Chissà dove

 

Il tempo ossida ogni cosa delle nostre vite e corpi e così è per le cose della politica – e Renzi e il suo s-governo vanno in cronaca, da gran tempo ormai, più per gli schiaffoni che gli arrivano da questa o quella parte politica e sociale (inclusa l’opposizione interna) che per le cose che ha fatto: le banche, il maledetto job act del lavoro pagato coi vouchers e quel pasticciaccio brutto di palazzo Madama e Chigi che riformerà il Senato mandandoci dentro dei nominati al posto dei presenti eletti (ma non era meglio eliminarlo tout-court?).

E speriamo che a novembre ce lo togliamo di torno, quest’imbonitore fiorentino da tre palle un soldo arrivato al potere con una congiura di palazzo e restatoci così a lungo a causa dei bizantinismi del presente sistema dei partiti e dei voltagabbana che formano la sua maggioranza dei tre forni (alfaniani, verdiniani e, all’occorrenza, la stessa Forza Italia).

Intanto ci teniamo l’Europa che ci esclude dai vertici e alla quale ci rivolgiamo col cappello in mano per avere ‘più flessibilità’ nei conti e nel debito stellare che non riusciamo a intaccare per non incorrere in leggi di bilancio ‘lacrime e sangue’ e che imploriamo, l’Europa, che si prenda almeno un pugno di migranti che importiamo dalla ‘frontiera sud’ per forza inerziale e follia di cattiva politica immigratoria a centinaia di migliaia ogni anno e vanno, per le segrete vie e con l’aiuto delle folli associazioni dei ‘no borders’, a ingrossare le giungle di Calais che costeranno la presidenza a Hollande e quelle di Ventimiglia e di Como che costeranno al pd la perdita della risicata, esigua maggioranza di s-governo alle prossime elezioni.

E anche la presidenza Trump, nelle cronache e nei telegiornali, fa capolino come non più una ipotesi maledetta, bensì una maledizione colla quale occorre misurarsi e riflettere su come e perché stanno cambiando le maggioranze di governo future delle principali nazioni e quali spaventosi errori abbiano commesso le sinistre dell’Occidente malate di buonismo e che ancora affermano – come quei dementi fissati su una sola frase e faticoso concetto che allaga le loro scatole craniche e fa naufragare le sinapsi – che ‘multietnico è bello’, mentre Charlotte è in stato d’assedio a causa dei disordini e si contano i morti nei supermercati, come si sono contati e si conteranno da noi a Parigi, Bruxelles, Nizza e chissà dove domani, chissà dove. A Roma, forse?

A novembre

 

Tornano i ‘venti di guerra’ – una guerra per bande, per sette tribali, per gruppi di ‘ribelli’ non meglio identificati da un giornalismo pressapochista e schierato in grandissima maggioranza colle scelte folli e sbagliate dell’amministrazione Obama.
Un’amministrazione Obama-Clinton (pessima segretaria di stato) che porta sulle spalle il fardello pesantissimo delle catastrofi umanitarie della Siria e della Libia causate dalle sue scelte sbagliate e dall’illusione pia che ‘portare la democrazia’ in quei paesi di medioevo islamico fosse una scelta epocale, un’apertura luminosa del terzo millennio alle magnifiche sorti del mondialismo de ‘tutti fratelli’ e tutti accolti a braccia aperte nelle nostre città multietniche – e si è rivelato, invece, la bocca dell’inferno presente delle cronache di attentati e bombe nei cassonetti in cui viviamo immersi – e i morti e i feriti per le strade dell’Occidente (Parigi, Bruxelles, Nizza e gli stupri e le ferite nell’anima del Capodanno di Colonia e di altre città europee da parte di bande organizzate di immigrati).

E una campagna elettorale giocata su queste tragiche evidenze non potrà che risolversi male, premiando un ‘nazista dell’Illinois’ o (ne dubito) un ex segretario di stato maneggione e impastato di vecchia politica e di vecchi politici incollati alle cadreghe che hanno già dato abbondanti prove di saper fare sempre e solo scelte sbagliate e folli, di certo in politica estera, – e che non pronunciano le parole giuste di fermezza di fronte alla tragedia delle bombe dell’altro ieri fabbricate e poste a dimora da un afgano ‘naturalizzato’ (ma che c…. vuol dire?) – ennesimo figlio malato del mondialismo e dell’accoglienza indifferenziata e non governata da Obama e dalla sua pessima amministrazione.
Gli dei accecano chi vuol perdere, si dice. Appuntamento a novembre.

I tempi grami e il giornalismo che ‘ciurla nel manico’

 

Un certo giornalismo, posto di fronte ad avvenimenti eclatanti e dolorissimi, sembra ‘ciurlare nel manico’ e ripete all’infinito frasi senza senso prestategli dai politici, – grandissimi ‘ciurlatori’/imbonitori per definizione e vocazione.

L’attentato di Manhattan del cassonetto esploso stanotte (ora italiana) e che ha causato 29 feriti sarebbe, a sentire il sindaco della città, ‘intenzionale’ – e non par dubbio a nessuno, nemmeno al più cretino tra noi, che il mettere una bomba in un cassonetto riveli una ‘intenzionalità’ dell’attentatore/terrorista.
Ma che c…. vuol dire (o nascondere) quel sindaco e l’intendenza dei giornalisti embedded dietro parole così ovvie e ridicole pronunciate con visi compresi della gravità del momento?

E la parola che non si vuol pronunciare – neanche se l’attentatore apparisse d’improvviso davanti a una telecamera, con barbetta e tratti del viso marcatamente arabi e con un cartello levato con su scritto: ‘Sono stato io; sono un ‘radicalizzato sul web’: Allahu akbar!’ – è l’orrenda parola ‘terrorismo’.
Una bestemmia giornalistica che, dopo gli attentati di Parigi e Bruxelles e Nizza (e la chiesa di Notre Dame di Parigi che stava per essere lesionata da una macchina-bomba parcheggiata nei pressi) si pronuncia solo dopo molte ore o giorni e solo quando l’evidenza dello stato di ‘allarme rosso’ ha lasciato sul terreno la colatura tragica di morti e feriti e dispersi.

Perché l’ammettere pubblicamente che ‘il terrorismo è tra noi’, – è il nostro cruccio quotidiano delle nostre vite blindate – comporterebbe il dare ragione a Trump e favorire la sua campagna elettorale – altra grandissima bestemmia di un giornalismo ‘embedded’ che fa ‘carte false’ pur di non ammettere che i sondaggi volgono decisamente a favore del ‘nazista dell’Illinois’, come lo ha definito Crozza.

Ma giova ricordare che i pretesi nazisti non sorgono come funghi nei boschi per caso, bensì sono la nemesi e il portato di fatti ed eventi a cui abbiamo tutti in qualche modo contribuito con scelte sbagliate quali le società multietniche che abbiamo fatto crescere in modo esponenziale nelle nostre città – e si trascinano dietro gli inevitabili conflitti e le guerre intestine dei ‘radicalizzati sul web’ – e con le tolleranze colpevoli e le vili acquiescenze di chi non vuole ‘prendere posizione’ radicale , neanche quando sul terreno ha lasciato amici o parenti. Mala tempora currunt.

La resistibile ascesa e prevedibile caduta dell’Imbonitore fiorentino

 

Che ci sappia fare, da imbonitore, ognun lo dice e la sua loquela svelta e gli argomenti che sciorina a favore delle sue pentole miracolose in cui ci puoi cucinare di tutto – dalla riforma del Senato al job act, passando per i bonus a pioggia che non hanno risollevato l’economia di un dito – sembrano buoni argomenti, ma al referendum prossimo venturo si vedrà se avrà convinto ‘gli italiani’: parola di cui si riempie la bocca ad ogni piè sospinto come se ne fosse il megafono e l’oracolo.

E l’economia che ristagna è il suo cruccio e la sua condanna (it’s the economy, stupid) e non gli è bastato farsi accompagnare nella sua resistibile ascesa dalla avvenente, e pur brava, pulzella estrusca dai morbidi boccoli – e il padre invischiato in quella brutta storia di banche etrusche -, e oggi è in grave affanno e debito di fiato, il condottiero-imbonitore, e si è costretto a più di una marcia indietro e ‘ritirata strategica’ e manda a dire che l’eventuale vittoria del ‘no’ al referendum non lo vedrà dimissionario – e le sue pentole rigurgitanti di promesse e residui bagliori per le allodole si ammucchiano invendute mentre a Bratislava gli mandano a dire che ‘non c’è trippa’ per i furbi gatti fiorentini che si riempiono la bocca dello slogan atroce de ‘salviamo vite’, ma poi vogliono rifilarle sotto veste di ‘giungla di Calais’ e campi-profughi di Como e Ventimiglia alla Francia e alla Svizzera, intasando l’Europa di clandestini e nuovi schiavi – e le periferie urbane delle metropoli europee piene di disoccupati cronici che si ‘radicalizzano sul web’ e studiano di far saltare in aria la cattedrale di Notre Dame con tutti i turisti dentro e i morti e il sangue sul sagrato.

E il povero imbonitore fiorentino ieri si è presentato da solo alla conferenza stampa, lamentando i nulli risultati dell’ennesimo ‘vertice europeo’ (ma non bastano le video-conferenze per quelle vostre inutili cose – con quel che ci costate, a noi contribuenti?). E ha tuonato il suo ‘faremo da soli’ che dà i brividi – considerate le frontiere chiuse dell’Europa e i mille e mille clandestini che andiamo a prendere fin sotto le coste libiche per soddisfare gli slogans elettorali dell’imbonitore che ‘salviamo vite’.
Un’altra politica immigratoria meno folle di questa era ed è possibile, chiedetelo alla Spagna, a Malta e all’Australia.
Il disordine del mondo rotto ha bisogno di argini e contenimenti e di efficace governo delle ‘catastrofi umanitarie’ non di imbonitori da fiera allo sbando.

La città futura

La città futura

Mi sono aggirato nei labirinti luridi del mio primo slum metropolitano a 20 anni, a Manila e, quando ne parlai a un amico che lavorava nella capitale, mi disse che ero fortunato di esserne uscito indenne. Mi muoveva la curiosità di tutte quelle persone chiuse in quella dimensione urbana di miseria eclatante e fatica di vivere e nessuna speranza, a breve, di uscire da quel ghetto osceno, crudelmente contrapposto alla città di pietra e monumenti e strade pulite ed edifici governativi e ristoranti e cinema, insomma il ‘centro’: motore della fragile economia metropolitana che tutto sostiene, anche le briciole che si portano via gli ultimi e i marginali: gli abitanti degli slums.

E anche Bruxelles, l’oscena capitale del ‘plat pays’ cantato da J. Brel (in realtà un paesaggio ondulato e fitto di boschi e foreste) ha il suo ‘centro’: motore di una economia turistica asfittica e massimamente caotica – e a stento si passa tra i tavoli e le sedie delle strette viuzze e delle piazzette dove fastidiosi ‘mettidentro’ insistono a rifilarti il piatto del giorno e le altre schifezze precotte di quasi tutti i ristoranti turistici all over the world.
E Bruxelles ha anch’essa il suo ‘slum’ – l’immenso distendersi di una crosta di periferia urbana oscena a vedersi e a udirsi (diverse lingue, orribili favelle, parole di dolore, accenti d’ira) che ieri era dormitorio delle truppe di lavoratori di una immigrazione interna all’Europa, sopratutto italiana (le miniere del Belgio e le attività metallurgiche oggi morte e sepolte) e oggi è il teatro all’aperto di apparenza miserabile e fitto di cartacce e lattine di una immigrazione ‘mondialista’ come si ama dire.
E, se percorrete la rue Charles Quint in direzione del centro storico, avrete la plastica rappresentazione di come si presenteranno ai figli e ai nipoti tutte le metropoli europee affannate dall’immigrazione selvaggia di questi anni da qui a un decennio. E ancora non mi è chiaro quali mani ‘coloured’ e barbe arabe e menti future di chissà che provenienza e tradizione e cultura di origine saranno incaricate di gestire gli archivi della cultura europea occidentale custodita nei musei e nelle pinacoteche che visitiamo e chi dirigerà i concerti della meravigliosa musica classica di Bach e Haendel e Mozart nei teatri storici e negli auditorium.

Però abbiamo già i molti sacerdoti neri che cogestiscono la grande chiesa del Sacre Coeur e officiano i riti funebri e vi celebrano i matrimoni – e così ci è chiaro il perché, in tanta ‘crisi delle vocazioni’ bianche e occidentali, il papa di Roma insista così tanto nel voler accogliere tutti i sedicenti profughi – qualche prete ne uscirà dalle centinaia di migliaia che accogliamo obtorto collo nella tanto generosa Europa vogliosa di mutazioni epocali.
E, se si eccettua la meravigliosa cattedrale bianca che svetta nel suo biancore gotico sopra il suo alto zoccolo di gradoni con-colori, neanche il centro storico e la sua ‘piazza grande’ danno emozioni estetiche degne di nota. E vien voglia di scappare al più presto per chi, come noi, ‘ha visto Gand’ e Bruges – scappare con l’amaro in bocca da questa metropoli futura che ci spinge a rifugiarci mentalmente in un impossibile ‘ritorno al passato’.

E sarà per l’affanno dalla calura estiva e la quantità inverosimile di turisti – che pare di essere a Venezia nella sua devastata ‘area marciana’ con le cavallette del ‘mordi e fuggi’ quotidiano – che lascio mia figlia seduta su un muretto a far riposare i suoi borders e mi spingo in un bar poco distante e ordino una ‘Leffe’ bionda e chiacchiero con il facondo gestore, un belga bianco per antico pelo sopravvissuto alla mutazione epocale della sua città e gli chiedo come va, dopo la mattanza dei ‘radicalizzati sul web’ ultima scorsa.
Risponde: ‘Bene.’ con un suo certo disagio mal celato, ma poi aggiunge: ‘On sait bien que ce n’est pas fini.’ Sappiamo bene che non è finita, già.

E, cercando la via del ritorno al parcheggio dove abbiamo lasciato la macchina, passiamo per un lungo-fiume dove l’amministrazione comunale, disperata dopo gli ultimi eventi tragici, ha effigiato una quantità di gente multi colore e di etnia diversa tutti sorridenti e, nell’intenzione e nella speranza degli autori istituzionali, ben integrati e contenti di vivere colà – tutti insieme appassionatamente, nel Belgistan dei nostri tormenti e dubbi atroci. Compresi i poliziotti bianchi delle molte auto-pattuglie che sfrecciano ininterrottamente per via Charles Quint e istituiscono i posti di blocco e sorridono tra loro e si danno pacche sulle spalle – forse felici per la quantità di lavoro che viene assicurata loro dalla città futura delle banlieueus multietniche.

Facciamoci gli auguri. Molti radicalizzati sono già tra noi – lo hanno detto in molti articoli i valenti giornalisti bene addentro alle ‘intelligences’ dei vari paesi sotto attacco – e molti altri ne andiamo a prendere quotidianamente con le ‘navi dei folli’ di Frontex, giusto a dieci miglia nautiche dalla Libia. Buonismo o masochismo? Chi vivrà dirà. Per intanto i cocci di questa ondata di miseria di ritorno (e i morti e i feriti per le strade) sono nostri.

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.

Le torri e la Storia

E a dirci la Storia sono le architetture e le pitture e le biblioteche – che qui a Gand si sono mantenute pressoché integre, malgrado guerre e alluvioni e le religioni e gli scismi – che gli opposti di fede andavano casa per casa a sgozzare intere famiglie, peggio degli Hutu e dei Tutsi – e Bruges si appoggiava all’Inghilterra fiera dei suo commerci marittimi e con l’entroterra e la puniva il re francese tombando i suoi canali e distruggendo le mura , – il tormentone tragico di quei secoli di dinastie che si succedevano succhiando e spargendo sangue ad ogni detronizzazione e nuova intronizzazione e il papa di Roma come potente supervisore o alleato o nemico che ‘sterminateli tutti, dio riconoscerà i suoi’.

Però la Storia offre brevi o lunghe distensioni e momenti di pace e di straordinario sviluppo economico ed ecco alzarsi le torri ed erigersi le meravigliose cattedrali – e perfino il mercato coperto della città di Gand pare una chiesa e mostra i contrafforti all’esterno – il mercato come religione laica e i mercanti i suoi sacerdoti ricchi e pii e che finanziavano le guerre dei principi, ma alcuni, illuminati ante litteram, costruivano i quartieri operai e artigiani a prezzi calmierati e abbellivano la città con ‘periferie’ che oggi ce le sogniamo….

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.

 

Le meravigliose case di Gand

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.

Gli auspicati orizzonti di futuro

 

E’ certo che tra l’abitare la verticalità o l’orizzontalità, per una volta, sceglierei la seconda. E l’immobilità assoluta del canale e la struttura in acciaio e la stazza e la quantità di stanze sottobordo che si infilano una dietro l’altra e l’eleganza da ‘design’ di alcune di queste gigantesche ‘peate’ che un tempo solcavano i canali e bordeggiavano sotto costa sono tali da dirle migliori delle case nuove di abitazione in periferia e seconde solo alle meravigliose case storiche del centro che salgono per gradoni successivi e disegnano la spettacolarità del triangolo che le chiude in altezza con gli interni abbaini e dell’insieme della Gand fiamminga di Van Eyck e di Robert Campin, il Maestro di Flèmalle.

E camminarci di mattina, appena dopo l’alba, lungo il canale immobile e le case a specchio e un’arietta sbarazzina che ti fa dimenticare l’afosa stanza priva di aria condizionata della notte è piacere da re e tutte quelle figliole da Ovomaltina che sfilano in bicicletta pedalando di buona lena la dicono città felice o anche solo serena, – che, di questi tempi di morti ammazzati e ‘radicalizzati sul web’ incistati nelle banlieues delle città del Belgio, è cosa preziosissima e auspicato orizzonte di futuro…. (segue)

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.

 

 

 

Bandiere flosce

Niente vento sul ponte di comando della Garibaldi dove i pretesi ammiragli dell’Europa allo sbando ammannivano i loro ragli politici e i loro propositi destinati al nulla di sempre ai poveri marinai schierati. E in assenza di vento, – potente metafora delle presenti miserie politiche -, le bandiere dei tre paesi che si pretendono ‘leaders’ stavano mosce e flosce all’ingiù. A casa, miserabili s-governanti di un’Europa trasformata in una ‘nave dei folli’ assediata da mille barconi e da ‘giungle’ e campi-profughi ueberall. A casa. Avete già fatto immensi danni che pagheremo salati e a suon di morti per le strade nei prossimi decenni.

Fiori sulla tomba europea fitta di morti assassinati dal terrorismo di importazione. http://www.repubblica.it/…/22/news/ventotene-146444766/…

L’inno alla gioia delle nostre incancellabili tristesse e i lutti

L’inno alla gioia delle nostre incancellabili tristezze e i lutti

‘E’ l’ora di scelte nuove’, scrive E. Mauro su ‘la Repubblica’, ma conclude – con tardivo realismo e amara constatazione di troppi fallimenti: ‘E’ l’ora di uomini nuovi’. Uomini nuovi, già.
E’ paradossale che quegli stessi s-governanti dalle politiche immigratorie dissennate e folli di ‘accoglienza no limits’ e nessun argine ed efficace azione repressiva contro i ‘mercanti di schiavi’ – e migliaia di arrembanti non aventi titolo di profughi dentro i nostri confini e tutte le altre frontiere europee chiuse -, siano gli stessi che farfugliano di una ‘nuova Europa’ – e la vecchia ci bastava ed avanzava colla sua bella identità occidentale e le sue città ricche di storia, prima che che quegli imbelli e incapaci del ‘vertice’ di Ventotene la snaturassero e consentissero alla crescita smisurata dei ghetti urbani delle banlieues parigine e del Belgistan a prevalenza islamica – vere e proprie enclaves di serpi in seno e grembo di ‘radicalizzati sul web’ e assassini seriali e ‘natural born killers’ di ascendenza e formazione islamico-radicale.

E la sola vera e buona risposta a quegli annaspanti s-governanti delle decine di vigliacchi attentati alla vita degli inermi cittadini europei è una sola: ‘A casa, andatevene a casa, dopo i guasti e i lutti delle vostre politiche sbagliate e folli.’ Che ci avete consegnato, oggi e per i faticosi decenni futuri, una Europa malata e fragile e blindata, incapace di disegnare un suo orizzonte di futuro vivibile.
Che siate maledetti per l’infamia delle vostre pessime politiche e i lutti ormai costanti – e la facile predizione di nuovi, prossimi lutti – che ha ridotto ‘l’Inno alla Gioia’ di Schiller e Beethoven a una parodia delle nostre incancellabili tristezze e rabbie.

Di reportages e predicatori da un tanto al chilo

 

E più e meglio di un viaggio dal Mali alle coste libiche in compagnia di migranti a migliaia – e scafisti e mercanti di uomini e di morte – come fa Domenico Quirico sulla Stampa e ci cava un lirismo della povertà e della necessità degno di miglior causa, meglio sarebbe un reportage dal Belgistan e dall’enclave e roccaforte islamica di Mollenbec – dove intendo recarmi e vedere con questi occhi la quotidianità di veli e burqa e la disoccupazione cronica dei ‘radicalizzati sul web’ stampata sulle facce di quella ‘Blade runner’ del terzo millennio che anticipa e raffigura la faccia oscura dell’Europa da qui a trenta/cinquant’anni.

E magari ne invierò copia al Quirinale e al Mattarella delle predicazioni papali inani e che lasciano e incentivano la miseria sociale che trovano, ma vanno fatte e rilanciate dalla stampa embedded – non foss’altro che per il ruolo e per dare un senso al loro vestirsi da Presidente e/o Papa ogni mattina che Dio manda in Terra e chiedersi con sguardo smarrito posato sugli stucchi artistici e le statue e le dorature degli artistici saloni dei palazzi: ‘Che ci faccio qui?’
Già, che ci fanno? Che era meglio e da fargli un monumento a Pepe Mujica se comparato agli ultimi trenta presidenti e papi nostrani della quotidiana nostra lotta per uno stato laico e libero dalle palle al piede delle pesantezze vaticane che ne hanno condizionato e rallentato il libero sviluppo e la crescita.

E oggi, anche per la loro intercessione e tragica predicazione buonista, dobbiamo farci carico di svezzare l’islamismo atavico dei nomadi pastori che partorisce la jihad per via di web e pagare il pesantissimo costo di morti e feriti per le strade – e la Sanità pesantemente tagliata per via dei costi dell’accoglienza a cinque cifre ogni anno e la vita media degli ultimi due anni che si abbassa a percentuali da dopoguerra -leggetevi gli articoli di Mario Giordano in proposito.
Tu vedi le facce di tolla di questi predicatori e savonarola da tre palle un soldo.

 

http://www.liberoquotidiano.it/news/politica/11949698/vittorio-feltri-sergio-mattarella-immigrazione-meeting-rimini-editoriale-vaffa.html