Archivio mensile:gennaio 2004

il treno va filando nel gelo della mattina…

Il treno va filando nel gelo della mattina ancora buia, è l’Eurostar delle 6:34, il primo bagliore dell’alba lo incontreremo passata Vicenza e mostrerà il biancore dei campi imprigionati nella brina ghiacciata. Le persone all’interno della carrozza sono perlopiù giovani, in prevalenza donne, trillano i cellulari, i dialoghi aprono finestre discrete sulle vite delle persone, due ragazze scambiano i dialoghi in dialetto, non sono belle, stanno strette ai loro giacconi, hanno ancora freddo, accanto a loro è un tipo con occhiali, capelli neri corti, calza un cappello nero, che cosa curiosa, sembra un ebreo ortodosso, picchia sui tasti del suo computer portatile, chissà che vita sarebbe senza quegli arnesi del postmoderno, chissà come si faceva quando non esistevano, il mondo cambia, difficile dire se meglio o peggio; più tardi quel bel tipo impugnerà il cellulare e confiderà mellifluo e perfido al suo interlocutore che una loro collega l’ha vista la sera prima, gli appariva demotivata, te lo dico perché tu ti sappia regolare, la concorrenza è forte, lo sai e se non si è motivati non si raggiungono gli obiettivi prefissati dall’azienda, che razza di spione maldicente, funzionano così le relazioni aziendali? mi viene in mente quel tale, quello del tubo Tucker, l’hanno denunciato in televisione, obbligava i dipendenti a sedute di auto-esaltazione commerciale, rituali da setta satanica, i più scettici o demotivati venivano picchiati o messi alla gogna, che razza di mondo abbiamo contribuito a far crescere.Milano è più fredda di Venezia, il cielo delle nove è plumbeo, la gente sfila lungo le banchine come una teoria di formiche, ciascuna ha un suo compito definito, una sua storia da scrivere già prevista, c’é una sorta di istinto collettivo che ci guida, che ordina le gerarchie sociali, chi lavora e produce, chi comanda e governa, chi vigila, chi si ammala e muore oppure quest’altro, chiuso nei sudici meandri della metropolitana, sta seduto su una sedia a rotelle e suona un suo strumento a fiato dal suono stridulo, lamentoso, al suo fianco una ragazza di apparenti quattordici anni, pelle olivastra, forse indiana, che ci fanno insieme quei due, una moneta viene lanciata nel piatto delle elemosine, poi un’altra, non moriranno di fame, c’è una provvidenza che ci assiste, non tutti, alcune storie si chiudono male, così è la vita… (continua)

viva la rivoluzione!

Luisa Sanfelice , la ‘madrina della rivoluzione’ chissà com’era nella realtà, le hanno prestato il bel viso di Letitia Casta, una scelta scontata, considerato che la Casta (accento sulla seconda a) aveva concorso a incarnare l’effige della popolana di tanta iconografia rivoluzionaria nella ricorrenza del secondo centenario della Rivoluzione. Rivoluzione senza aggettivi, la prima, la vera, la sola che rischiari come un faro gli eventi della storia moderna, qualcuno riesce a immaginare una storia del mondo diversa da quella che hanno iniziato a scrivere i sanculotti e poi le truppe napoleoniche che esportavano in tutta Europa la libertà e piantavano gli alberi relativi nelle Repubbliche che venivano mano a mano conquistando? Qualcuno dirà che queste esportazioni hanno i loro coni d’ombra e fanno venire in mente quelle postmoderne di un tale George W. Bush affamato di petrolio e di dominio geostrategico, così come Napoleone Bonaparte era affamato di opere d’arte che andava saccheggiando a man bassa quà e là (a un tal proposito: nessuno parla più del saccheggio del museo di Bagdad, chissà dove sono finite le centinaia di reperti archeologici patrimonio dell’umanità, quando si dice l’antiamericanismo!).Vi é chi, a destra dello schieramento politico italiano, critica la rappresentazione degli illuministi, dei rivoluzionari partenopei quale hanno voluto i registi, i Taviani, nello sceneggiato trasmesso dalla Rai e, di contro, la brutta figura dei lazzaroni, dei sanfedisti senza onore traditori dei patti sottoscritti cogli insorti, ma qualcuno riesce a dare dignità di figura storica a gente succube di pregiudizi religiosi, di autoritarismi monarchici responsabili della povertà generale e imposizione di privilegi feudali? Come sarebbe possibile una rappresentazione bonaria o elegiaca di coloro alla luce di quanto si sa delle responsabilità delle monarchie nello sfruttamento bestiale di artigiani e contadini, le corti reali a banchetto permanente alla faccia di chi pativa la fame, la regina Antonietta che raccomandava di dare le sue ‘brioches’ al popolo sceso in piazza a chiedere pane e vita?Fossero stati anche dei briganti quei rivoluzionari, quegli illuministi, ciò che esportavano era il sale della terra, il prodigio di un risveglio alla libertà dai soprusi, all’idea aberrante che un qualunque imbecille possa fregiarsi per titolo dinastico convenuto di ‘re’, ‘sovrano’ con mandato divino e potere di vita e di morte sul popolo sottoposto, che cazzo! la sorpresa é semmai che ci abbiano messo tanto i popoli della terra a liberarsi delle loro catene e lo abbiano fatto con tanto, troppo rispetto di coloro che li hanno affamati, vilipesi, oltraggiati nella loro dignità di uomini e donne. Viva la Rivoluzione, cittadini, viva il popolo libero e sovrano, abbasso ogni monarca e servo, degli antichi e postmoderni!

un lontano abbaiar di cani

Mi capita di prestare attenzione a una trasmissione radiofonica del mattino che riporta le voci dei giornalisti di varie testate, una lettura dei quotidiani, insomma, e di ricavarne un impressione confusa come di un coro stonato, talora sguaiato, un lontano abbaiar di cani, chi impaurito, chi aggressivo e feroce, chi lamentoso. La metafora potrà parere cruda ad alcuni, ma davvero non si può dire che sia fuori luogo. Come i cani, infatti, é alle esigenze di un padrone che si conforma il comportamento e la modulazione dell’abbaio di alcuni di quei giornalisti -gente che si é venduta l’anima al diavolo per la miseria di un buono stipendio e/o un’effimera posizione di potere. Si dirà che sono in buona e numerosa compagnia, ma che l’Inferno sia molto affollato non lo rende diverso da quello che é: un luogo di espiazione e di pena. Fatto sta che quell’abbaio esprime lo stato del paese attraverso cui viaggiamo, ne é la colonna sonora fastidiosa e volgare, un brutto film di cui siamo, volenti o nolenti coprotagonisti invisibili.Non ci é consentito di chiamarci fuori, di abbandonare il set. Abbiamo contribuito a eleggere il cast, di quel film siamo i produttori collettivi, la chiamano democrazia, ma é così grande la pena che ci viene da un miserabile voto dato tre anni fa per carità di patria che ci corre l’obbligo di ripensare al significato della parola e alle sue possibili correzioni. Intanto il copione viene recitato negli studios del paese reale ed é davvero pessimo: un Grande Fratello ridicolo e volgare, la recitazione pressapochista, gli attori rimediati alla rinfusa, patetiche comparse piene di cerone, trovarobato umano; il casting delle campagne elettorali, si sa, é una lotteria di gente che si autopropone, vecchi arnesi della cattiva politica da prima Repubblica, naufraghi di partiti sfasciati dalla corruzione diffusa. Il capocomico é lustro di un lifting recente, dalla tribuna recita a soggetto, qualcuno gli porge un foglietto, il sorriso gli si illumina, sproloquia di Spirito Santo, ieri era l’Unto del Signore, la religione svilita dalla politica, si poteva vedere, ascoltare di peggio? Neanche la fantasia lunare del buon Fellini avrebbe saputo partorire una satira così sguaiata, realtà ridicola che fa il verso a se stessa, prova d’orchestra di un’Italia che purtuttavia lavora e si innamora, come diceva una canzone. I muri sbrecciati, i suonatori impolverati e spaventati che tornano ad obbedire al direttore d’orchestra, ma la musica che esce dagli strumenti é stonata, stridente, angosciante…

comunicazioni satellitari

‘E’ come una Connessione Satellitare: si spedisce il messaggio in alto perché torni in basso.’ Questa é l’ardita metafora usata da un mio conoscente per dire di Dio e del nostro modo di usarlo o inventarlo secondo i bisogni del momento. Una buona metafora, in verità. Mi é accaduto di pensarci mentre scrivevo una lettera a un’amica, una signora di 90 anni circa, lucidissima, scrive poesie al vetriolo e le fa leggere alle persone sbagliate, così si fa, le persone giuste non hanno bisogno di leggere altre poesie diverse da quelle che già conoscono e citano a memoria in tutte le occasioni che gli vengono offerte. Parlavo d’amore in quella mia lettera, una amore finito male, amore sfortunato, di quelli, per intenderci, nec tecum nec sine te, come dicevano gli antichi. Le dicevo della sofferenza di una piaga che non cicatrizza e, chissà come, eccoti la parola Dio, la Connessione Satellitare, il messaggio che va in alto e gira intorno al Motore Immoto, ne cerca il cuore pulsante, vi si inserisce e ritorna in basso come un fulmine, un lampo al fulmicotone, una fotografia luminosa della nostra vita, di un momento qualunque della nostra vita che ci pare consegnato all’eterno del tempo per il tramite di quella comunicazione speciale.Insomma, abbiamo bisogno di Dio -chiunque egli sia, qualunque sia il suo volto- per sacralizzare i nostri sentimenti, il nostro essere nel tempo e nella vita altrimenti banale, banalizzato: piccolo corso di eventi subito frantumati nel fluire continuo di altri eventi e vite, niente di speciale, nè un Nobel, né un salvataggio in mare, né una presidenza della Repubblica o un Cavalierato del lavoro, che senso ha avuto il nostro vivere allora? La confluenza nella Connessione Satellitare risolve tutto: ci verrà data una seconda occasione per riscattarci di quelle perdute, saremo le persone diverse che non abbiamo saputo essere, saranno scritte le storie giuste per contrappasso alle sbagliate e crudeli che ci hanno fatto gridare al cielo: ‘Perchè?!? Perché il male, le guerre, le malattie e la morte, gli amori che straziano l’anima, le siccità e le catastrofi di ogni sorta?’ A tutto sarà risposto nel modo dovuto/voluto. ‘Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare.’ dice il Poeta. Se non ci fosse, la Connessione Satellitare bisognerebbe inventarla.

fotografie

FotografieL’airone bianco si leva dal fondo del canale di irrigazione con breve battere di ali e poi silenzio, plana sopra il campo con larghe volute poi atterra allungando le zampe sopra una zolla bianca di neve. Bianco contro il bianco della neve che copre la terra, l’uccello sarebbe invisibile se le mie pupille non l’avessero seguito fino a quel punto. L’acqua che scorre sul fondo del canale è trasparente, apparentemente pulita, se l’uccello cercava qualcosa da mangiare sul fondo non dovrebbe essere avvelenata da fitofarmaci o scarichi inquinanti. Tutto ciò che vive e vola e si muove suscita intense emozioni in questo nostro tempo dove la vita è in forse e una discarica abusiva può rivelarsi d’improvviso al di là di un commovente paesaggio di alberi e acque. Il cane fiuta qualcosa tra i rovi, scompare dietro una siepe, si ode un breve guaito poi un coniglio grigio esce dal folto dove ha tana e corre a zig zag inseguito dal cane fino a scomparire in un’altra macchia di rovi. E’ una mattina di domenica, fa freddo, mi stringo nelle spalle per contrastare i brividi che mi corrono per il corpo, la neve fresca scricchiola sotto gli scarponi e mostra le impronte del primo passaggio di quel mattino soleggiato. Ancora l’airone, distende il collo e apre le ali , lui non ha freddo, una fotografia di altro luogo e tempo mi riporta alla memoria una frase, un messaggio, l’ultimo di una comunicazione dolorosa durata una anno ‘ti rigurgito come il cibo / che gli uccelli danno ai loro nati / ma non é nessuno a riceverlo / a becco aperto e il tuo odore / é acre come la tua assenza.’

inclusioni ed esclusioni

A volte mi chiedo se sono strano, diverso dagli altri per il fatto di includere nel mio campo visivo e mentale un aspetto del vivere piuttosto che un altro. Ma no, strano non sono, siamo tutti strani e stranieri a questo riguardo, ognuno di noi punta la sua attenzione e la mantiene viva su un programma televisivo piuttosto che un altro, legge un certo genere di libri piuttosto di un altro, si innamora di un certo tipo di uomo o donna piuttosto di un altro/a e dà fiducia a un partito politico e a certi uomini di quel partito piuttosto di altri. E’ il trionfo della biodiversità che ci rende unici dentro a una moltitudine tribale e che dire dell’afflusso di migranti da ogni angolo del pianeta che si mostrano sempre più numerosi dentro gli autobus che ci portano al lavoro o a casa e passeggiano, parlano al telefonino, aprono negozi strani a buonmercato lungo i marciapiedi delle città? Pure conviviamo, strani e stranieri, esprimiamo le nostre diversità e scriviamo le storie e i romanzi d’amore dei diversi che riescono a parlare una lingua comune, credono in valori condivisi, desiderano unirsi o dividersi, vivere, insomma, quella cosa così incredibilmente semplice e complicata insieme.Tuttavia mi stupisce l’attenzione che i giornali hanno dato, danno anche oggi, a fatti semplici e ridicoli, fatti loro, anzi suoi, del nostro pres. del cons. molto onorevole Cav. Silvio Berlusconi di farsi il lifting: un can can di analisi sociologiche, politologiche, sacramentali e via cazzeggiando di eminenti professori, giornalisti e altra genia di poveretti obbligati per mestiere a dar conto di queste piccolezze, ridicolaggini che, se fatte da un attricetta o dal nostro vicino di casa, non gliene potrebbe importar di meno a nessuno e invece guarda tu che araba fenice risorge dalle sue ceneri: il Cav. Gran uff. pres. del cons. plurimputato di nefandezze societarie e tangentizie che rioccupa le prime pagine dei giornali dopo solo una settimana di assenza neanche avesse risanato l’economia, aumentato gli stipendi, migliorato la sanità e la scuola pubblica e fatto approvare riforme istituzionali paese degne di attenzione e plauso. Che strano paese è questo di gente strana e straniera. Se chiedi a qualcuno che incontri per strada e non conosci se si interessa di politica ti dirà di no, ridendo o sghignazzando, se gli chiedi se sarebbe migliore il paese di cui è cittadino nel caso in cui tutti noi cittadini riuscissimo a determinare e indirizzare i comportamenti virtuosi degli eletti al Parlamento della Repubblica ti guardano strano o si voltano a dire al primo che passa ‘ma che vuole questo?’ e così non resta che rassegnarsi a quel che passa il convento: il lifting di uno che è sceso in politica per togliersi d’impaccio dai processi che lo tormentavano, che ha stipendiato una marea di buoni serventi per costringere la politica di un paese all’interesse di un uomo solo al comando, che tristezza, che avvilimento che cose brutte propone la bioversità a volte, in certi momenti della vita nostra e della storia di una paese.

il futuro é nostro, fate il vostro gioco

‘La funzione sociale dell’imprenditore.’ E’ il titolo di cento convegni di anni passati nel bene e nel male (ma tutti nella libertà, diceva un famigerato slogan elettorale), anni di un’Italia davvero poco esemplare, trascorsi tra spesa pubblica gonfiata per necessità di evasione fiscale allargata e incentivi all’imprenditoria ottenuti per via di cattiva politica, gli anni di Tangentopoli e della corruzione diffusa, impunita. Ma davvero non c’é un modo diverso di fare imprenditoria da quello che i nefasti della cronaca ci consegnano: la Montedison di Gardini ieri, la Parmalat di Tanzi oggi, passando per le iscrizioni ‘necessarie’ alla P2 di chi questuava decreti ad personam al presidente del consiglio di allora, tale Craxi Bettino?Un signore che di nome fa Pera, qualche anno fa assurto alla carica di presidente del Senato della Repubblica, é stato di recente ad Hammamet ad omaggiare la memoria di quel tal latitante morto in terra straniera e ivi seppellito. Non risulta dalla lettura delle cronache giornalistiche e televisive che abbia dichiarato di averlo fatto per motivi personali, non mi sorprende che vi sia chi fa finta di non conoscerlo. L’amor di patria, a volte, trova sotterranei canali per manifestarsi.Ma gli imprenditori nostrani sono tutti di una stessa stoffa, tutti sconvolti dall’idea di far soldi nel modo più facile e disdicevole, a partire da un’evasione fiscale generalizzata che é il cancro responsabile delle metastasi di cui soffre il paese, ultima la Parmalat? Certo che no, l’imprendito­re onesto esiste (ma tace) e forse non é necessario il proverbiale lanternino di Diogene per trovarne alcuni, forse una moltitudine, chissà. Ognuno di noi può testimoniare di averne conosciuti che pagano per intero le imposte dovute e non passano le nottate a inventare le scatole cinesi di società fantasma capaci di ingannare gli illuminati dirigenti delle banche nostrane e d’oltreoceano. Ugual cosa dicesi per gli artigiani e piccoli imprenditori e, senza dubbio, é una minoranza di esagitati quella che pensa alla secessione ‘padana’, convinti di poter continuare ad evadere tranquillamente le imposte e ottenere facili crediti pubblici, per sovrappiù, da un istituendo ‘Parlamento del Nord’. Fa però riflettere il fatto che il campione di un’imprenditoria davvero molto chiaccherata e soggetta a indagini da parte di diversi tribunali della Repubblica sieda a Palazzo Chigi. Chi ce l’ha mandato, con quali sogni e speranze, illusioni? Alzi la mano chi non ne ha la responsabilità politica e morale. La tesi -suggestiva- é che il poveretto sia una vittima dei ‘poteri forti’, chissà chi sono, viene da ridere, più forte di lui e dei suoi accoliti in politica é davvero difficile additarne oggi, ma tant’è: superior stabat lupus, inferior agnus. Il futuro é nostro, signori, fate il vostro gioco.

sognavo che ci foste anche voi

Il cast é di quelli che dà i brividi a quelli della mia generazione. Una generazione non più fresca, in verità, ma che importa?Abbiamo avuto, abbiamo altre vite da sognare, altri traguardi da raggiungere, che volete che sia lo stupido correre del tempo? La figura più pregnante é quella della moglie di Richard, un viso compreso della tragedia avvenuta e sola depositaria del segreto del suicida. Parlo de ‘Il Grande freddo’ di Kasdan, un film culto, dice la fascetta di copertina. Non ricordo come va a finire, ho interrotto la visione del film perchè la commozione ha preso il sopravvento.Perché ci sono perdavvero quelli che non ce la fanno, una molla scatta dentro la mente e la luce dell’alba non ha più il colore dei sogni, non ha più colore, semplicemente. Anch’io, da ragazzo, sognavo che ci foste dietro alla bara, ho sognato il mio funerale. Poi il tempo é passato e mi é stato attribuito mio malgrado un ruolo da coprotagonista che é durato fino ad oggi. A una certa età, la cosa più triste sono i bilanci: quanti erano i talenti ricevuti in sorte, quanti ne abbiamo fatti fruttare, quanti ne abbiamo sotterrati senza che dessero frutto. E’ l’apologo evangelico, ricordate? e intorno a noi sono accaduti fatti terribili: Pol pot che evacuava le città della Cambogia, un popolo e la sua cultura scomparivano nella giungla; poco più in là la rivoluzione culturale cinese abbatteva i templi e i monumenti della cultura borghese e invadeva il Tibet, distruggendo i monasteri e le statue dei Buddha dai sorrisi ineffabili. Questo secolo non sa il senso della parola pace, non sa che sia il senso del vivere e del morire altrui.Pensate ai talenti evangelici rapportati a questo genere di eventi che sono stati il nostro orizzonte storico e poi ditemi che cosa può essere il futuro, che senso ha pensare il futuro. Ecco perché qualcuno non ce la fa, non ce l’ha fatta. Morire per mancanza di senso delle cose intorno a noi? Per sottrarsi al ‘brutto poter che incede’ e ci sovrasta? ‘Ma perché dare al sole, perché reggere in vita chi poi di quella consolar convenga?’, ci chiedeva il poeta. Quanti adolescenti fragili hanno speso i loro pensieri su questa domanda, si sono affacciati sull’orlo del baratro e hanno guardato giù.La vita ha un suo canto, la morte un altro canto; esiste un canto di là della morte che ci restituisca i sogni della giovinezza, ci faccia sentire adeguati agli eventi passati, ai presenti e futuri?

mille e non più mille

La statua sul fondo è alta; nella penombra che avvolge il luogo si direbbe sospesa da terra. Gli scultori del luogo non indulgevano a verosimiglianze e inutili realismi della figura, importante è comunicare allo spettatore, al fedele, il messaggio crudo dell’uomo crocefisso per riscattare tutto il male del mondo. E’ un Cristo tozzo, essenziale che emerge dalle ombre delle navate spoglie, nautilus immobile che, passo dopo passo, si delinea, prende forma sul suo ingombrante supporto. La croce, enorme, massiccia, sta appesa a due corde apparentemente troppo sottili per un simile peso. A fianco Maria e Giovanni sembrano due figure senza sesso, tronchi sbozzati e subito dipinti come per un’urgenza del parroco di allora che ha impedito di meglio rappresentare i due congiunti piangenti.La parrocchiale all’esterno mostra la sua figura tozza, scarna, nuda della pietra del luogo dell’anno mille in cui fu eretta dai valligiani infagottati nei loro giacconi di lana grezza, i larghi cappellacci in mano, fedeli oranti e timorosi dentro le navate, ma, nel chiuso dei masi, ansimanti come animali sopra i corpi giovani delle figlie appena puberi, contadine silenziose e pie che serberanno il doloroso segreto dell’incesto fino alla tomba e nulla sapranno opporre al loro uomo se uguale dramma le segnerà come madri.La campana che batte il mezzogiorno dà rintocchi ampi, cupi di bronzo pesante. La luce di fuori è così forte che chiude gli occhi, la corona dei monti ha colori uguali a quelli della Genesi. Tutto si è dato, tutto si darà, il mondo è nuovo e antico. L’anno mille ha doppiato il suo Capo di Buona Speranza ad onta delle nefaste predizioni dell’Apocalisse e dei maghi e forse per questo le antiche chiese si svuotano: l’anno tremila è dell’uomo, non più degli angeli colle spade fiammeggianti. L’uomo peccatore si redimerà delle sue colpe o si dannerà in una valle che non sarà quella di Giosafatte.

penne in subbuglio, zampe in fuga

Uno sguardo laterale dentro a un sottoportico in ombra mostra l’agitarsi di due volatili, due colombi, uno sopra l’altra in un groviglio di ali in movimento, penne in subbuglio, zampe in fuga, masse in equilibrio instabile come se l’atto amoroso della penetrazione fosse, in realtà, una sorta di stupro. Non ne sappiamo molto degli animali, degli uccelli in particolare, malgrado i molti documentari visti in tivù, un ornitologo ci informerebbe, chissà, che una certa violenza esiste anche in natura, nidi violati, uova mangiate, buttate di fuori e sostituite, padri plurimi, mater semper certa est pater numquam…Il rapporto con la femmina in natura é, da sempre, complesso, conflittuale, l’animale uomo ci ha messo di mezzo anche la cultura, ci mancava anche quella, non si sa più da che parte girarsi, un atto così semplice é diventato un problema, un azzardo, il piacere é, per molti, confinato nei sogni, atto solitario e triste. Un mio amico mi ha fatto leggere una sua poesia, parla di un suo amore infelice, dicono alcuni versi di un dialogo colla crudele virago: ‘la nostra é una virilità da sferisterio / un gioco semiserio (voi direste / ‘del cazzo’ con sovrano disprezzo / per l’organo che ci differenzia), / una convenzione cui basta / poco per ammollare finendo / nel pantano di una impotentia coeundi / che si fa dramma universale / sale sulle storiche ferite, amputazione / mentale-genitale….Anche i gatti qui in città, nei mesi del calore delle femmine, sembrano stuprare le loro partners invece di amarle consenzienti. Si odono certi versacci, la notte, lamenti prolungati, soffi, grida feline seguite da fughe e inseguimenti e pantofole fuori dagli abbaini ad allontanare i fastidiosi amanti dal coito così sofferto, doloroso. Per la verità, anche certe scene di congiungimenti umani di cui la letteratura si fa specchio hanno del doloroso: i corpi amanti sembrano allacciati in un corpo a corpo furioso e la trafittura del maschio é come una ferita che inarca i lombi della preda come per un dolore intollerabile. ‘Tu mi dai morte invero pell’effimero piacere che cogli…’ ‘No tu se’ la mia morte. In te mi sciolgo, ahimé, fatto materia molle…’