Archivio mensile:dicembre 2003

il male e l’onnipotenza

I terremoti, le guerre, le malattie crudeli, la morte, in una parola: il male. L’immagine di un Dio onnipotente e previdente nei confronti delle sue creature si fa piccola e dubbia quando il dolore che proviamo ci fa formulare la domanda rabbiosa: perché? Perché Dio permette il male o, peggio, non lo sa contrastare? Che Dio buono, amorevole coi suoi figli, é mai quello che consente lo strazio di un dolore che stravolge il viso, fa rauca la voce, deforma le relazioni amorose in una smorfia di rabbia e paura? Un Dio onnipotente non può essere diminuito dal dubbio atroce che l’esistenza del male lo sovrasti, sia in competizione con il suo disegno ordinatore; un Dio previdente e amorevole non può covare in seno la malvagità di un progetto che pre-vede il dolore delle creature. Allora cos’é? Cos’é il male, perché accade e ci comprende, ci annichila, morte che non é più vita e chissà se lo sarà mai nell’illusoria eternità dei nostri sogni di homini sapiens? Oppure: nessun Dio previdente e buono é mai esistito, bensì quello crudele effigiato negli idoli dei progenitori: Dio da placare, cui sacrificare le vite dei figli maggiori, Dio giaguaro o anaconda, maschera della nostra sorte malvagia, paure ataviche da esorcizzare colle fantasie di una divinità cattiva che gioca coi nostri destini. Ventimila morti a Bam, ogni scossa o eruzione della inospitale crosta che abitiamo ha bilanci da tregenda, dice fragilissima la nostra esistenza di uomini e illusorio il progetto di ‘magnifiche sorti e progressive’ che ci proietta nel futuro delle astronavi, degli spazi siderali da percorrere e nuovi pianeti da colonizzare, galassie cui imporre il nostro governo.Forse il male é solo una delle leggi ancora sconosciute della fisica quantistica, forse le tragedie, quali che siano, private o collettive, sono le ‘condizioni al contorno’ della nostra storia in progress, forse Dio é solo un’astrazione filosofica, un ectoplasma delle nostre angosce di morte o Dio siamo noi, umanità passata, presente e futura che governerà le leggi dell’universo e la cui intelligenza impedirà che si verifichi il big crash o quell’altra ipotesi cosmologica terrorizzante del Grande Freddo che ucciderà la Vita.Non serve a molto interrogarci sul perché del male, visto che le risposte non ci sono, nessuno sa darne di credibili. Forse Dio é solo la metafora della nostra compassione: umano sguardo desolato sulle catastrofi innumerevoli che hanno fatto la nostra storia e sono iscritte nel futuro prossimo e remoto come inevitabili incidenti di percorso.

certi volti dicono il futuro

Certi visi dicono il futuroCerti visi dicono il futuro, lo predicono, come quello della ragazza latina-americana il cui sguardo ho incontrato per un attimo prima che lo rivolgesse al cielo. Una calle di Venezia piena della folla che ha programmato il suo Capodanno in questa città.La protagonista ha apparenti 14 anni, longilinea, non bella, i capelli neri come la notte sono raccolti in una treccia che le pende da un lato. Ha un espressione di sconforto stampata in viso, una delle tante, forse, che fa seguito a una frase della madre rivolta al marito. Una frase spazientita, un rimprovero per qualcosa di promesso che non si é realizzato. Si tratta di un litigio, si, breve come lo scoppiettare di un fuoco d’artificio casalingo, il motivo é banale -come nella maggioranza dei litigi che tradiscono un disagio esistenziale inespresso.Parla del suo futuro il volto della ragazza, un futuro che attingerà a quanto le é accaduto fino ad ora, le sta accadendo in questo momento. Che infelicità profonda radica nell’animo di una figlia costretta a far da spettatrice a un disagio che la coinvolge, ne mette in discussione la vita stessa perché é dall’unione di quelle due persone che lei é nata, il suo corredo genetico scaturisce da quella materia, i suoi equilibri neuronali sono stati plasmati dalle atmosfere di casa, dai giorni trascorsi in famiglia.La ragazza si sente osservata, distoglie lo sguardo dagli occhi dell’estraneo che l’ha osservata un breve istante leggendone il disagio, alza gli occhi al cielo, ma non c’é niente di mistico nel suo rivolgerli alla parte alta, eterea del mondo. Il suo, il nostro mondo é terrestre, é con la materia corporea che dobbiamo fare i nostri conti, siamo pregni di umori carnali, ci esprimiamo cogli umori del nostro corpo: il sudore racconta della fatica, altri liquidi dicono l’amore e la genesi di altri corpi, le lacrime la tristezza per l’irrimediabilità di un lutto che ci riguarda.Dice il futuro il viso di questa ragazza che si gira su se stessa e si allontana dai genitori di qualche passo per andare a guardare gli oggetti esposti in una vetrina. Prima di girare l’angolo mi volto a guardarla e i nostri occhi si incontrano ancora una volta, casualmente, certo, purtuttavia provocando un disagio. Aumento il ritmo dei passi, esco dalla calle, di fronte a me é il campanile dei Frari, sento lo sguardo della ragazza su di me, ma forse é solo una fantasia, la mia é una fuga da quel disagio, m’impaurano i volti che predicono il futuro.

vuoti di natura

Vuoti di naturaAvete notato? I nostri autobus, in certe fasce orarie e giorni come oggi -domenica- sono pieni di una maggioranza di extracomunitari.Sono riconoscibili anche quando se ne stanno silenziosi e questo accade raramente, più spesso é la lingua a dirli stranieri: arabi, africani, slavi -cquesti ultimi/e nelle varianti di quell’area area geografica ancora largamente sconosciuta, aperta dalla caduta dei comunismi: croate, moldave, ucraine, badanti dei nostri anziani, chissà se me ne toccherà in sorte una fra trent’anni. Fra trent’anni il mondo sarà cambiato, in verità; la velocità dei cambiamenti impressi alle nostre vite negli ultimi dieci anni sarà raddoppiata, triplicata, comunque io sarò neurologicamente fuori causa, incapace di aggiornamento, a meno che, nel frattempo non inventino un elisir di lunga vita arzilla dai costi non proibitivi.L’autobus corre sul ponte della libertà in direzione di Venezia, di fronte a me un albanese telefona a chissà chi e due suoi amici gli fanno il verso divertiti. Gli albanesi, dicono, sono riconoscibili dai capelli: taglio corto, colore castano-rossiccio, attaccatura frontale avanzata, no, non saprei dire.Per la verità la fisiognomica aiuta fino a un certo punto, siamo così mescolati dai tempi dei saraceni e dei turchi invasori: matrimoni misti, genealogie confuse, inutile la resistenza del cattolicissimo imperatore d’Austria alla frontiera colla Serbia di allora, il melting pot é dilagato, chissà che mescolanza genetica si sarebbe trovata nel dna di Hitler e di altri cultori della razza ariana se avessero acconsentito a un prelievo del sangue.Purtuttavia le differenze permangono, la cultura si é imposta alla natura nel marcare le differenze e gli stili di vita – importati nel paese di destinazione- fanno il resto. Quando gli autobus sono pieni e le distanze fisiche annullate anche gli odori segnalano le presenze diverse che un cappello o un cappotto di foggia occidentale a volte camuffa. Alcuni odori li conosco, ho viaggiato in alcuni dei loro paesi e so riconoscere l’odore del curry e gli afrori delle aree tropicali. In Polonia, alla stazione di Wroclaw, ua mattina di trent’anni fa, ho mangiato un polpettone di carne con cipolla come colazione, non c’era altro, così usava lì.In natura non esiste il vuoto, diceva un filosofo, così questi autobus che sarebbero stati vuoti in domeniche uggiose come queste sono oggi pieni di questi nostri ospiti che riempiono altri vuoti: nell’edilizia, nei bar e altri locali di intrattenimento, negli ospedali, professioni considerate poco appetibili da noi, poco appaganti. Gli esperti dicono che riempiono anche le casse degli enti previdenziali, pericolosamente vuote, sarà vero? Meglio così, in ogni caso non ci é dato scegliere il corso della storia, delle storie che ci circondano.La giornata é uggiosa davvero, forse pioverà o nevicherà, se le temperature scenderanno, le variopinte case della città d’acqua sono a un tiro di schioppo. Dove andranno tutte queste persone di lingua e cultura diversa, con chi si incontreranno, che genere di dialoghi intratterranno coi loro interlocutori? Ogni vita ha una sua colonna sonora, la mia oggi è silente. Una mia amica fa squillare il cellulare che mi fa sobbalzare; mi scrive che la sua malattia é terminata, oggi comincerà a uscire, mi chiedo con chi e dove, non con me, forse l’avrebbe desiderato, ma io non oso propormi, non ho nulla da offrirle, così vanno le vite e certi giorni che la tristezza segna nostro malgrado.

benché sia lontano (3)

La selva primaria è fitta di alberi di alto fusto da cui scendono grosse liane apparentemente robuste. Alberto sembra intercettare il mio pensiero ozioso e si lancia oltre un piccolo acquitrino, invitandomi a fare altrettanto. Zanzare grosse come mosche sibilano intorno al mio collo intensamente profumato di Autan. Ho preferito intridere la mia pelle piuttosto che inquinare il mio fegato con il Lariam. Non mi pungeranno, la mia scommessa è vinta, ma non sono le zanzare il mio cruccio. Il mio sguardo è sempre puntato in alto, sui rami che possono ospitare il serpente che ho visto ammazzare da suo figlio con evidente voluttà.Gli stivali affondano negli acquitrini con degli squash sordi. Al nostro passaggio il gridio delle scimmie si quieta e riprende poco distante. Sudore, fantasie di animali acquattati nel folto che spiano il nostro transito. Alberto è prodigo di racconti sul ‘tigre’, sulla sua ferocia e straordinaria forza e agilità, narra di cacciatori cacciati, di pescatori sorpresi sulla riva del fiume, di viandanti ignari a cui il tigre aveva staccato la testa con un solo morso.Uguali fantasie terrorizzanti mi colgono sul far del tramonto. La canoa scivola sulla superficie dell’acqua senza muovere onda. Iridescenze verdi e rosate incupiscono colla luce del crepuscolo. E’ l’anaconda il soggetto delle narrazioni di Alberto, mostro subacqueo che compare d’improvviso allato della barca e s’attorce intorno al corpo della vittima prescelta. Parla sottovoce, la mia guida, per non attirare la bestia, dice. Brividi di freddo mi trascorrono sulla schiena malgrado la temperatura equatoriale. Scende il buio e un senso di precarietà di tutto quanto vive colonizza i miei pensieri. Davvero le nostre vite sono legate da un nodo leggero. Alla luce della torcia che Alberto tiene sulla fronte il buio si illumina di due perle sospese sulla superficie dello specchio nero dell’acqua. E’ un caimano in attesa di una preda. Disturbata divinità dell’acque, si immergerà a un metro dal bordo della barca.

benchè sia lontano (segue)

All’arrivo la barca scivola silenziosa sull’acqua immota. Siamo in un ramo laterale di un affluente del rio delle Amazzoni, gli alberi che sfilano sui due lati del fiume sono alti, popolati di uccelli invisibili di cui ascolto le voci diverse:più forte una, l’altra più dolce, trillo acuto, ripetuto come un segnale, un indecifrabile alfabeto morse. Mi accoglie un nativo di apparenti quarantacinque anni, basso di statura, capelli lisci, lunghi sul collo, zigomi pronunciati. Mi porge la mano guardandandomi negli occhi: Benvenuto. Sono la tua guida. Mi guarda gli scarponi infangati e indica un paio di stivali allineati alla base di una costruzione in palafitta. Scegli il tuo numero, la prima escursione nella selva comincerà fra qualche minuto. Approccio diretto, nessun comitato di ricevimento, così va bene, la selva primaria é ambiente ostile, tempra i visi, foggia i corpi di chi ci vive e mette a disagio il viaggiatore con il proprio corpo metropolitano. Alberto, la mia guida riappare dal folto qualche minuto più tardi. Tiene un lungo bastone nella mano sinistra su cui penzola un serpente lungo un metro, colora amaranto, pelle tigrata, testa romboidale. Lo segue un ragazzo, saprò più tardi che é suo figlio, apprendista stregone. Li guardo sfilare a distanza di sicurezza, lasciano cadere a terra il serpente e lo stuzzicano per farlo reagire. Sembra addormentato, infastidito, ignora che la sua morte é prossima, solo qualche minuto di vita per chi la vita é abituato a toglierla. Alberto mi spiega che la bestia dorme sui rami, di giorno, per questo ha reazioni così lente. E’ il genere di pericoli da cui ci dobbiamo guardare, aggiunge. Il ragazzo comincia a bastonarlo, cercendo la testa: un colpo, due, cinque, brevi sussulti di agonia poi la quiete…

benchè sia lontano

Benchè sia lontano è un posto che intendo visitare. Su questo fiume hanno navigato i commercianti di gomma che hanno fondato la città, gli avidi avventurieri emuli dei Conquistadores. La canoa vibra in tutta la sua struttura spinta da un motore troppo potente, Iquitos é alle spalle e la scia di spuma dietro all’elica si distende in uno sfilaccio di cotone che galleggia un poco sulla superficie e e poi si scioglie. Seduta di fronte a me é una nativa che allatta il suo cucciolo. Non mi guarda. I suoi occhi vagano inquieti sul paesaggio vuoto di acqua e cielo. Ci vorranno più di quattro ore per arrivare e capiterà di arenarci su un banco di terra di nuova formazione e dovremo scendere tutti a spinmgere fuori la barca. Confesso di aver pensato ai piranas mentre ero in acqua. Gli scarponi sono una buona difesa, d’accordo, ma se hai una piccola ferita sanguinante arrivano a branchi…