Archivio mensile:febbraio 2004

tango e aree industriali dismesse (2)

Non c’é solo Vega, bensì Pegaso, il cavallo alato e le Pleiadi, Orione verrà più avanti, il postmoderno si caratterizza per il suo guardare alle stelle, ma il puzzo di stalla quaggiù é ancora forte e s’impone alle narici. L’immensa area industriale dismessa è percorsa da fremiti di cambiamento, il vecchio che avanza diceva qualcuno amante del paradosso, non abbiamo finito di costruire il nuovo e già si prospetta l’obsolescenza prossima futura, che corsa impari é questa nostra per cercare di catturare un brandello di futuro. All’interno del locale si balla quella musica avvolgente, complice, triste, struggente che chiamano il tango, lo ballavano gli emigranti dell’area mediterranea per superare la tristezza mortale dell’abbandono, per affermare la vita nuova, ha superato indenne le proibizioni ecclesiastiche allora forti, capaci di condizionare i comportamenti e oggi é riferimento culturale del postmoderno, anche qui passato che avanza, mito del corteggiamento, della sensualità e della lussuria che un ricercatore americano, uno studioso, ha rivalutato, l’ha tolta dal catalogo dei vizi e messa tra le virtù, chi non é d’accordo, chi non ha sognato il pieno soddisfacimento dei sensi, una vita sessuale piena, il desiderio di relazione sessuale sempre vitale, tra il sogno e la sua realizzazione c’é sempre un lavoro sulla realtà, la quotidianità delle nostre relazioni difficili, poco appaganti, ancora sono molte le convenzioni ad escludere che si frappongono alla realizzazione del sé, dei desideri che premono dentro, come s’ha da fare? L’Islam ha dato fantasia ultraterrena alla lussuria, ha mitizzato le uri, ragazze divine bellissime, lassù forse senza il velo a coprirne le forme piene, invitanti, chissà come sarà l’amore e la lussuria nell’al di là che realizza i sogni nostri, qui, nella milonga in penombra che risuona del canto triste, gira una uri che parla con il corpo, gli sguardi sono tutti su di lei, si vede la sua arcuazione posteriore esagerata, i glutei tondi perfetti, il viso é chiuso nell’abbraccio, ma non conta, conta il passo strascicato, l’incanto dell’ondeggiare, il fraseggio dei passi che vanno e tornano e girano e battono un tocco e impediscono un passo di lei, avvinghiano una caviglia per averne uno scatto all’indietro, ahi milonga de amor,che pensieri mi straziano dell’amore che é stato e non é più, sarà ancora amore in questa mia vita inutile, non sono le parole di un tango, sono i miei desideri che premono trascinati da questa uri giovanissima, chissà a chi concederà le sue grazie, il suo amore, stasera e in tutte le altre sere che verranno, io non ci sarò nel futuro, il mio cono d’ombra cede alla nuova luce che avanza….

i nostri amici migliori

L’influenza dei polli é il nuovo spauracchio del mondo globalizzato, prima c’era la ‘sars’, acronimo complicato, e pare, si dice, si ventila, che a trasmetterla siano gli zibetti, animali graziosissimi di cui son ghiotti laggiù nell’oriente estremo -di cosa non son ghiotti i cinesi non so dire: si mangiano i cani, le anatre laccate, le unghie di tigre afrodisiache e i corni di rinoceronte grattugiati al posto del viagra, che abbiano qualche problema storico alle basse vie? Qui da noi, in compenso, c’era la Bse (c’é ancora? é stata debellata?), quell’orribile cosa spongiforme e, forse, chissà, anche un po’ dermoplastica e rampicante. Gli animali, i migliori amici dell’uomo in quanto a fornitura di preziose proteine, sono diventati di colpo i nostri peggiori nemici. Si ammalano per l’azione di orribili virus e li trasmettono ai loro amici uomini, forse per vendicarsi di una sottomissione storica che si traduce in prigionia dentro grandi stalle e pollai o stie dove razzolano a decine, centinaia, migliaia i volatili destinati alle nostre pance. Razzolano per modo di dire perché gli spazi a loro disposizione sono quelli delle nostre discoteche estive, mezzo metro quadrato scarso e solo movimenti sincopati all’insù; se sbattono le ali (i polli) rischiano le penne.Nessuno si chiede se c’é un rapporto stretto tra quelle condizioni di vita (vita per dire) e l’ammalarsi degli animali, eppure la nostra storia di uomini-animali dovrebbe esserci maestra, le storiche pesti che dimezzavano, riducevano a un quarto del totale gli abitanti delle grandi città italiane ed europee avevano al fondo la stessa condizione di partenza ed esiti mortiferi del pari. Gli avi nostri stavano stretti, strettissimi dentro le stamberghe e i covili, quindici per stanza, sporcizia, panni sporchi sparsi ovunque, bambini ignudi che razzolavano dentro le proprie e altrui feci, chi é stato in certi villaggi dell’India o del Nepal può rivedere la fotografia dei progenitori. E allora perché meravigliarsi se le nuove pesti scoppiano nei covili e nelle stamberghe degli allevatori che si premurano di dirci che loro, per carità, i loro animali li tengono che neanche una baby sitter e la televisione, impietosa, mostra le vacche grasse imprigionate nel loro uno e mezzo per due a mangiare farine di chissà che origine o i polli praticamente immobili, l’uno accanto all’altro a migliaia, la luce sempre accesa perché ingrassino nel tempo richiesto dall’implacabile ciclo di vendita?Che cosa credete che ci capiterebbe a noi, uomini-animali, se vivessimo in uguali condizioni, se tornassimo a vivere in condizioni uguali. ‘Libertà vo’ cercando ch’é si cara al mio cuore’, scrive il poeta, si vabbè la poesia é nobile cosa, ma la libertà di muoversi, deambulare, vivere, é prima di tutto rapporto equilibrato coll’ambiente e la vita che liberamente vi si sviluppa, imprigionate ciò che vive e aspira a muoversi -vivere decentemente- e avrete le sars, le bse, le pesti aviarie e via orribilmente futurando…

la verità, signori, la verità vo’ cercando….

E’ una delle questioni fondamentali del nostro vivere civile, la verità, diversa dalle parole pronunciate da coloro che esercitano il potere, manipolata ai fini di un interesse privato o pubblico, non importa, ciò che accade é che il giudizio che noi ci formiamo su una persona e su un evento ad essa correlato, é sciocco, inutile, stupido, se non ha base di verità, che cosa ci unisce, cittadini, se non l’amore per la verità, che senso hanno le nostre parole, le nostre opinioni, i dibattiti se le parole di ognuno non sono fondate sulla verità di ciò che é accaduto e, conseguentemente, accadrà? La menzogna e la verità producono ciascuna i loro effetti, scrivono storie diverse.Giuro di dire la verità, tutta la verità, é la formula dei tribunali, in quel caso la verità di una testimonianza o la menzogna fanno la differenza tra una condanna e un’assoluzione, dove c’é la condanna a morte chi mente al giudice, alla giuria, porta la responsabilità di un omicidio, ma tanti piccoli omicidi vengono commessi quotidianamente sugli altari delle democrazie; mentiva Tanzi ai fini di un interesse privato, hanno mentito i nostri imprenditori nello spacciarsi come il sale della terra quando la libera imprenditoria viveva, invece, di prebende, evasioni, agevolazioni indebite, corruzioni legate alla politica marcia della prima Repubblica. La seconda non è ancora nata e questa melma in cui da tre anni affoghiamo e il replay di un inferno che abbiamo sognato di lasciarci alle spalle. Ha mentito Blair alla nazione che governa, raccontando le frottole delle armi di distruzioni di massa, gli arsenali atomici nascosti in Iraq che necessitavano un intervento armato? Non lo sappiamo, l’alto giudice incaricato non ha risposto alla questione, ha solo detto che non ci sono le prove, non é sufficiente, il nostro giudizio di cittadini non può basarsi su prove mancanti, sugli insabbiamenti dei funzionari governativi che nascondono i dossiers incriminanti e sul silenzio di funzionari infedeli che vengono indotti al suicidio con disonore. La verità é sempre rivoluzionaria, ma é un sogno, una nebbia, la condanna delle vite nostre che ci vagolano dentro cieche, disperate. Ne va della giustizia, insensata senza verità, ne va della democrazia, parola di cui ci riempiamo le bocche senza troppo preoccuparci di darle forma decente, ne va del senso della nostra civiltà che pretendiamo superiore a quella dell’Islam, anch’essa legata a una pretesa verità, quella divina, che nessuno é in grado di controllare, nessuno é tornato dall’oltretomba a darcene avviso e conferma; portiamo guerra alla verità malata degli integralisti raccontando frottole sulla nostra democrazia, sulla sua superiorità morale e storica, che cosa triste, avvilente….

il treno va filando nel gelo della mattina (segue)

All’uscita di piazza Duomo é l’apparizione di un merletto di pietra color crema. Riempie la piazza, non c’é altro, palazzo Reale è solo una barchessa di scarso peso architettonico. Il Duomo é più piccolo di Notre Dame de Paris, così chiaro nella sua pelle di pietra dà un fastidioso senso di nuovo, l’antico si rintraccia nelle sculture dei giganti in alto e nei musi delle bestie fantastiche che pisciano la pioggia di sotto. Un gruppo di giapponesine scatta fotografie a nastro, ilari, ridono e solfeggiavano quella loro strana lingua, l’Oriente é rosso, dicevamo un tempo, no, é ilare.Giro in torno alla grande costruzione, ne scruto i pinnacoli, i visi delle sculture, é la mia prima volta, l’ultima volta che sono stato a Milano era trent’anni fa, niente Duomo, eravamo giovani, formammo subito il corteo, c’erano urgenze assolute, l’arte e la storia non avevano troppo spazio nei pensieri febbrili, piazza Fontana, poco distante, significava il cratere di una bomba che aveva inghiottito la Repubblica, da lì é partita quella storia malata che ha partorito il terrorismo delle Br, una generazione bruciata dal corto circuito intercorso tra i sogni e le ideologie, l’anarchico Pinelli che cade dalla finestra, il commissario Calabresi che cade sotto i colpi di giovani di belle speranze, ancora oggi increduli di quello che hanno scritto colle loro pallottole. E’ come se vedessi formarsi sotto i miei occhi una città che conosco solo per il riporto delle notizie dei giornali, la Borsa, le contestazioni alla prima della Scala, via Montenapoleone, i luoghi dove Cuccia andava a mangiare, il Piccolo teatro di Strelher, Milano non é una città, é una narrazione, un flusso di storia, l’ombelico gelido della nazione guasta, seguirà la ‘Milano da bere’, l’impero craxiano, il crollo di Tangentopoli, l’effimero osanna a Mani pulite, poi il brutto presente dei leghisti evasori, secessionisti da tre palle un soldo e adesso chissà cosa, le cronache sono avare di notizie, moda e stilisti non fanno storia, ma cronaca del vuoto.Al consolato indiano cé una ressa, folla di immigrati che contendono il visto di ingresso ai visitatori del loro paese, loro qui in affanno, noi lì prossimamente, India mitica delle religioni primitive e della fame di sempre, noi viaggiatori, turisti, portatori di valuta pregiata, questuanti del misticismo ridicolo dei guru di Hari krisna, di Osho o di quell’altro che indottrinava il fratello di Craxi, chissà se é ancora lì, poveri familiari bistrattati dai congiunti più noti, ieri il latitante di Hammamet oggi il suo epigono benedetto dallo Spirito Santo, l’unto del Signore, il Peter pan dell’imprenditoria d’assalto, non c’é limite al peggio. La fila allo sportello é più grossa che lunga e gli indiani, svelti come furetti, si intrufolano quà e là, rubando il posto ai viaggiatori stizziti, sarà politicamente scorretto dire che ‘fanno gli indiani’ come si usava dire un tempo? (continua)