I luoghi comuni e i misteri dell’amore

 

Tutti diciamo ‘I love you’, ciascuno nella propria lingua, s’intende. E tutti noi, nessuno escluso, facciamo i conti con i luoghi comuni – che il meraviglioso film di Allen, (un canto del cigno, ma sospetto che il cigno di N.Y. possa ancora cantare a lungo), ci elenca, mostrandoceli nelle situazioni paradossali della sua comicità esplosiva e deliziosa.
E abbiamo una deuteragonista della grande famiglia niuiorchese rappresentata nel film che si innamora di un gondoliere nel corso di un viaggio a Venezia (un ‘luogo comune’ planetario come Parigi e Bora-bora) – e scoppiamo a ridere quando, nel film, si dice che ‘gondoliere’ vuol dire ‘senza lire’ (solo per il fisco nostrano). E ri-scoppiamo a ridere quando la stessa vanesia transita amorosamente dal gondoliere a un carcerato apparentemente redento e viene stregata dal suo fascino animale (altro ‘luogo comune’ amoroso) e ne esce una gag alla ‘Bonnie § Clide’ con fughe e inseguimenti.
E delizioso e comicamente perfetto è il controcanto in ‘musical’ di tutti i co-protagonisti che sospende la narrazione e il regalo cinematografico delle acrobatiche e magistrali danze alla Ginger § Fred.
E più debole, ma da sorriso sulle labbra, è la storia di quella paziente di una psicanalista che, spiata, diventa preda, a Parigi, del gioco seduttivo dello stesso Allen – che finalmente ci libera dal luogo comune di molti suoi films: che l’amore si nutra solo di assonanze e ‘comune sentire’ – ed è, invece, mistero e meraviglia contraddittoria e aspra conquista quotidiana delle nostre vite strambe e irreggimentabili.
E Allen stesso ci fa sbellicare dalle risate ogni volta che si propone in veste di seduttore – il più improbabile dei seduttori – ma ci seduce col suo impareggiabile genio comico di scrittore e regista e perfino bravissimo clarinettista di una band. Che Dio ce lo preservi. Finchè c’è Allen (e i suoi films) c’è speranza di comprensione dei molti misteri degli uomini sul pianeta Terra. Buon Natale.

Tutti dicono I Love You è un film del 1996 diretto dal regista statunitense Woody Allen. Djuna detta Dj, una sveglia adolescente, racconta le contorte faccende amorose della sua famiglia. I suoi
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Dell’abbaiare alla Luna

Gli eredi dei nomadi pastori illusi dal Corano che abbaiano alla Luna.

E mentre faccio le pulizie di casa ascolto alla radio il comizio dagli echi tonitruanti e mussoliniani del despota turco a Istanbul – dove ha radunato i suoi pari di fede e li incita a isolare Israele e il suo alleato Trump, che ha deciso lo spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme; in questo fedele al suo impegno elettorale e buon ultimo, dopo Clinton e Obama, che un tale impegno avevano preso a loro volta, ma sempre dilazionato e rimandato alle mitiche calende.

E viene in mente una gag di un noto comico: che gli bastava una o due parole-chiave (in questo caso ‘Gerusalemme’ e ‘Israele’) pronunciate nel silenzio di una assemblea infiammata e le reazioni di sdegno e rabbia e urla scomposte e visi paonazzi dei presenti erano assicurate e scontate e l’effetto comico assicurato.

E mai, come in questo caso, vale la riflessione di quel tale che dichiarava che : ‘La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi.’ E, se sarà guerra a Israele, Erdogan e i suoi rissosi e infiammabili alleati la perderanno, com’è consuetudine e storia nell’area mediorientale – ed è proprio per questo che la gag di quel tal comico succitata risulta particolarmente efficace e muove la risata.

Grida e tumulti nelle infiammate assemblee preparatorie e, sul campo di battaglia, batoste e umiliazioni cocenti. Erdogan, datti una regolata. La vita dei tuoi soldati vale molto di più delle tue ridicole ambizioni di post moderno despota e sultano.

“Dobbiamo riconoscere lo Stato di Palestina con i confini del 1967, liberandoci dall’idea che questo sia un ostacolo alla pace”, e “Gerusalemme come capitale dello stato occupato di Palestina”. (ANSA)
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Il nuovo che avanza, il futuro che verrà.

 

Non credo che le manifestazioni elettoralistiche del Pd and friends riusciranno a spostare uno zero virgola della tendenza in atto del suo meritato castigo politico e prossimo e salutare cono d’ombra all’opposizione. Il patetico suo gridare, la Boldrini in testa, ‘al lupo fascista!’ e lanciare straziati appelli contro un immaginario fascismo trionfante ueberall non lo riscatterà dal suo biennio di infamia di s-governo iniziata con Letta e finito coll’isolamento politico in una Europa dalle frontiere chiuse e nessuna redistribuzione dei migranti e i respingimenti e i contenimenti tardivi del troppo che stroppia importato dal duo Renzi-Alfano: santi patroni dei ‘barconi’ e del mercato degli schiavi libico e seguaci folli dell’accoglienza francescana illimitata e incurante dei conflitti sociali che ha comportato e comporterà negli anni a venire.

Il verdetto degli italiani/e è stato pronunciato da tempo e troverà conferma nelle urne alla data che il pallido e callido Mattarella vorrà benignamente concedere, speriamo nei primi mesi del 2018.

E sarà un cinque a zero, dopo la brexit, Trump, il no al referendum renziano e il nuovo cancelliere austriaco dalle frontiere ermeticamente chiuse.
Un ‘tutti a casa’ che sancirà la definitiva uscita di scena di quei dilettanti allo sbaraglio detti ‘i renziani’ di s-governo e dei loro velleitari competitors a sinistra che si si definiscono ‘liberi e uguali’ in omaggio alla mitica rèvolution del 1789 e, forse, più avanti, si diranno montagnardi o giacobini sulla scia del passo del gambero della Storia dell’ultimo ventennio.

Ma la cosa più importante è che cambi il passo politico sul contrasto all’immigrazione clandestina, iniziato assai tardivamente e prudentemente da Minniti e si fermi la follia del mercato di schiavi e di morti che avviene sulle coste libiche e tunisine. E’ su questo che si misurerà la rinascita auspicata del paese e un consolidamento della ripresa economica che, sola, potrà consentire un cambio di rotta e l’apertura dei mitici ‘corridoi umanitari’, gestiti, si spera, dal nuovo governo italiano cum grano salis tenendo sotto stretto controllo le troppo misericordiose o.n.g. di qualsiasi origine e scopo.
Amen e così sia. Un miglior futuro sia con voi.

Congedo dai genitori – Ieri accadeva

Di leggende e dintorni – 08 dicembre 2015

Quando prendiamo definitivo congedo dai genitori entriamo e ci stipiamo in quella vasta lounge planetaria dove si smaltisce – con una dolce e ragionata lentezza, per fortuna – la lista d’attesa del nostro stesso congedo corporale. Tocca a noi, ci diciamo – e le notti sono fitte di sogni tormentati e i pensieri molesti, nel dormiveglia, ci spaventano per i troppi misteri del nostro prossimo viaggio e le improbabili e oscure destinazioni, ammesso e non concesso che ve ne siano, – a parte le leggende religiose e le consolanti e/o spaventose figurazioni medioevali che hanno riempito le nostre deboli e condizionabili zucche di bambini fragili e spaventati di tutto.

E’ una lounge confortevole, in verità, con tutti i comforts che la nostra generazione ha saputo/voluto apprestare per i suoi anziani e vecchi: luoghi di cura e di socializzazione un po’ venati di tristezza e rimpianti, ma chi è ‘autosufficiente’ riesce ancora a progettare viaggi e partecipare con un certo impegno e residua autorevolezza alla ‘vita sociale’ – e facebook aiuta, certo, pur se è da usarsi ‘cum grano salis’ e considerarlo un giocattolo un po’ stupido e vanesio, quale effettivamente è per molti, troppi di noi. E pericoloso, se consideriamo l’uso distorto che ne fanno i troppi ‘bulli’ delle nostre scuole e le ‘radicalizzazioni’ para islamiche contorte e stupide che vi avvengono e, finalmente, vengono monitorate dalle ‘intelligences’ dei vari paesi sotto attacco terroristico

E sarà per il fitto calendario funerario dell’ultimo mese appena scorso, durante il quale ho ficcato gli occhi in quelli spaventati dei morituri – e ne coglievo gli angoscianti interrogativi e le segrete paure – la dimensione dell’Ade, dell’Aldilà mi è diventata familiare e, di recente, ho recuperato quel dialogo sapido e pieno di sensatezza filosofica antica di Socrate con i suoi discepoli e l’ho comparato con tutte quelle promesse di Paradisi e Purgatori (gli Inferni no, non sono più di moda, al tempo di Francesco e del suo Giubileo della Misericordia che si celebra in pompa magna e con gran battage pubblicitario dei media servili e ‘più realisti del re’) che mostrano la corda delle nefaste e incorrotte narrazioni medievali. E mi è venuto da sorridere quando un radio-giornalista mi ha spiegato che il riferimento antico della ‘porta santa’ era ad un capro sacrificale – segno che la nostra e le altre religioni non si sono mai troppo distaccate dai tempi mitologici dei popoli pastori che le hanno partorite e riempite delle loro vetuste simbologie e riferimenti rituali e sacrificali, a partire da Isacco, salvato dall’Angelo.

E, per i presenti celebranti e i loro plasmabili ‘fedeli’ dai percorsi mentali labirintici e fittamente nebbiosi, è una manna che la Scienza non abbia saputo produrre altrettanti accattivanti e chiari riferimenti simbolici sostitutivi di quelle leggende fruste e inadeguate a coniugare il presente – che si dibatte, infatti, nei conflitti indotti dallo scontro tra ‘verità rivelate’ (ebraiche, cattoliche e islamiche) da sempre contrapposte e ugualmente riferite alla pastorizia delle origini e ai belati dei caproni sacrificali.

Perché, se la luce della Scienza e relativa Conoscenza, – in questi tormentati decenni di medioevi che ritornano e si scontrano nelle strade di Parigi e nei caffè danesi e musei tunisini e nelle redazioni della libera stampa e negli istituti per handicappati di san Bernardino – se quella luce avesse sfolgorato e prodotto le sue auguste e maestose simbologie di vera e piena Conoscenza non saremmo qui a piangere i nostri morti innocenti e farli benedire in quelle stesse chiese in cui si predicano le verità asfittiche e storicamente violente del nostro scontento (leggetevi la ‘crociata contro gli Albigesi’ o ‘la notte di san Bartolomeo’ e le altre guerre di religione su Wikipedia e ne avrete contezza).

Luce, fate luce!’ si dice che abbia esclamato il Poeta morente. Ce n’è un gran bisogno, in effetti. Non fosse altro che per illuminare il Buio dell’Ade e dirlo il confortante Nulla che ci ha partorito e a cui ritorneremo. Amen e così sia.Nessun testo alternativo automatico disponibile.

Segnali e sogni – Ieri accadeva

 

Segnali fortissimi e sogni soavi. 04 dicembre 2016

Comunque andrà (mo’ mi vesto e vado al seggio) il segnale forte, fortissimo è stato dato. Le trombe di Giosafatte sono state suonate a toni altissimi e, seppure ci toccherà la sventura massima (Dio non voglia) di doverci tenere l’imbonitore fiorentino con la sua fragorosa batteria di pentole riformistiche che, a sentir lui, cuociono anche le suole (le note ‘sole’ renziane), ci penserà Hofer in Austria a tenere svegli di notte gli s-governanti europei di sinistra-centro con gli incubi di perdere la cadrega e vedersi castigati dagli elettori per le loro pessime politiche immigratorie e per aver consentito che le periferie urbane delle nostre città siano diventate gli slums delle occupazioni abusive e le discariche sociali del non lavoro e del mendicismo diffuso e della microcriminalità che lo surroga – e ci costa sotto forma di detenzioni nelle patrie galere e ‘radicalizzazioni’ più di quanto ci è costata in termini di pretesa e avvilente ‘accoglienza’ di caserme strapiene e sindaci e cittadini in rivolta per l’immissione forzata di migliaia di clandestini (in gran parte) nel fragile tessuto sociale di città e paesi pesantemente provati dalla crisi.
E nessun progetto di ampio respiro da parte del duo Renzi-Alfano bensì solo un avvilente stipare dovunque e quantunque e senza una ragionevole stima di compatibilità e ‘impatto sociale’ l’enorme massa di persone che attende sulle coste libiche di essere raccolta e trapiantata in terra di missione e occupazione. Italy bel suol d’amore. La Storia che va col passo del gambero.

Perché quello che non capiscono le anime belle infiammate neuronicamente sul web e nei ‘social’ sulla questione ‘accoglienza’ universale e ‘no borders’ è che la rivolta dell’elettorato della ‘Brexit’ e di Donald e di Hofer é la richiesta divenuta perentoria (un tempo verbo ‘di sinistra’) di tutti coloro che ‘chiedono legge per ciò che risulta eccessivo’ – rileggetevi la bella poesia di Celaya – e chiedono che si governi, finalmente! il disordine globale che sta cambiando i connotati delle nostre città e delle nostre vite.
Parole al vento, lo so, in quelle plaghe neuroniche infiammate e resistenti agli antibiotici di nuova generazione di renziani e piddini arroccati nelle trincee del ‘hic manebimus optime’, malgrado l’evidenza fragorosa dello sciogliersi del pupazzo di neve del loro progetto di s-governo.

Perciò tocca agli elettori dare il segnale forte e mandare a casa tutti coloro che hanno abbuiato il nostro orizzonte di futuro e ci rifilano una lodevole attitudine dell’anima a essere buona e caritatevole con chi ha bisogno per un progetto di s-governo permanente e pretesa ‘accoglienza’ e conseguenti conflitti sociali annunciati a migliaia.

S.p.q.r. – Sono persi nel nulla dei loro sogni soavi questi renziani.

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Letture consigliate. Umberto Eco – ‘A passo di gambero. Guerre calde e populismo mediatico.’ Bompiani editore. ‘Se qualcuno si batte per una scelta politica (e nel caso in questione, civile e morale), fatto salvo il dAltro…
 ‘Se dicen los poemas
que ensanchan los pulmones de cuantos, asfixiados,
piden ser, piden ritmo, Altro…

CERCA Y LEJOS Más allá del pecado, indecible, te adoro, y al buscar mis palabras sólo encuentro unos…
EL-PLACARD.BLOGSPOT.COM

Peace and love

 

E nel bel padiglione liberty dell’Ungheria si accoglie l’inno di speranza e l’auspicio di tutti noi del vivere in pace rielaborato da Gyula Vàrnai – che già il ‘papa buono’ nel 63 lo auspicava in latino colla sua ‘pacem in terris’ in cui si prediceva per tutti i viventi un futuro di giustizia, verità, amore e libertà, sempre smentito dai fatti e gli eventi a seguire. E il ‘peace and love’ dei movimenti hippies e floreali e ‘rock and roll’ è argomento canonico sempre ferocemente contrastato, in verità, da tutti i cattivoni del mondo che fanno a gara per dircelo satanico e infernale e affetto da ogni e peggiore male, dal Vietnam alla Cambogia di Pol e compresa la presente minaccia atomica del ‘rocketman’ Kim Il Sung vanamente contrastata dal suo competitor americano.
E sappiamo, ahinoi, che ‘il peggio non è mai morto’ e che perfino la tragedia antica dei ‘popoli del mare’ che distrussero le civiltà mediterranee millenni or sono si ripropone oggi con rinnovata virulenza – e siamo più indifesi che pria perché i decenni di malata e incessante predicazione e sentire buonisti in Occidente vengono usati dai popoli affluenti sui barconi come grimaldelli per scardinare le frontiere un tempo difese manu militari e oggi vanificate e liquefatte dall’insania misericordiosa diffusa del ‘accogliamoli tutti’, malgrado le economie fragili e i conflitti sociali annunciati e i cosiddetti ‘populismi’ rabbiosi che montano ad ogni tornata elettorale in parallelo col crescere della follia buonista accogliente.
Però va bene, l’Arte viva non poteva mancare l’appuntamento coll’inno e la canzone e l’invocazione maggiormente gettonata nell’ultimo mezzo secolo e il vivere in pace, in fondo, non è così male e chissà che non si trovi, prima o poi, l’algoritmo giusto a cui fa cenno e riferimento Gyula Vàrnai nella sua mostra per convincere tutti, Kim Il Sung incluso, che tutto funzionerebbe meglio se proiettato in un orizzonte di pace.
Amen e così sia.

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L’Arte viva e quella morta

 

…che poi, la fortuna di queste mega esposizioni, dove puoi passarci un’intera giornata di riflessioni profonde e relative ai massimi sistemi del nostro vivere e morire ed esserci e agire e trovarci un senso (…ma un senso non ce l’ha, cantava a gola spiegata il Vasco nostro nazionale) al diverso disporsi ed accadere delle cose e delle volontà degli uomini, la fortuna sta tutta in una certa aria di festa mobile garantita da tutte queste classi in visita e dai loro commenti leggeri e, a volte, stupidini e ai ‘selfie’ che si fanno davanti alle istallazioni più eclatanti degli artisti neanche fossero in piazza san Marco fronte basilica o in posa appoggiati alla colonna del Todaro.
Che, se volessero o sapessero cos’è vera arte e cosa no, potrebbero in un ‘workshop’ guidato radunare e organizzare e stampare tutte quelle loro foto-ricordo e incollarle in un pannello grande tutta una parete ed ecco pronta un’altra riflessione/esposizione di vite vissute e ricordi e ‘come eravamo’ disponibile per le prossime generazioni e classi in visita alla 63sima o 65sima Biennale al padiglione Italia.

Che, mutatis mutandi, è quello che ha fatto l’artista coreano Lee Wan raccogliendo migliaia di interviste con gente la più varia e sui temi più disparati delle loro vite più altri dati raccolti nei data-base degli archivi su internet e ne ha ricavato una riflessione/installazione sul Tempo e sulla relatività di Einstein tradotta figurativamente in un’intera parete fitta di orologi ciascuno segnante un tempo diverso come diversi siamo tutti noi che viviamo un nostro tempo interiore commisurato col tempo ufficiale che ci invecchia e ci consegna alle tombe, pare, si dice, si mostra, mannaggia.

E ricordo un tempo in cui la Biennale era ‘vietata i minori’ per la ragione dell’estrema libertà lasciata agli artisti di mostrare peni mozzati e sgozzamenti e/o patonze e pubi maschili allineati in simpatiche e provocatorie simmetrie sulle pareti di un’intera stanza e adesso, invece, ci sono ragazzini sotto i dieci anni che scorrazzano per ogni dove e toccano le opere esposte e ridono e commentano da par loro e chissà che impressione avranno avuto di quel pannello luminoso che ci mostra lo sviluppo dell’arte astratta in forma di corpi umani trattati come trattiamo gli animali nei macelli: appesi per i piedi e sventrati e ripuliti all’interno pronti per le braci e le fiamme del barbecue. E invano un ragazzino lo mostrava alla maestra chiedendo una spiegazione – e quella lo tirava via per un braccio e cambiava padiglione e discorso perché non tutta l’arte è spiegabile e metabolizzabile per i pargoli in visita scolastica – e ricordo il commento di una tale di fronte a certe fotografie sanguinolente di un certo rito satanico illustrato che continuava a ripetere, sconvolta, al compagno: ‘Awful, awful.’
Ma viviamo in tempi di libertà totale e incontrollabile, lo sapete, e su internet anche i ragazzini possono incorrere facilmente in scene di violenza o sesso esplicito, malgrado il parental control, che volete farci, questo è quel tempo, domani chissà.
Viva l”Arte viva – che a quella morta dei musei e delle Gallerie ci penso io a visitarla e godermela.

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Il mondo nuovo dei conquistatori

Il Mondo Nuovo dei conquistatori

Non è paragonabile al mitico ‘Salon’ di Parigi, questo è certo: né a quello ufficiale a cui ambiva esporre le loro opere la quasi totalità degli artisti, né a quello dei ‘Refusés’ a cui diede vita e fama una pattuglia di arditi detti gli ‘impressionisti’, – e sapete che seguito hanno avuto e fortuna di quotazioni stratosferiche alle aste internazionali. Basta saper aspettare qualche mezzo secolo o poco più e gli eredi dell’Artista sommo passato a miglior vita si fregheranno le mani.

Sembra piuttosto una vetrina autunnale di Bata, questa 57sima Biennale, un sorprendente ‘robivecchi’, un trovarobato di storico e glorioso teatro o di circo Barnum in disarmo a guardarne certi angoli ed esposizioni che, interrogate, non rispondono. C’è del genio, certo, per talune invenzioni – un pizzico di genio e follia non si nega a nessuno – e ancora si incontra qualcuno che ‘lo sapevo fare anch’io’ tra la folla dei visitatori giovani e giovanissimi che scatenano un allegro casino da nessun guardia-sala contrastato perché impegnati – tutti, tutti! – a zampettare col ditino anchilosato sull’asfittico schermo del loro personale tamagochi (e chissà se il direttore del personale è d’accordo, ma, si sa, siamo nell’ambito del tollerantissimo servizio pubblico e il contratto, verosimilmente è ‘a chiamata’).

E ancora capita di notare sedie vuote e sgabelli in paziente attesa di senso, come le nostre vite poco artistiche bensì umane e ci chiediamo, – come la coppia A.Sordi e consorte, frutaroli di Roma in visita alla mitica Biennale del 1978 posti di fronte a certe laboriose installazioni – ‘Ma che vole di’?’ .
Già: ‘che vole di?’ pensiamo più e più volte anche noi, ristando dubitosi davanti a certi sgorbi e ingombri di tele e fili e grumi affumicati – e arriva il professore e storico dell’Arte a dire alla pattuglia dei suoi silenti seguaci: ‘L’Artista intende sgombrare il campo di ogni concezione superficiale del Tempo che tutto muta e ci cambia e ci consegna una sua personale immagine delle distruzioni e mutazioni che ci avvengono intorno.’ Ah beh, si beh.

E torna prepotente il cartello ‘Si prega di non toccare’ – segno che il libero ‘interagire con l’opera d’arte’ dei mitici Settanta de ‘l’opera aperta’ ha lasciato il posto a un desiderio di rispetto e di distanza. E l’Opera dell’Artista chiede oggi di essere guardata a distanza come i quadri nei musei e lo spettatore faccia lo spettatore – che ne ha di cose da capire e di cui darsi contezza e senso. Corsi e ricorsi.

E, per nostra fortuna, ci sono i libri a farla da padrone, in questa Biennale che si avvia al suo tramonto. Libri di ogni genere e scrittura e in tutte le salse e apparizioni inquietanti, perché tritati, tagliuzzati, bruciati, ingessati e intubati – per dire di una sorte comune a tutti noi mortali che ci spegniamo, prima o poi, e la memoria dei discendenti è, quasi sempre, avara di ricordi e ricorrenze, a parte i primi giorni di novembre e l’effimero dei fiori davanti alle lapidi.

E se la scrittura e la filosofia e i libri vengono bistrattati e ridotti alla personale visione e rappresentazione di ogni artista, più o meno degno di nota e memoria, c’è ancora chi ce li consegna restaurati e su tela (Maria Lai) in veste di geniale e accattivante scrittura di suture e rammendi e arabeschi e colori che profumano d’antico come i merletti delle nonne.

L’Arte della 57sima Biennale è come i gamberi sul fondo del mare: un passo avanti e due indietro e resterà negli archivi a futura memoria di critici e curatori che già pensano a come stupirci, fra un paio d’anni, con nuove invenzioni e scoperte.
Il Mondo Nuovo, si sa, è sempre di là del mare-oceano e attende che noi lo si traversi e lo si scopra: novelli ‘conquistadores’ avidi di sapere e conoscenza e di oro – l’oro dell’Arte che si infutura. Alleluia.

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Dietro la cortina degli occhi chiusi

 

Andare per musei ha il pregio di farci intendere come il tempo ci muti, in meglio o in peggio, decidete voi. E da un arazzo del diciottesimo secolo ricaviamo l’impressione che tutti quei personaggi abbigliati in fogge strane, – le bianche parrucche impidocchiate calzate in testa per allinearsi alla buffa moda di corte del tempo – pur se aristocratici e stra ricchi, forse erano meno felici e godevano di peggior salute di noi (che pure aspettiamo mesi per avere un esame diagnostico, mannaggia).
E da una didascalia posta sopra un ritratto di Martin Lutero ci giunge il messaggio che, in quei tempi difficili in cui si rischiava la scomunica e la persecuzione e il rogo per conclamata eresia e scisma, pure qualcuno di coraggioso osava pubblicare i suoi proclami contro la Chiesa della vergognosa vendita delle indulgenze e il bovino culto delle ‘sacre’ immagini con annessi pellegrinaggi e prostrazioni – e dava così inizio a un’era di Riforme e aperte contestazioni del malaffare dei pretoni e dei vescovoni delle ricche abbazie e cattedrali che gabbavano il contadino e lo minacciavano di eterni inferni e diavoloni per protrarne la sudditanza al potere costituito.
E, se oggi il pontifex francescano tanto mediatico – dopo aver abdicato alle pubbliche condanne della post moderna Sodoma e Gomorra – arriva perfino a benedire l’eutanasia, sia pure con la sfumatura del ridurla a vituperato ‘accanimento terapeutico’, non sarà che, fra qualche mese, anche il suicidio e la sofferenza di coloro che vi giungono obtorto collo saranno detti pubblicamente comprensibili e accettati e sarà restaurato il rito della messa per quei defunti volontari e sepolti finalmente senza tante storie in ‘terra benedetta’?
Grandi eventi accadono oggi che avrebbero scandalizzato i riformatori protestanti e spuntato le lance della loro rivoluzione religiosa.
Ma chissà che accade per davvero dietro la cortina degli occhi chiusi per sempre e il temuto passaggio nel mitico ‘l’aldilà’.
Chi morirà saprà, ma non ce lo verrà a dire, maledizione!

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Nebbie e dintorni – Ieri accadeva

21 novembre 2013

 

E’ solo nelle nebbie fitte di ciò che impropriamente chiamiamo ‘politica’ che può nascondersi la vergogna di un ‘caso Cancellieri’ – proposto ai cittadini quale vallo difensivo e ultima spiaggia di un ‘governo delle larghe intese’ che, altrimenti, rischia di franare.

E che lo stesso governo di larghe discordie giudiziarie e decadenze osteggiate, e minacce oscene di sfracelli istituzionali da parte delle cornacchie berlusconiane, sia stato presidiato e arginato coi sacchi di sabbia che si mettono sugli argini dei fiumi durante le peggiori alluvioni dovrebbe convincerci che l’azzardo politico voluto da napolitano dopo le elezioni ultime scorse è stato massimo e davvero non valeva la pena vivere questa stagione di ennesimo schifo politico a tutto tondo che si prolunga dentro l’inverno entrante, l’ennesimo inverno ‘del nostro scontento’.

Ed è davvero un ‘caso napolitano’ che si apre, se la cancellieri la farà franca e si intanerà nell’ufficio di via Arenula con il protettorato vergognoso di ‘re giorgio’ – elemento politico affatto nuovo e anomalo di una democrazia italica azzoppata e sempre più malata – e il privilegio parlamentare è vissuto come ‘refugium peccatorum’ dai peggiori figuri che vi hanno trovato scudo di impunità e spalti difensivi dai quali mostrare i ghigni e i cachinni delle peggiori canaglie e dei malfattori di ogni rango.