é che un effetto caotico governa gli accadimenti umani, tutti, senza eccezione, per il quale non siamo in grado di prevedere quali inneschi di miccie future si inseriscono ogniqualvolta si decide un’azione, di guerra in questo caso. In Iraq si pretende di ricondurre a ragione neocostituzionale le diverse fazioni etniche e religiose che si fronteggiano armate, sciiti e sunniti, seguaci del defunto partito Baath e curdi al nord, una scommessa di difficile predizione, perlintanto assistiamo ad attentati a raffica e stilicidio di morti ammazzati, dobbiamo per questo fermarci, rientrare, lasciare andare al loro destino gli iracheni o pagare i prezzi -altissimi- dell’imposizione della democrazia che si é voluta in luoghi storicamente refrattari a questo genere di governo del consenso? Non c’é un torto e una ragione, se non nella clamorosa bugia di Blair e Bush di spacciare un intervento militare in area geostrategica (petrolio e altro) come intervento antiterroristico; non esistevano le armi di distruzione di massa e Al Qaeda non c’entrava nulla con Saddam, adesso c’entra come effetto di ritorno, chiamata alle armi di invasati contro l’invasore occidentale, contro l’infedele di sempre che pretende di irregimentare i fieri popoli arabi. Si stava meglio quando si stava peggio, vien da dire; sono davvero deboli le ragioni di coloro che pretendono legittimo l’intervento perché Saddam era un crudelissimo despota; cento dispotismi sono in essere ovunque nel pianeta, dalla Cina alla Russia che pretende la sudditanza dei ceceni, da dove cominciamo? e siamo disposti a pagare i prezzi del disordine che si va a scatenare ogniqualvolta si va a destabilizzare un precario ordine, sia pure condito di ingiustizia e crudeltà? Vaste programme, disse sarcasticamente De Gaulle a proposito di un intervento umanitario che si proponeva di sanare una vistosa contraddizione politica; vasto programma veramente quello di imporre le democrazie ovunque nel mondo e impedire, manu militari, le ingiustizie e le sopraffazioni….

Osama e i deliri

Sono in affanno, in grave affanno, solo così mi viene da giustificare il delirio di coloro che scrivono su commissione della destra al governo che avrebbe vinto Osama nel voto di Madrid e non, invece, l’indignazione popolare contro le bugie di Aznar e compagnia avvilente che ha usato -con spaventoso cinismo- della clava terroristica per aggiudicarsi un risultato che appariva incerto. Le direttive di Ana de Palacio agli ambasciatori di indicare l’Eta quale unica responsabile della strage sono la prova provata della qualità umana e morale di quella classe dirigente che domenica é naufragata miseramente con tutto il carico di responsabilità negative in politica estera che trasportava. Non sorprende che i loro emuli italiani, Berlusconi in testa, siano entrati in coma diabetico e diano fuori di testa del pari.Che Renato Farina e gli allegri suoi compagni di cordata de ‘il Giornale’ scrivano borders line non é una novità, ieri hanno valicato le colonne d’Ercole dello spirito di servizio per intraprendere un viaggio nella follia, nel mare aperto di ciò che ‘non sta nel cielo e nella terra’, ma echi di quelle loro farneticazioni si leggono anche nel Corriere e questo davvero fa cadere le braccia, cui prodest?E’ vero il contrario di quello che scrivono Farina e Panebianco: le reazioni popolari a un’aggressione stragista sono di compattamento del corpo elettorale, l’emotività gioca sempre a favore della linea della fermezza, Bush e i suoi malati consensi in patria l’hanno mostrato ripetutamente e così sarebbe successo in Spagna se un delirio cinico e l’angoscia di perdere il potere non avessero spinto Aznar e soci spaventosi a usare dei morti per uso interno: gli dei accecano chi vuol perdere.Ha vinto la democrazia, l’intelligenza di chi si é indignato della manipolazione spudorata degli eventi, é suonata una campana a morto per chi ha fatto uso a man bassa della menzogna nella vita politica, ecco perchè non ci stanno più con la testa: é successo ad Aznar, succederà anche a loro, ai professionisti della menzogna, ai manipolatori della democrazia.

viaggio in India (2)

Kanchipuram 13/02/04La strada si fa nastro d’asfalto vuoto appena fuori della città, niente più case, solo capanne di fango secco sparse nella campagna a perdita d’occhio e villaggi di catapecchie, di tanto in tanto, tagliati in due. La campagna é verdissima; dispersa nel verde la miseria dell’India é dignitosa fatica di vivere di contadini che adunano i covoni sulla strada perché i camion ci passino sopra e liberino i chicchi schiacciati dalle ruote. L’India rurale e dei villaggi riversa le sue storie sulla strada, la visibilità é garanzia di identità collettiva, certificazione di esistenza in vita, sulla strada vivono le donne, i bambini e i vecchi che mostrano i tendini dell’incredibile magrezza e al primo calore del giorno si lasciano andare alla spossatezza del sonno, distesi nella polvere sotto al sole bruciante. Calore e polvere, é l’indovinato titolo di un film, se ancora senti il calore sulla pelle e a sera sei ricoperto di polvere sei vivo, un altra notte e un altro giorno ti sono concessi, sia reso grazie agli dei. Che ci fa un uomo giovane fermo sul ciglio della strada accanto a un mucchio di rifiuti che bruciano liberando un fumo puzzolente di plastiche? Tiene le braccia dietro la schiena e guarda sfilare le persone, i camions, le motociclette con occhi che sembrano persi in interni pensieri. Forse aspetta un lavoro di giornata, forse un autobus che lo porti altrove. E quest’altro che alle otto del mattino spazza accuratamente il tratto di strada antistante un bugigattolo ancora chiuso, forse un ristorante che ospita un singolo pentolone pieno d’olio, chi l’ha incaricato? Se è fortunato otterrà poche rupie dal proprietario quando aprirà il suo negozio. Il suo spazio è l’unico liberato dall’immondizia, tutti gli altri sembrano non curarsene o giudicano sciocco pulire dal momento che a sera sarà sporco di nuovo. E’ un compito immane per l’India mostrarsi pulita. L’igiene pubblica si mostra solo nelle aree centrali della città più sviluppate, che l’immondizia sia veicolo di epidemie sembra non importare, nel medioevo era peggio, non si hanno notizie di epidemie da molto tempo per fortuna, la peste rediviva qualche anno fa nella regione di Bhopal é stata subita frenata, combattuta, vinta, la modernità e gli aiuti internazionali fanno la differenza.Ad onta del nulla che si fa, che c’é da fare nei villaggi che attraversiamo, salta agli occhi un furore di vivere, molte nascite fanno aggio sulle morti, incessanti sono le apparizioni di una folla di viventi che escono dalle capanne e vanno a guardare il giorno che si definisce nella sua luce nuova. Uno sguardo di luce può bastare se la morte non ti ha morso dentro, non ti ha chiamato a sè e aspetti solo che il momento sia propizio per seguirla. ‘India watch you’ recita la discalia di un manifesto murale che potremmo definire di ‘pubblicità progresso’, é vero, qui tutti guardano tutti, tutti sono curiosi di ognuno che viva, é l’unica provvidenza questa vita che ci mostra agli altri, se l’abbandoniamo sarà un’altra vita, forse migliore o peggiore, quella di un topo, forse, o di un airone che picchia ripetutamente il suo lungo becco nell’acquitrino di una risaia in cerca di rane e si invola impaurito al passaggio di un trattore. Ogni storia é in sè, ma lo sguardo degli altri la riflette, la definisce, la contorna, la costringe sopra i binari di un paesaggio altrimenti impercorribile, necessità e karma sono in relazione a chi ci vive accanto, incrocia le sue storie con noi, le imbozzola nelle ragnatele inestricabili delle identità e ruoli sociali, questo ti dicono gli dei e ripetono i bramini nei templi: se hai vissuto secondo virtù e saggezza avrai miglior vita nella catena delle reincarnazioni, salirai uno scalino della ruota della leggerezza….

siamo tutti spagnoli?

Siamo tutti spagnoli, due anni e mezzo fa eravamo tutti americani, niuiorchesi per la precisione, ich ein Berliner, disse Kennedy di fronte al muro e tutti i politici da strapazzo giù a imitarlo quando cadde di suo per raggiunta obsolescenza politica. Oggi tocca alla Spagna, domani tutti ci diremo francesi o inglesi o italiani, Dio ce ne scampi? Non é cinismo il mio, bensì voglia di capire che succede, che succederà domani: l’assalto ai treni é di Al Quaeda (o dintorni) oppure dell’Eta, come ha affermato Aznar -lui si con cinismo di miglior causa, per sfruttare elettoralmente lo sdegno, una cosa abominevole, enorme, com’é stato enorme decidere contro il paese tutto di appoggiare la guerra di Bush e oggi ecco che gli presentano il conto con gli interessi. Lo si era visto da subito che non era il genere di attentato cui ci aveva ‘abituato’ (si fa per dire) il braccio armato di Euskadi. L’Eta ha sempre mirato alle forze dell’ordine, agli uomini di governo, ai simboli delle istituzioni. Al Qaeda ha voluto, invece, arruolare tutto il popolo spagnolo (ed europeo) tra i suoi nemici, ci ha punito come soldati in guerra, poco importa che la maggior parte degli europei sia stata arruolata a forza un anno e mezzo fa dagli ‘incauti’ (per dirgliene poche e trattarli bene) governanti del momento, gli Aznar, i Blair, i Berlusconi, intrappolati nell’inferno dell’Iraq, nuova frontiera di un’improbabile democrazia islamica, in realtà luogo di naufragi, di tragedie annunciate e non un uomo di governo a dire la cosa più sensata per evitare il peggio: il ritiro unilaterale. Abbiamo visto, molti anni fa, gli americani ripiegare le bandiere e fuggire da Hanoi, Vietnam, non é bastata la lezione, in Iraq, forse, capiterà di peggio e ci siamo anche noi, ‘ci resteremo per imporre la democrazia’, ripete compulsivamente un coro di insensati, la storia non é maestra di vita, la madre degli imbecilli é sempre incinta. La guerra al terrorismo non si vince con le bugie, nascondendo alla gente i veri autori degli attentati per tema di dover pagare pegno elettorale, é ingenuo; trattare i popoli come masse di imbecilli non paga. L’Asian news, durante il mio soggiorno in India, dava conto di un supposto arresto di Osama bin avvenuto tempo fa e dell’occultamento giudizioso dell’evento da parte di compiacenti servizi segreti per prestarlo, più tardi, alla campagna elettorale di Bush, vi rendete conto dell’enormità? Ci trattano come imbecilli, riducono la democrazia a un gioco idiota sulla pelle della gente, é necessario dare una risposta corale alta che seppellisca questi cialtroni sotto una marea di disprezzo.

Viaggio in India

Chennai 12/02/04Il taxi corre lungo la strada buia, sono le nove di sera, è suonata la ritirata, poco traffico, nessuno per la strada, le case sono le brutte palazzine di altre città del nord che ho visitato, poche le luci alle finestre, l’India vive di giorno, a parte piccole isole di occidente, la burocrazia di sei anni fa é rimasta la stessa, moduli doppi da compilare alla reception, passaggio di carte tra tre diversi impiegati, la snervante lentezza di sempre, benvenuto nel meridione, ultimo quarto del subcontinente che mi restava da visitare, la camera é inutilmente grande, una suite, l’ho chiesta silenziosa, me ne hanno mostrato tre, una doccia, un libro, ma solo mezz’ora dopo é già oblio, il caldo spossa, il fuso orario ci mette del suo. C’era un matrimonio nell’edificio di fronte, il primo atto, quello del patteggiamento tra le famiglie di fronte a un sacerdote del tempio, ho mostrato curiosità al passaggio, l’addetta alle pubbliche relazioni mi ha fatto entrare brevemente, angloindiani entrambi gli sposi, bei ragazzi, lei col viso tondo e grandi occhi neri, un sorriso dolcissimo fissato tra gli zigomi, ma un fondo di rassegnazione, molto colore negli abiti di tutti, colori forti, strass e sciarpine intessute di fili d’argento, musica di trompette, note alte e stridule, e i tamburi in accompagnamento al comando del sacerdote e del maestro di cerimonia. E’ la buona borghesia benestante che viene qui per le cerimonie nuziali, mi viene in mente Aruhndati Roy, il dio delle piccole cose, anche lì una famiglia di angloindiani tornava al paese; il distacco dalla società castale viene spezzato dal crimine della madre che si innamora di un paria, é l’irruzione improvvisa della tragedia, ricordo il gracidare delle rane nello stagno e la luna a specchio sull’acqua durante le traversate peccaminose che conducevano alla capanna degli incontri. Le Bovary sono in ogni dove del pianeta, donne in amore, donne che muoiono per amore, che foia le spinge, che forza fatale le attrae nel gorgo, vale la pena soffrire, morire per amore? L’India é fatalità, mistica della fatalità, il tuo karma é segnato, non puoi nulla contro Nemesi, la figlia del Fato e contro le Furie che scatena. Il Tamil Nadu é ancora comunista? Nel romanzo lo era, sono passati più di dieci anni, che contraddizione incredibile un regime anticlassista nella terra della immutabilità del Fato e delle caste. Nascosti furori trovano le vie più segrete per esprimersi, la società degli uomini é governata da leggi caotiche, si danno gli esiti più bizzarri, romanzeschi. (segue)